Quando Gavino arrivò a New York, l’inverno sembrava non finire mai. Il
vento tra i palazzi gli tagliava il viso. Era cosi diverso dal maestrale che
spesso imperversava per Sassari, che sapeva di mare e polvere calda, questo era
glaciale, distaccato e inospittale. Gavino aveva vent’anni e conosceva
pochissime parole d’inglese, ma aveva una memoria ostinata che non lo lasciava
andare, e anche se quei palazzi sembravano scogli verticali la sua lontanissima
Sassari appariva sempre molto vicina. All’inizio, lavorò dove capitava:
lavapiatti, fattorino e anche commesso in un negozio cinese nel Queens. Le
giornate scorrevano veloci, ma le sere erano sempre troppo lunghe. Gli mancava
la pioggia, il rumore delle voci di piazza Tola, l’odore del pane dei fornai, il
bregheghedè e le grida dell’acquedotto. Trovò lavoro in una tavola calda, dove
tutto sapeva di fritto e carne bruciata. Un giorno mentre rassettava la cucina
vide una cassetta piena di cavolo cappuccio che non se la passava tanto bene.
Chiese se poteva prendere qualcuno, e quella sera da vero “magna caula”, a fine turno, tornò a casa con due cavoli sotto
braccio. Li assaggiò, erano buoni ma troppo lontani dal quel sapore che
conosceva fin troppo bene. Nel suo piccolo monolocale di Brooklyn, aprì il
frigo; che tristezza!!! Era semi vuoto; una cipolla, un barattolino di yogurt,
un vasetto aperto di senape, della maionese e una carota. Non si perse d’animo.
Aveva i cavoli, e voleva creare qualcosa che fosse suo, qualcosa che gli
parlasse di Sassari anche a migliaia di chilometri di distanza. Tagliò il
cavolo molto finemente, così come la cipolla e la carota, ci aggiunse tre
cucchiai di maionese, uno di senape e un pò di yogurt. Poi un pizzico di
zucchero, sale, pepe e una generosa spruzzata di aceto che aveva trovato sotto
il lavello. Mischio tutto. Quando l’assaggiò chiuse gli occhi, il cavolo
richiamava vagamente Sassari, ma la sua città non gli apparve. Era ancora a New
York. All’interno di quel “meltin’ pot” dove aveva scelto di vivere. Da quel
giorno, ogni volta che la nostalgia diventava troppo pesante, Gavino preparava
la sua insalata; prima solo per i colleghi di lavoro e poi anche per i clienti.
Dentro una semplice ciotola creare quell’insalata lo aiutava a restare illeso
dalla dura vita di emigrato, mescolare ciò che era stato con ciò che stava
diventando, era abbastanza. Fu così che inventò la sua “cavolata” (coleslaw),
dal gusto internazionale ma con un cuore sassarese.
Insalata Coleslaw: molto diffusa nel mondo
anglosassone, e in modo particolare nella “Grande Mela”. Il nome deriva
dall’olandese “koolslaw” (unione tra le parole “kool”, cavolo e “sla” abbreviazione
di salad). Gli ingredienti si contano sulle dita di una mano (si fa per dire),
ma di varianti ne esistono parecchie. Quella Newyorkese è la più famosa. Prepararla
è semplicissimo. Tagliate finemente i cavoli, la cipolla, la carota e mescolate
insieme a tutto il resto. Lasciate riposare un’oretta e servite.
Ingredienti: ¼ di cavolo cappuccio bianco, ¼ di cavolo cappuccio rosso, ½ di cipolla, 1
carota, 3 cucchiai di maionese, 1 cucchiaio di senape di Digione, 2 cucchiai di
yogurt bianco magro, 1 cucchiaio di aceto bianco, un pizzico di zucchero, sale,
pepe.
- Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRrossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, lE d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Heminguay, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued
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