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mercoledì 13 maggio 2026

Un'altra cavolata (New York bullshit)

Quando Gavino arrivò a New York, l’inverno sembrava non finire mai. Il vento tra i palazzi gli tagliava il viso. Era cosi diverso dal maestrale che spesso imperversava per Sassari, che sapeva di mare e polvere calda, questo era glaciale, distaccato e inospittale. Gavino aveva vent’anni e conosceva pochissime parole d’inglese, ma aveva una memoria ostinata che non lo lasciava andare, e anche se quei palazzi sembravano scogli verticali la sua lontanissima Sassari appariva sempre molto vicina. All’inizio, lavorò dove capitava: lavapiatti, fattorino e anche commesso in un negozio cinese nel Queens. Le giornate scorrevano veloci, ma le sere erano sempre troppo lunghe. Gli mancava la pioggia, il rumore delle voci di piazza Tola, l’odore del pane dei fornai, il bregheghedè e le grida dell’acquedotto. Trovò lavoro in una tavola calda, dove tutto sapeva di fritto e carne bruciata. Un giorno mentre rassettava la cucina vide una cassetta piena di cavolo cappuccio che non se la passava tanto bene. Chiese se poteva prendere qualcuno, e quella sera da vero “magna caula”, a fine turno, tornò a casa con due cavoli sotto braccio. Li assaggiò, erano buoni ma troppo lontani dal quel sapore che conosceva fin troppo bene. Nel suo piccolo monolocale di Brooklyn, aprì il frigo; che tristezza!!! Era semi vuoto; una cipolla, un barattolino di yogurt, un vasetto aperto di senape, della maionese e una carota. Non si perse d’animo. Aveva i cavoli, e voleva creare qualcosa che fosse suo, qualcosa che gli parlasse di Sassari anche a migliaia di chilometri di distanza. Tagliò il cavolo molto finemente, così come la cipolla e la carota, ci aggiunse tre cucchiai di maionese, uno di senape e un pò di yogurt. Poi un pizzico di zucchero, sale, pepe e una generosa spruzzata di aceto che aveva trovato sotto il lavello. Mischio tutto. Quando l’assaggiò chiuse gli occhi, il cavolo richiamava vagamente Sassari, ma la sua città non gli apparve. Era ancora a New York. All’interno di quel “meltin’ pot” dove aveva scelto di vivere. Da quel giorno, ogni volta che la nostalgia diventava troppo pesante, Gavino preparava la sua insalata; prima solo per i colleghi di lavoro e poi anche per i clienti. Dentro una semplice ciotola creare quell’insalata lo aiutava a restare illeso dalla dura vita di emigrato, mescolare ciò che era stato con ciò che stava diventando, era abbastanza. Fu così che inventò la sua “cavolata” (coleslaw), dal gusto internazionale ma con un cuore sassarese.
 
Insalata Coleslaw: molto diffusa nel mondo anglosassone, e in modo particolare nella “Grande Mela”. Il nome deriva dall’olandese “koolslaw” (unione tra le parole “kool”, cavolo e “sla” abbreviazione di salad). Gli ingredienti si contano sulle dita di una mano (si fa per dire), ma di varianti ne esistono parecchie. Quella Newyorkese è la più famosa. Prepararla è semplicissimo. Tagliate finemente i cavoli, la cipolla, la carota e mescolate insieme a tutto il resto. Lasciate riposare un’oretta e servite.
Ingredienti: ¼ di cavolo cappuccio bianco, ¼  di cavolo cappuccio rosso, ½ di cipolla, 1 carota, 3 cucchiai di maionese, 1 cucchiaio di senape di Digione, 2 cucchiai di yogurt bianco magro, 1 cucchiaio di aceto bianco, un pizzico di zucchero, sale, pepe.

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