• Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRrossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, lE d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Heminguay, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued

domenica 26 luglio 2026

Ma cosa cazzo ho visto ieri notte? (puntata n°4)

Bugonia: dal greco antico bougonìa, è un’antica credenza secondo cui le api potessero nascere spontaneamente dalla carcassa in decomposizione di un bue. Il termine unisce le parole greche bòus (bue) e gonè (generazione). Questa pratica rituale o credenza pseudoscientifica si basava sull’osservazione errata della metamorfosi di alcuni insetti (come le mosche Eristalis tenax) che somigliavano alle api e depongono le uova nelle carcasse animali. La credenza, nonostante il mito abbia assunto un forte valore simbolico legato a rinascita e ciclicità, è stata smentita solo nel XVII secolo con la confutazione scientifica della generazione spontanea.
 
Dove eravamo rimasti? Ahhhh si, hai film brutti. Beh ieri sera non avevo proprio voglia di esplorare il mondo dei b-movie a basso budget (nonostante una lunghissima lista di pellicole da guardare) e mi sono buttato sulla visione di un film di recente produzione, girato da un regista affermato e di cui si parla benissimo nell’internèt. Ahahahahah!!! Senza conoscere la trama mi sono addentrato in “Bugonia” di Yorgos Lanthimos. Cazzzzzooooo!!! Cazzzzzooooo!!! E ancora cazzzzzooooo!!! Si apre lentamente parlando di api e della scomparsa di questi preziosi insetti causata dall’inquinamento, apparendo come una commedia nera sul complottismo, ma  poi diventa un thriller fantascientifico, anticonformista, anticapitalistico, distopico, grottesco e chi più ne ha, più ne metta. Sono rimasto incollato al divano per quasi due ore senza accorgermi di niente. Una trama essenziale (quasi un racconto breve), tre attori (di cui due semplicemente strepitosi), una vittima e un carnefice, riflessioni su classi sociali, disinformazione, uomini, idee, realtà e immaginazione. Lanthimos riesce a portarci sull’orlo dell’apocalisse senza fretta, con una lenta operazione chirurgica che spolpa, con devozione, ogni certezza e ogni realtà acquisita. Nonostante il soggetto sia tratto da un semisconosciuto film coreano (vado subito a recuperarlo), Il regista greco riesce col suo stile, con dei primi piani inquietanti, un’atmosfera claustrofobica e disfunzionale a insinuare un dubbio assurdo. Alla fine “Bugonia” non da risposte, ma lascia una marea di domande, non predice il futuro ma lo usa come una percezione deforme di ciò che potrebbe accadere. E quando appaiono nuovamente le api, come a inizio pellicola, tirate un sospiro di sollievo per essere tornati nel nostro mondo. Vorrei raccontarvi tutto, ma sto cercando di essere una brava persona, ma cazzzzzooooo!!! Cazzzzzooooo!!! E ancora cazzzzzooooo!!! Bellissimo. Bocca aperta. Aaaaaahhhhhh!!!
 
Bugonia
di Yorgos Lanthimos (119 min.) – Fantascienza, drammatico - 2025
remake del film coreano “Jigureul jikyeora!” del 2003
con Emma Stone e Jesse Plemons

lunedì 20 luglio 2026

Nebraska

Il 17 luglio dell’anno 2026. Nella mia camera da letto ci sono 52° (come gli anni che compio). E’ la giornata più calda di tutta l’estate, le serrande sono abbassate, il ventilatore acceso a bomba e limito qualsiasi movimento per non sudare. Merda!!! Sto male!!! Mi sono regalato alcuni vinili,  ne metto su uno …..
3 gennaio dell’anno 1982. Nella camera da letto di casa sua, a Colts Neck, New Jersey, Bruce Springsteen, collega il registratore a cassette a quattro piste “Taac”, che gli ha procurato il suo tecnico del suono a un mixerino ”Echoplex”, che ha in casa da anni. E’ all’apice del successo, reduce dal trionfo del doppio album “The River” e da un tour acclamato ma massacrante, quando decide di prendersi un momento per riflettere, per pensare, per affrontare i fantasmi. Così da solo, registra quanto ha scritto negli ultimi mesi. L’idea è quella di guadagnare tempo in sala d’incisione, in modo tale da non dover spiegare a parole che cosa ha in mente ai musicisti della E-street Band e arrivare in studio con le idee più chiare. Per qualche giorno va in giro con il nastro nella tasca del giaccone senza custodia (rischiando di rovinare tutto), poi pensa bene di farne qualche copia. Lo passa al suo produttore, e al suo fido chitarrista. “Non so che cosa sia, è quello che ho in mente ora”, gli dice in studio. Proveranno a trasformarle in materiale adatto a una macchina da guerra come la loro, con tanto di fiati, tastiere elettriche, pianoforte,, ecc… ecc… Niente, nulla, zero. Invano dopo qualche settimana è evidente che nessuna registrazione professionale in sala d’incisione, con un manipolo di ottimi strumentisti, che si affannano a dare il meglio di se, potrà mai superare la sincerità e la forza di quelle canzoni incise in camera da letto. Voce e chitarra, più l’armonica e un po’ di armonie vocali a riempire le altre due piste a disposizione. Ormai è chiaro a tutti e Springsteen ci ha già incominciato a pensare, decide di far uscire il nastro così com’è, conservando anche i rumori di fondo, i cigolii della sedia e togliendo dalla lista alcune canzoni (tra queste Born in u.s.a.) che non funzionano e non si adattano al clima generale. Sublimente estraneo a tutto, all’ottimismo obbligatorio dell’edulcurata era Reaganiana, ai suoni tronfi d’elettronica e delle ritmiche in quattro quarti, “Nebraska” racconta storie cupe, di dolore e morte, di serial killer e di solitudine. Dalla camera da letto di casa Springsteen, le storie ci portano nelle grandi pianure, verso una “terra promessa” che non è mai sembrata (ne sembrerà più) così irragiungibile. Bruce Springsteem, grazie a dieci grandi canzoni, geniali, ispirate e drammatiche, ci regala un’opera inimitabile, lineare e sobria, densa di sentimento popolare, politica senza far politica, che vive e racconta verità nascoste. Una poesia dura e spigolosa, in cui non c’è il vibrante e martellante suono anni ’80 ma solo una chitarra, un’armonica, inquietudine e rottura. Ogni brano possiede una propria indelebile autenticità, storie semplici, spesso tragiche, storie che raccontano la sottile linea che esiste tra una scelta difficile e il crimine. Storie vere. Springsteen ancora non sa, che da questa importante metafisica introspezione, non potrà mai essere considerato solo una raccolta di canzoni folk ma, "Nebraska", sarà destinato a entrare nell’olimpo dell’ortodossia del Rock. Thanks Boss.

lunedì 13 luglio 2026

Ma cosa cazzo ho visto ieri notte? (puntata n°3)

Ci sono film brutti. Ci sono film talmente brutti da diventare affascinanti. E poi c’è “Apocalisse a Frogtown”, un’opera che sembra esser stata concepita durante un’allucinazione collettiva alimentata da acidi scaduti, riviste porno e un vecchio vhs di Mad Max, lasciato troppo a lungo sotto il sole. Ma che cazzzoooo!!! Facciamola breve. Il film racconta di un futuro post atomico in cui l’umanità rischia l’estinzione, esiste però un ultimo maschio super fertile che viene spedito a combattere degli  uomini rana che hanno rapito e tengono sotto sequestro un gruppo di donne fertili. Siiiiii questa è la trama. Il protagonista, interpretato da Roddy “Rowdy” Piper (amatissimo wrestler e purtroppo morto nel 2015. R.I.P.), possiede il talento recitativo di un frigorifero, intorno a lui si muove un universo di costumi in gommapiuma che sembrano usciti da una recita delle elementari. Le rane mutanti non fanno per niente paura e pongono il quesito su chi abbia approvato tutto ciò. La sceneggiatura procede zoppicando; avete presente quando prendete un carrello al supermercato con una ruota rotta e lo trascinate per tutto il tempo. Ecco!!! I dialoghi oscillano tra il machismo “wrestler” anni 80, allusioni sessuali e un discutibile umorismo, raggiungendo vette di assurdità. Eppure ….. succede qualcosa di inspiegabile. Dopo venti minuti, in cui hai pensato seriamente più volte di spegnere la tv, smetti di combattere il film e inizi ad assecondarlo. Accetti che esistano rane guerriere antropomorfe, il cui capo “Toti” ha 3 piselli, collari esplosivi legati al cazzo del protagonista e missioni di salvataggio a scopo riproduttivo. Il cervello si spegne, inspiegabilmente inizi ad applaudire e si apre una breccia nel cuore. Si è andata proprio così. “Apocalisse a Frogtown” è il tipo di pellicola che non si guarda per la qualità tecnica, ma solamente perché spesso bastano una cava abbandonata, delle maschere da anfibio e un wrestler famoso per creare un folle e inspiegabile progetto. E contro ogni logica, quella follia ha prodotto un vero cult tra i B-movie, che (cosa che non sapevo) viene ancora ricordato e apprezzato per la sua sfacciata e scorretta eccentricità. Una nostalgica e delirante poesia distopica su pellicola. Perla. 

 
Apocalisse a Frogtown – La città delle rane
di Donald G. Jackson e Robert J. Klzer (86 min.) - Fantascienza - 1988
con Roddy Piper

domenica 5 luglio 2026

Consigli utili

Limitare le uscite nelle ore centrali della giornata, mantenere la casa fresca schermando le finestre e arieggiando in serata. Bere almeno 2 litri di acqua, fare pasti ricchi di frutta e verdura. Aprite il frigorifero, togliete tutti i ripiani e cercate di entrare, Ahahahahah!!! In alternativa, mettersi in mutande sul divano e guardare qualche film horror (questa estate mi ha preso così). Nello specifico la trilogia di “Fear Street”. Un omaggio più o meno velato ai classici “Slasher” cinematografici del gusto retrò, una vera lettera d’amore al genere horror degli anni ‘80/’90, con l’aggiunta di quel tocco soprannaturale a rendere tutto più vario e originale. Tratti dall’omonima serie di romanzi di R. L. Stine, probabilmente l’autore horror americano più prolifico di tutti i tempi (in quantità di pagine penso abbia superato perfino il “Re” Stephen King), questi tre capitoli cinematografici raccontano una periodica serie di brutali omicidi. Ci sono città che nascondono segreti, e poi c’è la maledetta cittadina di Shandyside. Un luogo dove il male sembra respirare sotto l’asfalto, aspettando solo il momento giusto per tornare a colpire. Un gruppo di ragazzi inizia a venire a capo degli eventi, scoprendo come una forza soprannaturale, piena di rancore e vendetta, abbia dato origine alla maledizione. Un incubo che attraversa tre epoche diverse. Il primo capitolo “1994” caratterizzato da un bel vortice di sangue (non svelo altro), mi ha introdotto alla saga, portandomi quasi senza accorgermi al secondo episodio, “1978”, che ho consumato nell’attesa della conclusione, “1666”, in cui viene svelato il perché di tutto questo oscuro racconto. Tre film coinvolgenti, niente male davvero, per accompagnare le serate sassaresi di questo periodo (puttana eva che caldo), un’esperienza ricca di citazioni, misteri ben congeniati e una fantastica colonna sonora (che non guasta mai) mi hanno tenuto compagnia seguendo un numero costante di ammazzamenti, eseguiti con grande varietà d’esecuzione. La gente viene fatta a fettine, i crani vengono aperti in due molto volentieri, le gole tagliate con perizia e in generale accade tutto ciò che potrebbe venire in mente usando lame più o meno affilate e arrugginite. Ahahahahah!!! Fantastico!!! Una gran componente “Slasher”, una riuscita “storytelling” che insieme all’elemento soprannaturale predominante ha reso questa trilogia varia e originale. Tre film che non puntano necessariamente a terrorizzare, ma preferiscono costruire suspance. Un mistero e dei colpi di scena ben orchestrati, con una buona e intelligente regia. Uno splatter si, ma di buon gusto e stilosissimo. Un’inquietante divertissement per le calde e sanguinose notti estive sassaresi. Ahahahahah!!! (risata malefica)


domenica 28 giugno 2026

Ma cosa cazzo ho visto ieri notte? (puntata n°2)

“La storia che vi dirò son certo vi sorprenderà, pallavolo e giocatrici di questo vi parlerà, ragazze molto fiche che il destino unirà, perché finirà la morte le prenderà. Oh le Falcons, le Falcons. Oh le Falconse, le Falcons. Oh le Falcons …..”
 
Dany, Lise, M.A., Hazuki, Tatiana e Morgane, sono le “Girl with Balls”, ovvero le Falcons, una vincente squadra femminile di pallavolo, che dopo un match si mettono in viaggio su un camper sgangherato per rientrare a casa. Sulla strada del ritorno una deviazione stradale le porterà nell’inquietante nulla cosmico di un bosco terrificante; dove una sosta per riposare, nell’unico albergo trovato, si dimostrerà un incubo senza fine. I proprietari si riveleranno dei maniaci, pazzi, cannibali e pericolosi, che sembrano usciti da un raduno Metal sotto ketamina; mentre la ragazze nonostante continuino a prendere pessima decisioni, siano sempre più sporche di fango, di liquidi corporei e intrise da litri di sangue, risultano essere sempre più belle e affascinanti. Non svelo altro per non rovinarvi la poesia di questo film dalla trama fantasiosa. Probabilmente nato per scommessa alle 4 del mattino di una notte alcolica (e non solo). “Ooohhhh raga, facciamo un film?” “Sssiii daiii”  Forse era meglio darsi una mazzata sui denti che produrre questo film senza grandi pretese (mmhhhh, aspetta, forse qualche pretesa l’aveva). E’ chiaro che stiamo parlando di un film diviso tra Horror, Splatter, Slascher e un videoclip dance. C’è sangue, tanto sangue, sangue ovunque. Un classico esempio di cinema “Trash”. Strampalato, grottesco, disfunzionale, dislessico, brutto e perciò bello, affascinante e accattivante. Talmente esagerato e senza vergogna che sembra compiacersi della propria deformità, che al ritmo di un’isterica e rumorosa techno francese riesce difficile smettere di guardare. Scappate finchè siete in tempo, perché potrebbe anche piacervi!!!
 
p.s. l’ho visto già due volte. Ahahahahah!!!
 
Girls with balls
di Oliver Afonso (77 min.) – Horror, Splatter, Slascher, Commedia – 2018
con Manon Azem (Morgane), Camille razet (Lise), Anne Solenna Hatts (Hazuki), Tiphanine Davot (Jeanne), Louise Blanchère (M.A.), Dany Verissimo (Dany), Margot Difrene (Tatiana)

giovedì 18 giugno 2026

Pensiero Anarchico

Passaggi tratti da “L’Anarchia e il nostro programma” di Enrico Malatesta.
 
Anarchia è parola che viene dal greco, e significa propriamente senza governo: stato di un popolo che si regge senza autorità costituite, senza governo. […] La parola anarchia era presa universalmente nel senso di disordine, confusione; ed è ancora oggi adoperata in tal senso dalle masse ignare e dagli avversari interessati a sviare la verità. […] Il senso volgare della parola non misconosce il suo significato vero ed etimologico; ma è un derivato di quel senso, dovuto al pregiudizio che il governo fosse organo necessario alla vita sociale, e che per conseguenza una società senza governo dovesse essere in preda al disordine, e oscillare tra la prepotenza sfrenata degli uni e la vendetta cieca degli altri. […] essendo nato e vissuto nei ceppi, essendo l’erede di una lunga progenie di schiavi, l’uomo, quando ha incominciato a pensare, ha creduto che la schiavitù fosse condizione essenziale della vita, e la libertà gli è sembrata cosa impossibile. Se poi agli effetti naturali dell’abitudine si aggiunga l’educazione data dal padrone, dal prete, dal professore, ecc.., i quali sono interessati a predicare che i signori e il governo sono necessari;  se si aggiunga il giudice e il birro, che si forzano di ridurre al silenzio chi pensasse diversamente e fosse tenuto a propagare il suo pensiero, si comprenderà come abbia messo radice, nel cervello poco coltivato della massa laboriosa, il pregiudizio dell’utilità, della necessità del padrone e del governo. Qual è la ragion d’essere del governo? Perché abdicare nelle mani di alcuni individui la propria libertà? Sono essi tanto eccezionalmente dotati da potersi sostituire alla massa e fare tutti gli interessi degli uomini meglio di quello che saprebbero farlo gli interessati? Sono essi infallibili e incorruttibili al punto da poter affidare la sorte di ciascuno alla loro scienza e alla loro bontà. […] In tutto il corso della storia, così come nell’epoca attuale, il governo, o è la dominazione brutale, violenta, arbitraria di pochi sulle masse, o è uno strumento ordinato ad assicurare il dominio e il privilegio a coloro che, per forza, o per astuzia, o per eredità, hanno accorpato tutti i mezzi di vita, primo tra essi il suolo, e se ne servono per tenere il popolo in schiavitù e farlo lavorare per loro conto. Ora dunque, se un giorno le masse oppresse si rifiuteranno di lavorare per gli altri, se leveranno ai proprietari la terra e gli strumenti di lavoro o vorranno adoperarli per conto e profitto proprio, cioè di tutti, se esse non vorranno più subire dominazione nè di forza brutale, né di privilegio economico, se la fratellanza fra i popoli, il sentimento di solidarietà umana  rafforzato dalla comunanza d’interessi avrà messo fine alle guerre e alle conquiste, quale ragione avrebbe di esistere avrebbe più il governo? […] Dal libero concorso di tutti, mediante l’aggrapparsi spontaneo degli uomini secondo i loro bisogni e le loro simpatie, dal basso all’alto, dal semplice al composto, sorgerebbe un’organizzazione sociale, che avrebbe per scopo il maggior benessere e la maggiore libertà di tutti. […] Questa società di liberi, questa società di amici è l’anarchia. Noi vogliamo  dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; noi vogliamo che gli uomini, affratellati da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società  sia costruita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il medesimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza. E per raggiungere questo scopo supremo noi crediamo necessario che i mezzi di produzione siano a disposizione di tutti, e che nessun uomo, o gruppo di uomini possa obbligare gli altri a sottostare alla sua volontà, né esercitare la sua influenza altrimenti che con la forza della ragione e dell’esempio.

Enrico Malatesta (1853-1932) è stato uno dei principali teorici dell’anarchismo italiano tra Ottocento e Novecento. Il suo pensiero si fonda sull’idea che ogni forma di autorità imposta, Stato, sfruttamento economico e oppressione sociale, limiti la libertà umana. Per Malatesta una società giusta dovrebbe basarsi sulla cooperazione volontaria, sull’uguaglianza e sull’aiuto reciproco tra individui liberi. A differenza di altri rivoluzionari del suo tempo Malatesta non vedeva l’anarchia come caos o disordine, ma come la forma di organizzazione sociale senza potere coercitivo. Credeva che le persone potessero autogestirsi attraverso associazioni libere, solidarietà e responsabilità collettiva. Un aspetto centrale del suo pensiero è il rapporto tra libertà individuale e giustizia sociale; la libertà non può esistere davvero se ci sono povertà, privilegi e sfruttamento. Per questo sosteneva una trasformazione rivoluzionaria della società, ma allo stesso tempo insisteva sull’importanza dell’educazione, della partecipazione popolare e dell’azione concreta quotidiana. Malatesta criticò sia il Capitalismo sia i regimi autoritari nati dal Socialismo di stato, perché riteneva che ogni concentrazione di potere rischiasse di creare nuove forme di dominio. Le sue riflessioni, nei numerosi testi, ben descrivono cos’è l’Anarchismo, influenzando grazie a rivendicazioni e analisi politiche, molti movimenti libertari, continuando ancora oggi a essere studiate nel dibattito politico e filosofico contemporaneo.

venerdì 12 giugno 2026

La "Macchina"

“Il cielo è plumbeo, le nuvole compatte e il vento che spira da occidente. Ci sarà da divertirsi”
 
Thriller Noir scritto da Don Winslow!!! Già questo basterebbe. Se poi aggiungete mafia, azione e malinconia, sapientemente mescolati a uno stile cinematografico, eccovi servito “L’inverno di Frankie Machine”. Lo tenevo sott’occhio da tempo e finalmente con notevole, ingiustificabile, ritardo un paio di settimane fa, sono riuscito a leggerlo, poco importa perchè come sappiamo bene, nel mondo dei libri il tempo vale il giusto. Non importa se è datato o meno, perché se un romanzo è bello, lo rimane nonostante gli anni. Cosa altro aggiungere alla parola “bello”, se non dire  che questo noir è uno dei migliori libri letti ultimamente. Un romanzo che più che sulla trama, o sullo stile di scrittura (comunque devastante), poggia su un protagonista che colpisce da subito. Frank Machianno in fondo è un criminale. Un sicario, uno che ammazza talmente bene da essere chiamato Frankie Machine. Eppure “la macchina” è uno che piace, perché pur essendo un ex killer della mafia californiana, cerca di vivere una vita tranquilla a San Diego; ha una sua etica, un suo onore e un suo codice di comportamento. All’insegna di un ritmo vorticoso, l’affascinante e maledetto Frankie si troverà improvvisamente proiettato in un passato lontano, che torna a bussare alla sua porta. Cosa sta succedendo? Perché? Lo scoprirà alla fine, dopo tanti colpi di scena incastrati a perfezione in una trama avvincente, serrata e visiva. Winslow ci trasporta in quest’opera cruda e coinvolgente, confermando la sua gran penna, (come solo lui sa fare). Un seducente bel libro, realistico e pieno di colpi di scena che non deludono mai. Se vi piace il genere non perdetevi questo romanzo. Consigliatissimo.
 
p.s. Tutti amano Pete, il vecchio venditore di esche. Ahahahahah!!!

domenica 7 giugno 2026

Mitteleuropa express

   Mitteleuropea: Dal tedesco “mitteleuropea” (europa di mezzo) indica non solo una collocazione geografica, ma soprattutto una complessa identità storico-culturale. Un’eredità spirituale e sociale dei territoti che storicamente facevano parte dell’impero Austro-Ungarico. Un crocevia di popoli, religioni e lingue (tedesco, yiddish, slavo, ungherese e italiano) che ha generato una civiltà plurale e cosmopolita.

     Trieste: Capoluogo della regione Friuli Venezia Giulia, affaciata sull’omonimo golfo fra la penisola italiana e Istria. Antico e vivace sbocco sul mare Adriatico dell’impero Austro-Ungarico. Coordinate: 45° 39’01”N – 13°46’13”E. Altitudine 2m sul livello del mare. Abitanti 198553 (triestini).

 
Giorno uno.
Dopo il complicato arrivo in albergo a notte fonda del giorno precedente, il risveglio è pigro, pigrissimo, quasi letargico. Incontriamo il Gruppo Padova e ci dirigiamo in una fornitissima bakery vicina all'hotel. Dopo una più che soddisfacente colazione e il recupero della macchina a noleggio, diamo il via alla tre giorni. Aperetivo a Muggia (1), dove in un minuscolo baretto, Il “Cantuccio”, trascorriamo il tempo bevendo (tanto) e sparando cazzate (tanto per cambiare). Si fa ora di pranzo. Ci mettiamo in macchina. Il confine a soli 5 minuti lo attraversiamo senza accorgerci dell’espatrio, passando tra piccoli borghi e stradine incastonate tra i boschi. Arriviamo nel paesino di Kozina, dove ci aspettano per il pranzo da “Mahnic” (2), una trattoria slovena col proprio birrificio. E’ Natale e non lo sapevo? Iniziamo il pranzo con un paio di vassoi di antipasti locali (che fai? Te ne privi?) e poi parte il massacro. Carne. Birra. Carne. Birra. Carne e ancora birra. Arrosto misto, stinco, Ljubijanska e i cevapcici (3), tipiche salsiccette slovene.  Ancora altra birra e un altro ettolitro (non si sa mai che ci disidratiamo). Prima di riprendere la zingarata oltre confine, ci concediamo un numero imprecisato di palacinke (4), il caffè e un digestivo carsico di cui non ricordo il nome (che ciccioni). Via verso San Carsiano per digerire tra le verdi vallate slovene. Un piccolo momento di svago prima di rientrare a Trisete. Un gin tonic all’Harry’s Piccolo, in piazza Unità d’Italia, e poi altri duecento litri di birra sul canal vecio, aspettando l’ora di cena. Che arriva troppo presto, siamo ancora abbastanza ingolfati dal pranzo e dalla birra. Che nonostante tutto affrontiamo con energico e ligio ardore. Siamo “da Rudy” (5). Storica trattoria Buffet triestina. Che si mangia qui? Carne. Cosa beviamo? Birra. Ahahahahah!!! Che strano!!! Tra bolliti, Gulash, l’immancabile Ljubijanska, patete e crauti, superiamo indenni anche la cena. Due passi tra la colorata movida triestina, un paio di gin tonic, le ultime cazzate (non mancano mai) e siamo pronti per rientrare in albergo e svenire sul letto.
 
Giorno due.
Anche il risveglio del secondo giorno è lento. Con tutta calma ci prepariamo, e alla spicciolata ci incontriamo tutti per la colazione. Siamo stanchi e leggermente rallentati (chissà perche?). Direzione centro città. La giornata è bella. Tavolino all’aperto e sole caldo fanno il resto. Bivacchiamo al bar fino all’ora di pranzo. Prendiamo le macchine per la nostra destinazione. Ancora una volta il paesaggio cambia radicalmente, saliamo verso il rione di San Giovanni, e in soli 5 minuti passiamo dal mare alla montagna. Oggi pranzo da “Suban” (6), dove ininterrottamente dal 1865, triestini e non solo, si deliziano con la cucina tradizionale mitteleuropea. Che fai non la provi? Polentina con uovo in camicia, carciofi dorati e bacon croccante, a seguire fusi all’istriana con spezzatino di gallina, l’immancabile Goulash al profumo di kummel (erba aromatica tipica della zona) e finisco con un gelato al fior di latte con asparagi e olio alla menta (strepitoso). Potrei rotolare giù fino in centro!!! Nel pomeriggio ci rilassiamo un po’, perché ci aspetta la cena. Ahahahahah!!! Ritorniamo a Muggia, per fare due passi nel borgo, un aperetivo e la cena. Visto che siamo sul mare per una volta tralasciamo i succulenti piatti di carne e scegliamo un ristorantino sul Mondracchio (porticciolo nascosto), che cucina roba che vive in acqua salata. Il “Sal de mar” (7) è un piccolo ristorantino molto carino, dedicato ai sapori del mare. Proprio quello che ci vuole per dare tregua ai nostri sanguinosi palati. Cenetta tranquilla, rilassante e tanto per cambiare abbondante. Fuori piove leggermente ma le nuvole minacciose esigono tempesta. Torniamo in hotel e ancora una volta sveniamo sul letto.
 
Giorno tre.
Nonostante abbia piovuto gran parte della notte anche al risveglio il cielo appare minaccioso, con la solita flemma che ormai contraddistingue tutte le nostre mattine andiamo a fare colazione al solito bakery poco distante dalla hotel. Il nostro volo è tardi, abbiamo quindi tutta la giornata da riempire. Andiamo in centro per dedicarci alla parte culturale del viaggio tralasciata per cibo e alcool. Visitiamo nell’ordine una mostra sul “Modernismo” triestino e poi un bel giretto al museo di arte moderna; ma inevitabilmente si fa ora dell’aperetivo. Senza pensarci troppo ci fiondiamo al “Cafè degli Specchi”. Gin tonic, americano e mojito ci allietano fino all’ora di pranzo, in questo famosissimo cafè storico (8). Decidiamo per una volta di evitare ristoranti vegani e optiamo per panino, rigorosamente col San Daniele, e birretta, consumati amabilmente sulla panchina di un giardinetto nel centro di Trieste. Andiamo a prendere il caffè? Ok dove? Dai qui c’è un altro Cafè storico. Andiamo al “Tommaseo” dove accompagnamo il caffè con delle belle fette di torta (io prendo la sacher). Si chiacchera delle diverse visioni della vita, come un tempo che fù, come quando in questi Cafè si potevano incontrare Umberto Saba, Italo Svevo, James Joyce o perché no l’imperatrice Sissi. Si avvicina l’ora della partenza, ma prima arriviamo risalendo alla cattedrale di San Giusto, su una delle colline più alte della città. Ci godiamo l’ultima birretta triestina osservando il magnifico panorama sul golfo e su una città diversa; per la sua anima, le sue atmosfere, tra colline carsiche e mar Mediterraneo, così viva, ricca e dinamica, ma anche silenziosa, elegante senza ostentazione. Un ponte tra Occidente e Mitteleuropa.  Un posto che sa di mare e di caffè. Un posto che mi dispiace lasciare.
 
(1)   Muggia: Piccolissimo borgo marinaro sulla penisola d’Istria, incastonato tra il golfo di Trieste e le colline carsiche; dove si mescolano influenze, triestine, istriane, slovene e quel tocco di “Serenissima” che da queste parti non manca mai. Muggia è la “Portizza”, detta anche “Porta di Ponente”.  
(2)   Mahnic: Trattoria conosciuta per le sue specialità a base di carne e birra. Gulash, salsicce, stinco, ecc… ecc.. e una buona gamma di boccali freschi di birre fatte in casa da loro stessi. Fantastico. Kolodvorska 4, 6240 Kozina – Slovenia. 
(3)   Cevapcici: Salsicce slovene. Eccellenza protetta della cucina prodotte con carne di maiale di alta qualità, pancetta, sale, aglio, pepe e poi leggermente affumicate.
(4)   Palacinka: Dolce tipico diffuso a Istria, Trieste, Slovenia e dintorni. Fatta con uova, latte, farina, zucchero, sale e una tonnellata di marmellata. Molto simile alle crepes francesi.
(5)   Buffet birreria da Rudy: Una delle trattorie più famose della città, dove è possibile gustare un’ampia varietà di piatti tipici della tradizione Triestina. Porzioni abbondanti e un’ambiente  accogliente e familiare. Consigliatissimo. Via Valdirivio 32, 34122 Trieste.
(6)   Antica trattoria da Suban: Nata nel 1865 e gestita solo e unicamente da generazioni della famiglia Suban. Punto di riferimento per gustare i sapori della cucina di carne tipici della tradizione mitteleuropea e della cultura locale. Via Emilio Comici 2, 34122 Trieste.
(7)   Sal de Mar: Ristorante situato sul fortino veneziano che da oltre 300 anni cinge e protegge il Mandracchio di Muggia. Ex magazziono del sale con mura di oltre 2 metri che dovevano proteggere uno dei beni più preziosi della Serenissima. Da più di un secolo ristorante dedicato ai sapori del mare del nord adriatico. Largo Nazario Sauro 10, 34015 Muggia – TS.
(8)   Cafè storici triestini: Punti di ritrovo e di riferimento della città. Veri e propri salotti dove poter prendere una pausa, leggere un libro, sfogliare un giornale o poter discutere di letteratura e politica. Entrare in ognuno di questi cafè e come fare un salto indietro nel tempo (si spende meno che in qualsiasi bar di Sassari).

giovedì 28 maggio 2026

3:30 AM (error 404 - sleep not found)

Questa notte, colpito da uno strepitoso attacco d’insonnia, mi sono seduto davanti al computer con l’intento di scrivere un post che parlasse di musica (mi frullava in testa da un bel pò) e in seguito, liberamente ispirato da Murakami e dal suo libro “Ritratti di Jazz”, inprezziosirlo con una playlist che inglobasse gli album con cui sono cresciuto, di quelli che tuttora ascolto spesso e che ormai conosco praticamente a memoria. Facendo mente locale, e con l’aiuto di una straordinaria lucidità notturna (insomma), mi sono reso conto che la cosa era difficilissima. Fin da subito è diventato molto complicato individuare, fra tantissimi, una decente selezione di dischi. Si, perché, tra album che ho letteralmente consumato, tra artisti che amo, tra musiche e parole che ancora mi stupiscono la lista sarebbe lunghissima. I dischi e la loro creazione non sono solo una semplice raccolta di canzoni ma vere e proprie autobiografie musicali (per lo meno, un tempo era così). Ogni volta che scelgo cosa mettere su, è come se stia raccontando qualcosa di me, del mio umore o di un momento particolare della mia vita; una sorta di diario fatto di suoni, di atmosfere diverse e di colori emotivi particolari. Perché esistono dischi che trascendono il tempo e lo spazio, opere che custodiscono gelosamente i miei pensieri. Sono album seminali che hanno segnato la mia vita, la storia della musica e sicuramente quella di qualcun altro. Album che continuano a parlarmi e che, a mio modo di vedere, ogni appassionato di musica dovrebbe conoscere. Album che dicono “questo sono io” o “questo mi fa pensare a te”; perché a volte un disco può sostituire, attraverso la musica, tante parole e sentimenti che non sempre è facile esternare a voce. Un’intima sensazione difficile da capire, nonostante, questa lista contenga 50 titoli imperdibili del panorama musicale a me legati. Credetemi, quando vi dico che, potevano essere molti di più (almeno il doppio), ma ho optato per scegliere un solo album per artista. Scelta sanguinosissima perché molti artisti hanno numerosi splendidi capolavori tra le loro discografie. E’ stato duro dover addirittura tenere qualcuno fuori, come il mio clamoroso amore adolescenziale per Madonna (True Blue del 1988 vale una menzione) o quello più maturo per Gaber, gli Area, i Talking Heads e i mostri scari del Jazz come Baker, Mingus, Monk e via dicendo; passando pure per il Ligabue di “Lambrusco, coltelli, rose & popcorn” (1991) o l’acid jazz degli Us3 (eccezionali), i Marlene Kuntz e il rap oltraggioso dei Run Dmc e dei Public Enemy, ecc… ecc… ecc… ecc…. Credo comunque, nonostante l’abbiocco notturno, di esser riuscito (forse in modo sconclusionato) nel mio piccolo intento di parlare della mia più grande passione ed esser stato capace anche, seppur in ordine causale, nel creare una lista strampalatamente toga. Ahahahahah!!! (cazzo quanto mi piace scrivere liste). Beh!!! Ora proviamo a dormire!!! Good night!!!
 
The Velvet underground & Nico – The Velvet underground & Nico, 1967
London Calling  – The Clash, 1979
Kind of Blue – Miles Davis, 1959
Abbey Road – Beattles, 1969
Are you experienced – Jimi Hendrix, 1967
Some Girls – Rolling Stones, 1978
Best of Bowie – David Bowie, 2002
Wish you were here – Pink Floyd, 1975
Led Zeppelin II – Led Zeppelin, 1969
Horses – Patty Smith, 1975
The River – Bruce Springstein, 1980
Legend – Bob Marley, 1980
Never Mind the Bollocks – Sex Pistols, 1977
Ok Computer – Radio Head, 1997
Unknown Plesuares – Joy Division, 1979
Mezzanine – Massive Attack, 1998
Debut – Bjork, 1993
The Doors – The Doors, 1967
The Queen is dead – The Smiths, 1986
Heaverest Moon – Neil Young, 1992
Under a blood red sky – U2, 1983
Disintegration – The Cure, 1989
Nevermind – Nirvana, 1991
Invisible touch – Genesis, 1986
Greatest Hits – Janis Joplin, 1971
Appetite for Destruction – Guns and Roses, 1987
Va bene, va bene così – Vasco Rossi, 1984
Storia di un impiegato – De Andrè, 1973
Hai paura del buio – Afterhours, 1997
Socialismo e Barbarie – CCCP, 1987
Linea Gotica – CSI, 1996
Ten – Pearl Jam, 1991
Grace – Jeff Buckley, 1994
Adore – Smashing Pumpkins, 1998
Aprite I vostri occhi – Litfiba, 1987
Banana Rupubblic – Dalla/De Gregori, 1979
Elastica – Elastica, 1995
The best of – Paolo Conte, 1995
Buena Vista Social Club at Carnegie Hall – Buena vista Social Club, 1997
The battle of Los Angeles – Rage Against the Machine, 1999
Genius+soul=Jazz – Ray Charles, 1961
L’indispensabile – Vinicio Caposela, 2003
Curre Curre Guagliò – 99 Posse, 1993
Verba Volant – Frankie Hi Nrg Mc. 1993
Carboni – Luca Carboni, 1992
New Adventures in Hi-Fi – Rem, 1996
Fra la via Emilia e il West – Francesco Guccini, 1984
Blood Sugar Sex Magic – Red Hot Chili Peppers, 1991
Neffa & I messaggeri della dopa – Neffa, 1996
Tracy Chapman – Tracy Chapman, 1988
Blue’s – Zucchero, 1987

mercoledì 20 maggio 2026

Ma cosa cazzo ho visto ieri notte?

Mud Creek. Texas. Elvis Presley non è morto o almeno così dice. E’ invecchiato, appesantito e vive in un ospizio sotto falso nome. Non sta per niente bene, mangia frutta cotta e ha una brutta infezione al pisello. Ha scambiato la sua identità molti anni prima con quella di Sebastian Huff, un suo imitatore, e ora nessuno gli crede quando dice di essere il vero e irripetibile “Re” del Rock&roll. L’unico che gli dà retta è un altro ospite della casa di riposo; un anziano di colore che crede di essere John Fitzgerald Kennedy, sopravvissuto all’attentato di Dallas, a cui hanno tinto la pelle per nascondere il complotto tramato da Lindon Jonson. Porca troia, già questo così mi basterebbe. Due relitti della mitologia americana che marciscono insieme. Ma? C’è dell’altro. A complicare la senile vita grama del Re e di JFK, ecco che l’ospizio in cui risiedono viene infestato da una antica mummia egizio/cowboy; che per acquistare forze e ritornare in vita ha bisogno di succhiare le anime dal culo degli anziani pazienti. Si avete letto bene!!! Dal culo!!! Ahahahahah!!! Questa è la trama di “Bubba Ho-Tep, Il Re è qui”, un film del 2002 del regista Don Coscarelli (maestro dell’horror), tratto da un romanzo breve di uno scrittore cult come Loe R. Lansdale (uno dei miei preferiti). Una storia al limite del buon gusto, che sa di sudore, urina, muffa e malinconia, proprio come una stanza d’ospizio. Letti cigolanti, infermiere svogliate, becchini dal discutibile humor e passati da ricordare, a metà strada tra un capolavoro assoluto e un pessimo B-movie. Non l’ho capito. Sono ancora confuso e incredulo. Vi giuro che a un certo punto ho detto: ma che cazz!!! Niente salti sulla sedia, questo è un Horror pacifico, quasi un divertissement del regista, sporco, ironico e scalcagnato. Un ritmo che batte lento e arruginito. Strano. Kitsch. Delirante. Ridicolo. Sincero. Geniale. Folle. Profondamente sbagliato e quindi perfettamente giusto per le mie serate sul divano.
 
Bubba Ho-tep, il Re è  qui
di Don Cascarelli (92 min.) - Horror, commedia - 2002
con Bruce Campbell
tratto dall’omonimo romanzo breve di Joe R. Lansdale

mercoledì 13 maggio 2026

Un'altra cavolata (New York bullshit)

Quando Gavino arrivò a New York, l’inverno sembrava non finire mai. Il vento tra i palazzi gli tagliava il viso. Era cosi diverso dal maestrale che spesso imperversava per Sassari, che sapeva di mare e polvere calda, questo era glaciale, distaccato e inospitale. Gavino aveva vent’anni e conosceva pochissime parole d’inglese, ma aveva una memoria ostinata che non lo lasciava andare, e anche se quei palazzi sembravano scogli verticali la sua lontanissima Sassari appariva sempre molto vicina. All’inizio, lavorò dove capitava: lavapiatti, fattorino e anche commesso in un negozio cinese nel Queens. Le giornate scorrevano veloci, ma le sere erano sempre troppo lunghe. Gli mancava la pioggia, il rumore delle voci di piazza Tola, l’odore del pane dei fornai, il bregheghedè e le grida dell’acquedotto. Trovò lavoro in una tavola calda, dove tutto sapeva di fritto e carne bruciata. Un giorno mentre rassettava la cucina vide una cassetta piena di cavolo cappuccio che non se la passava tanto bene. Chiese se poteva prendere qualcuno, e quella sera da vero “magna caula”, a fine turno, tornò a casa con due cavoli sotto braccio. Li assaggiò, erano buoni ma troppo lontani dal quel sapore che conosceva fin troppo bene. Nel suo piccolo monolocale di Brooklyn, aprì il frigo; che tristezza!!! Era semi vuoto; una cipolla, un barattolino di yogurt, un vasetto aperto di senape, della maionese e una carota. Non si perse d’animo. Aveva i cavoli, e voleva creare qualcosa che fosse suo, qualcosa che gli parlasse di Sassari anche a migliaia di chilometri di distanza. Tagliò il cavolo molto finemente, così come la cipolla e la carota, ci aggiunse tre cucchiai di maionese, uno di senape e un pò di yogurt. Poi un pizzico di zucchero, sale, pepe e una generosa spruzzata di aceto che aveva trovato sotto il lavello. Mischio tutto. Quando l’assaggiò chiuse gli occhi, il cavolo richiamava vagamente Sassari, ma la sua città non gli apparve. Era ancora a New York. All’interno di quel “meltin’ pot” dove aveva scelto di vivere. Da quel giorno, ogni volta che la nostalgia diventava troppo pesante, Gavino preparava la sua insalata; prima solo per i colleghi di lavoro e poi anche per i clienti. Dentro una semplice ciotola creare quell’insalata lo aiutava a restare illeso dalla dura vita di emigrato, mescolare ciò che era stato con ciò che stava diventando, era abbastanza. Fu così che inventò la sua “cavolata” (coleslaw), dal gusto internazionale ma con un cuore sassarese.
 
Insalata Coleslaw: molto diffusa nel mondo anglosassone, e in modo particolare nella “Grande Mela”. Il nome deriva dall’olandese “koolslaw” (unione tra le parole “kool”, cavolo e “sla” abbreviazione di salad). Gli ingredienti si contano sulle dita di una mano (si fa per dire), ma di varianti ne esistono parecchie. Quella Newyorkese è la più famosa. Prepararla è semplicissimo. Tagliate finemente i cavoli, la cipolla, la carota e mescolate insieme a tutto il resto. Lasciate riposare un’oretta e servite.
Ingredienti: ¼ di cavolo cappuccio bianco, ¼  di cavolo cappuccio rosso, ½ di cipolla, 1 carota, 3 cucchiai di maionese, 1 cucchiaio di senape di Digione, 2 cucchiai di yogurt bianco magro, 1 cucchiaio di aceto bianco, un pizzico di zucchero, sale, pepe.

mercoledì 6 maggio 2026

La Cavolata

"La cauladda"
Passendi calchi volta in Santa Giara,
una casa lu zelu giè m’ammenta,
e l’occi sò di mè cumari cara
e la cauladda  cun fiaggu d’ammenta.
Cumari m’ha imparaddu la ricetta:
dizi a piglia sasthizza e sasthizzoni,
fiancagliula e di lardhu bana fetta,
carri puschina e dui areccihoni boni,
Eba e i lu sali no fa calchi isbagliu.
Fattu lu brodu getta a foglia a foglia
la caula, e s’è cottapiglia lardhu
e fa lu pestu cun menta e cun l’agliu.
Lassala suffriggì; poi magna a voglia:
cun vinu bonu già ve bon’ismardhu.
 
“Thatharesu magna caula”, letteralmente “sassarese magnia cavoli”, è un celebre appellativo dialettale usato in Sardegna per indicare gli abitanti di Sassari, utilizzato principalmente come sfottò benevolo dagli altri sardi, ma raramente usato all’interno della città stessa. Non sempre usato come sbeffeggiamento o presa in giro, questo epiteto sottolinea l’identità e la vocazione contadina degli orti sassaresi. Una simpatica etichetta che ha radici profonde nell’economia cittadina. Un’eredità che va dal Medioevo fino agli inizi del novecento; quando i terreni del “sassarese” erano una delle principali zone di coltivazioni dell’isola. Nasce da qui la tradizione culinaria turritana particolarmente diffusa nei rioni storici, dove il cavolo era una risorsa povera ma centrale della cucina locale, che raccontava di una città che non esiste più. Non è quindi un caso che diversi piatti tipici della città, alcuni ormai meno in uso, siano spesso caratterizzati dalla presenza del cavolo. Un esempio è la “csuladda” (cavolata). Ahahahahah!!! La cavolata era un vero e proprio piatto tipico della città, fino almeno alla metà del novecento. Tanto che si ritrova in diversi ricettari, in stornelli e persino in alcune poesie. Gli ingredienti sono poveri, oltre al cavolo (da cui prende nome e ispirazione), sono: salsiccia, salsiccione, lardo, costata di manzo, pancia e orecchie del porco: il tutto condito con menta e aglio. Il procedimento è semplice, si fa il brodo con acqua, sale e i vari tipi di carne, e poi al momento giusto si buttano le foglie del cavolo verza. Un piatto da vero “sassaresu in ciabi”, caduto ormai in disuso e purtroppo sostituito, con l’aggiunta del finocchietto e della fabà (favata) o in alternativa dal fasgiòrudòndu (ceciata).Un vero peccato che non si facciano più le cavolate di una volta!!!

Buon Genetliaco Compagno N. A Zent'anni!!!

giovedì 30 aprile 2026

Playlist

Un viaggio tra luci basse, fumo nell’aria e palchi scricchiolanti. Un viaggio per chi beve lento, ascolta davvero e non ha fretta. Note morbide, improvvisazioni senza tempo, assolo sporchi, tanto sudore e notti storte. Tra classici intramontabili e sonorità più moderne, tra emozioni, libertà e creatività; ecco i cinquantacinque straordinari ritratti e gli Lp di cui Murakami parla nel suo libro e, tra gli altri, metteva su al “Peter Cat”. Rilassanti, malinconici, energici, sofisticati, complessi, lineari, ecc… ecc… Mettetevi comodi.
 
Chat Baker (1929-1988): Chat Baker Quartet, 1953
Benny Goodman (1090-1956): Goodman presents Eddie Sauter Arrangements, 1940
Charlie Parker (1920-1955): Bird & Diz, 1952
Fats Waller (1904-1943): Herb Geller Fire in the West, 1957
Art Blakey (1919-1990): Les Liaisons Dangereuses, 1958
Stan Getz (1927-1991): At Staryville Vol. 1, 1990
Billie Holiday (1915-1959): The Golden Years, 1962
Cab Galloway (1907-1994): Chu Barry and his Stampy Stevedores with the Cab Gallowey Orchestra, 1940
Charles Mingus (1922-1979): Pithecomthropus Erectus, 1956
Jack Teagarden (1905-1964): Bobby Hacket and his Jazz Band Coast Concert, 1955
Bill Evans (1929-1980): Waltz for Debby, 1962
Bix Beiderbecke (1903-1931): Bix Beiderbecke 1927-1929
Julian Cannonball Adderley (1928-1975): Cannonball Adderley Live, 1964
Duke Ellington (1899-1974): In a Melotone, 1940
Ella Fitzgerald (1918-1996): Ella and Louis Again, Vol 2, 1958
Miles Davis (1926-1991): “Four” and More, 1964
Charlie Christian (1916-1942):  Charlie Christian Memorial Album, 2020
Eric Dolphy (1928-1964): Out There, 1960
Count Basie (1904-1984): Basie in London, 1956
Gerry Mulligan (1927-1996): What is there to Stay?, 1959
Nat King Cole (1919-1965): After Midnight, 1956
Dizzy Gilespie (1917-1993): At Newport, 1957
Dexter Gordon (1923-1990): Homecoming – Live at the Village Vanguard, 1977
Louis Amstrong (1901-1971): A Portrait of Louis Amstrong, 1928
Thelonious Monk (1917-1982): 5 by Monk by 5, 1959
Lester Young (1909-1959): Pres and Teddy, 1956
Sonny Rollins (1930): The Bridge, 1962
Horace Silver: (1928-2014) Song for My Father, 1965
Anita O’Day (1919-2006): Anita O’Day at Mister Kelly’s, 1959
Modern Jazz Quartet: Concorde, 1956
Teddy Wilson (1912-1986): Mr. Wilson (The Fabulous Teddy Wilson at the Piano), 1979
Gleen Miller (1904-1944): Music Made Famous by Gleen Miller .Silver Jubilee Album, 1961
Wes Montgomery (1923-1968): Full House, 1962
Clifford Brown (1930-1956): Study in Brown, 1955
Ray Brown (1926-2002): Barney Keasel with Shelly Manne and Ray Brown. The Pool Winners, 1957
Mel Tormè (1925-1999): Olè Tormè! Mel Tormè Goes South of the Border with Billy May, 1959
Shelly Manne (1920-1984): Shelly Mane & his Man at The Black Hawk Vol.1, 1959
June Christy (1925-1990): Duet, 1955
Django Reinhardt (1910-1953): Djangology, 1949
Oscar Peterson (1925-2007): Nornan Granz Jazz at the Philharmonic Vol. 16, 1953
Omette Coleman (1930-2015): Town Hall, 1962
Lee Morgan (1938-1972): The Sidewinder, 1964
Jimmy Rushing (1901-1972): Little Jimmy Rushing and The Big Brass, 1958
Bobby Timmons (1935-1974): Art Blakey and the Jazz Messengers. A Night in Tunisia, 1961
Gene Krupa (1909-1973): Gene Krupa Plays Gerry Mulligan Arrangements, 1947
Herbie Hancock (1940): Maiden Voyage, 1966
Lionel Hampton (1908-2002): You Better Know It!!!, 1964
Herbie Mann (1930-2003): Windows Opened, 1968
Hoagy Carmichael (1899-1981): V-Disc Cats Party Vol 1 Featuring Hoagy Carmichael, 1975
Tony Bennet (1926-2023): The Ralph Sharon Trio. The Tony Bennet Song Back, 1965
Eddie Condon (1905-1973): Bixieland, 1955
Jackie & Roy: Saryville Presents Jackie & Roy, 1955
Art Pepper (1925-1982): Art Pepper Meets the Rhythm Section, 1957
Frank Sinatra (1915-1998): Swing Easy and Song for Young Lovers, 1953
Gil Evans (1912-1988): Helen Merill with Gil Evans Orchestra. Dreams of You, 1956

domenica 26 aprile 2026

al "Peter Cat"

Immaginate di trovarvi a Tokio. Immaginate una di quelle giornate perdute, una di quelle in cui vi sembra di aver superato un limite oltre il quale qualcosa cambia. Nella solitudine di un angolo della città, sentite della musica provenire da un piccolo bar. Sull’insegna al neon c’è scritto “Peter cat”*, è un Jazz Club. Incuriositi entrate. Arrivate al bancone, ordinate un Laphroaig e vi guardate intorno. Nella fumosa oscurità intravedete pochi tavoli, uno in particolare attira la vostra attenzione. Ci sono sedute due persone. Uno è Murakami Haruki, uno dei più famosi scrittori orientali del momento, l’altro è un ecclettico illustratore nipponico, Wada Makoto. Andate verso di loro, vi accomodate al tavolo e ascoltate rapiti i loro discorsi. Stupiti, scoprite di essere capitati tra le pagine di un libro. “Ritratti di Jazz” un piccolo brillante pamphlet, nato grazie alla collaborazione di due talenti dediti a forme d’arte diverse, ma complementari (scrittura e pittura), e accomunati da una viscerale passione per la musica Jazz. Scordatevi il classico romanzo di Murakami. Questo è un percorso appassionato, malinconico e personale dove in tono amichevole e coinvolgente ci regala preziose opinioni e curiosità, oltre a un’eccezionale Playlist. Cinquantacinque ritratti di musicisti che hanno scritto la storia del Jazz. Chat Baker (il mio preferito), Charlie Parker, Billie Holiday, Miles Davis, Duke Ellington, Thelonious Monk, John Coltraine, Luis Amstrong ….. sono solo alcuni dei complessi (ma neanche troppo) e appaganti ritratti che ci accompagnano in un viaggio unico e melodioso, ricamato dall’avvolgente penna di Murakami e dai disegni di Wada. Una piccola antologia in cui si capisce che la musica Jazz, spesso relegata a un ruolo di sottofondo in serate dall’atmosfera bohemien, è molto più complessa. Il groviglio di date, artisti, brani preziosi, album, performance storiche e stili diversi, è un cocktails perfetto anche per chi non conosce il mondo del Jazz. Per chi, grazie alla straordinaria capacità affabulatoria e la sottile malinconia dell’autore, desidera entrare in questo universo intimo e complesso. Buon ascolto.
 
*Peter Cat – Jazz Club: Nel 1974, molto prima del suo primo romanzo, un giovane Haruki, ossessionato dal Jazz, e sua moglie Yokò, aprirono un bar a Tokio (a  sud del confine, a ovest del sole). Il “Jazzu Kissa” (così si chiamano i jazz club in Giappone) che prese il nome dal loro animale domestico, era un piccolo spazio seminterrato, dove tra un bicchiere a l’altro; suonavano musicisti dal vivo e si mettevano dischi tutto il giorno e tutta la notte. Dopo il successo dei suoi primi libri Murakami, nel 1981, vendette la sua attività.  Ora al suo posto c’è un ristorante italiano.