"La cauladda"
Passendi calchi volta in Santa Giara,
una casa lu zelu giè m’ammenta,
e l’occi sò di mè cumari cara
e la cauladda cun fiaggu d’ammenta.
Cumari m’ha imparaddu la ricetta:
dizi a piglia sasthizza e sasthizzoni,
fiancagliula e di lardhu bana fetta,
carri puschina e dui areccihoni boni,
Eba e i lu sali no fa calchi isbagliu.
Fattu lu brodu getta a foglia a foglia
la caula, e s’è cottapiglia lardhu
e fa lu pestu cun menta e cun l’agliu.
Lassala suffriggì; poi magna a voglia:
cun vinu bonu già ve bon’ismardhu.
“Thatharesu magna caula”, letteralmente “sassarese magnia cavoli”, è un
celebre appellativo dialettale usato in Sardegna per indicare gli abitanti di
Sassari, utilizzato principalmente come sfottò benevolo dagli altri sardi, ma
raramente usato all’interno della città stessa. Non sempre usato come
sbeffeggiamento o presa in giro, questo epiteto sottolinea l’identità e la
vocazione contadina degli orti sassaresi. Una simpatica etichetta che ha radici
profonde nell’economia cittadina. Un’eredità che va dal Medioevo fino agli
inizi del novecento; quando i terreni del “sassarese” erano una delle
principali zone di coltivazioni dell’isola. Nasce da qui la tradizione
culinaria turritana particolarmente diffusa nei rioni storici, dove il cavolo
era una risorsa povera ma centrale della cucina locale, che raccontava di una
città che non esiste più. Non è quindi un caso che diversi piatti tipici della
città, alcuni ormai meno in uso, siano spesso caratterizzati dalla presenza del
cavolo. Un esempio è la “csuladda” (cavolata). Ahahahahah!!! La cavolata era un
vero e proprio piatto tipico della città, fino almeno alla metà del novecento.
Tanto che si ritrova in diversi ricettari, in stornelli e persino in alcune
poesie. Gli ingredienti sono poveri, oltre al cavolo (da cui prende nome e
ispirazione), sono: salsiccia, salsiccione, lardo, costata di manzo, pancia e
orecchie del porco: il tutto condito con menta e aglio. Il procedimento è semplice,
si fa il brodo con acqua, sale e i vari tipi di carne, e poi al momento giusto
si buttano le foglie del cavolo verza. Un piatto da vero “sassaresu in ciabi”, caduto ormai in disuso e purtroppo sostituito,
con l’aggiunta del finocchietto e della
fabà (favata) o in alternativa dal fasgiòrudòndu (ceciata).Un vero
peccato che non si facciano più le cavolate di una volta!!!
Passendi calchi volta in Santa Giara,
una casa lu zelu giè m’ammenta,
e l’occi sò di mè cumari cara
e la cauladda cun fiaggu d’ammenta.
Cumari m’ha imparaddu la ricetta:
dizi a piglia sasthizza e sasthizzoni,
fiancagliula e di lardhu bana fetta,
carri puschina e dui areccihoni boni,
Eba e i lu sali no fa calchi isbagliu.
Fattu lu brodu getta a foglia a foglia
la caula, e s’è cottapiglia lardhu
e fa lu pestu cun menta e cun l’agliu.
Lassala suffriggì; poi magna a voglia:
cun vinu bonu già ve bon’ismardhu.
Buon Genetliaco Compagno N. A Zent'anni!!!
