• Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRrossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, lE d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Heminguay, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued
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domenica 7 giugno 2026

Mitteleuropa express

   Mitteleuropea: Dal tedesco “mitteleuropea” (europa di mezzo) indica non solo una collocazione geografica, ma soprattutto una complessa identità storico-culturale. Un’eredità spirituale e sociale dei territoti che storicamente facevano parte dell’impero Austro-Ungarico. Un crocevia di popoli, religioni e lingue (tedesco, yiddish, slavo, ungherese e italiano) che ha generato una civiltà plurale e cosmopolita.

     Trieste: Capoluogo della regione Friuli Venezia Giulia, affaciata sull’omonimo golfo fra la penisola italiana e Istria. Antico e vivace sbocco sul mare Adriatico dell’impero Austro-Ungarico. Coordinate: 45° 39’01”N – 13°46’13”E. Altitudine 2m sul livello del mare. Abitanti 198553 (triestini).

 
Giorno uno.
Dopo il complicato arrivo in albergo a notte fonda del giorno precedente, il risveglio è pigro, pigrissimo, quasi letargico. Incontriamo il Gruppo Padova e ci dirigiamo in una fornitissima bakery vicina all'hotel. Dopo una più che soddisfacente colazione e il recupero della macchina a noleggio, diamo il via alla tre giorni. Aperetivo a Muggia (1), dove in un minuscolo baretto, Il “Cantuccio”, trascorriamo il tempo bevendo (tanto) e sparando cazzate (tanto per cambiare). Si fa ora di pranzo. Ci mettiamo in macchina. Il confine a soli 5 minuti lo attraversiamo senza accorgerci dell’espatrio, passando tra piccoli borghi e stradine incastonate tra i boschi. Arriviamo nel paesino di Kozina, dove ci aspettano per il pranzo da “Mahnic” (2), una trattoria slovena col proprio birrificio. E’ Natale e non lo sapevo? Iniziamo il pranzo con un paio di vassoi di antipasti locali (che fai? Te ne privi?) e poi parte il massacro. Carne. Birra. Carne. Birra. Carne e ancora birra. Arrosto misto, stinco, Ljubijanska e i cevapcici (3), tipiche salsiccette slovene.  Ancora altra birra e un altro ettolitro (non si sa mai che ci disidratiamo). Prima di riprendere la zingarata oltre confine, ci concediamo un numero imprecisato di palacinke (4), il caffè e un digestivo carsico di cui non ricordo il nome (che ciccioni). Via verso San Carsiano per digerire tra le verdi vallate slovene. Un piccolo momento di svago prima di rientrare a Trisete. Un gin tonic all’Harry’s Piccolo, in piazza Unità d’Italia, e poi altri duecento litri di birra sul canal vecio, aspettando l’ora di cena. Che arriva troppo presto, siamo ancora abbastanza ingolfati dal pranzo e dalla birra. Che nonostante tutto affrontiamo con energico e ligio ardore. Siamo “da Rudy” (5). Storica trattoria Buffet triestina. Che si mangia qui? Carne. Cosa beviamo? Birra. Ahahahahah!!! Che strano!!! Tra bolliti, Gulash, l’immancabile Ljubijanska, patete e crauti, superiamo indenni anche la cena. Due passi tra la colorata movida triestina, un paio di gin tonic, le ultime cazzate (non mancano mai) e siamo pronti per rientrare in albergo e svenire sul letto.
 
Giorno due.
Anche il risveglio del secondo giorno è lento. Con tutta calma ci prepariamo, e alla spicciolata ci incontriamo tutti per la colazione. Siamo stanchi e leggermente rallentati (chissà perche?). Direzione centro città. La giornata è bella. Tavolino all’aperto e sole caldo fanno il resto. Bivacchiamo al bar fino all’ora di pranzo. Prendiamo le macchine per la nostra destinazione. Ancora una volta il paesaggio cambia radicalmente, saliamo verso il rione di San Giovanni, e in soli 5 minuti passiamo dal mare alla montagna. Oggi pranzo da “Suban” (6), dove ininterrottamente dal 1865, triestini e non solo, si deliziano con la cucina tradizionale mitteleuropea. Che fai non la provi? Polentina con uovo in camicia, carciofi dorati e bacon croccante, a seguire fusi all’istriana con spezzatino di gallina, l’immancabile Goulash al profumo di kummel (erba aromatica tipica della zona) e finisco con un gelato al fior di latte con asparagi e olio alla menta (strepitoso). Potrei rotolare giù fino in centro!!! Nel pomeriggio ci rilassiamo un po’, perché ci aspetta la cena. Ahahahahah!!! Ritorniamo a Muggia, per fare due passi nel borgo, un aperetivo e la cena. Visto che siamo sul mare per una volta tralasciamo i succulenti piatti di carne e scegliamo un ristorantino sul Mondracchio (porticciolo nascosto), che cucina roba che vive in acqua salata. Il “Sal de mar” (7) è un piccolo ristorantino molto carino, dedicato ai sapori del mare. Proprio quello che ci vuole per dare tregua ai nostri sanguinosi palati. Cenetta tranquilla, rilassante e tanto per cambiare abbondante. Fuori piove leggermente ma le nuvole minacciose esigono tempesta. Torniamo in hotel e ancora una volta sveniamo sul letto.
 
Giorno tre.
Nonostante abbia piovuto gran parte della notte anche al risveglio il cielo appare minaccioso, con la solita flemma che ormai contraddistingue tutte le nostre mattine andiamo a fare colazione al solito bakery poco distante dalla hotel. Il nostro volo è tardi, abbiamo quindi tutta la giornata da riempire. Andiamo in centro per dedicarci alla parte culturale del viaggio tralasciata per cibo e alcool. Visitiamo nell’ordine una mostra sul “Modernismo” triestino e poi un bel giretto al museo di arte moderna; ma inevitabilmente si fa ora dell’aperetivo. Senza pensarci troppo ci fiondiamo al “Cafè degli Specchi”. Gin tonic, americano e mojito ci allietano fino all’ora di pranzo, in questo famosissimo cafè storico (8). Decidiamo per una volta di evitare ristoranti vegani e optiamo per panino, rigorosamente col San Daniele, e birretta, consumati amabilmente sulla panchina di un giardinetto nel centro di Trieste. Andiamo a prendere il caffè? Ok dove? Dai qui c’è un altro Cafè storico. Andiamo al “Tommaseo” dove accompagnamo il caffè con delle belle fette di torta (io prendo la sacher). Si chiacchera delle diverse visioni della vita, come un tempo che fù, come quando in questi Cafè si potevano incontrare Umberto Saba, Italo Svevo, James Joyce o perché no l’imperatrice Sissi. Si avvicina l’ora della partenza, ma prima arriviamo risalendo alla cattedrale di San Giusto, su una delle colline più alte della città. Ci godiamo l’ultima birretta triestina osservando il magnifico panorama sul golfo e su una città diversa; per la sua anima, le sue atmosfere, tra colline carsiche e mar Mediterraneo, così viva, ricca e dinamica, ma anche silenziosa, elegante senza ostentazione. Un ponte tra Occidente e Mitteleuropa.  Un posto che sa di mare e di caffè. Un posto che mi dispiace lasciare.
 
(1)   Muggia: Piccolissimo borgo marinaro sulla penisola d’Istria, incastonato tra il golfo di Trieste e le colline carsiche; dove si mescolano influenze, triestine, istriane, slovene e quel tocco di “Serenissima” che da queste parti non manca mai. Muggia è la “Portizza”, detta anche “Porta di Ponente”.  
(2)   Mahnic: Trattoria conosciuta per le sue specialità a base di carne e birra. Gulash, salsicce, stinco, ecc… ecc.. e una buona gamma di boccali freschi di birre fatte in casa da loro stessi. Fantastico. Kolodvorska 4, 6240 Kozina – Slovenia. 
(3)   Cevapcici: Salsicce slovene. Eccellenza protetta della cucina prodotte con carne di maiale di alta qualità, pancetta, sale, aglio, pepe e poi leggermente affumicate.
(4)   Palacinka: Dolce tipico diffuso a Istria, Trieste, Slovenia e dintorni. Fatta con uova, latte, farina, zucchero, sale e una tonnellata di marmellata. Molto simile alle crepes francesi.
(5)   Buffet birreria da Rudy: Una delle trattorie più famose della città, dove è possibile gustare un’ampia varietà di piatti tipici della tradizione Triestina. Porzioni abbondanti e un’ambiente  accogliente e familiare. Consigliatissimo. Via Valdirivio 32, 34122 Trieste.
(6)   Antica trattoria da Suban: Nata nel 1865 e gestita solo e unicamente da generazioni della famiglia Suban. Punto di riferimento per gustare i sapori della cucina di carne tipici della tradizione mitteleuropea e della cultura locale. Via Emilio Comici 2, 34122 Trieste.
(7)   Sal de Mar: Ristorante situato sul fortino veneziano che da oltre 300 anni cinge e protegge il Mandracchio di Muggia. Ex magazziono del sale con mura di oltre 2 metri che dovevano proteggere uno dei beni più preziosi della Serenissima. Da più di un secolo ristorante dedicato ai sapori del mare del nord adriatico. Largo Nazario Sauro 10, 34015 Muggia – TS.
(8)   Cafè storici triestini: Punti di ritrovo e di riferimento della città. Veri e propri salotti dove poter prendere una pausa, leggere un libro, sfogliare un giornale o poter discutere di letteratura e politica. Entrare in ognuno di questi cafè e come fare un salto indietro nel tempo (si spende meno che in qualsiasi bar di Sassari).

mercoledì 25 febbraio 2026

Lo Zen e l'arte di preparare un risotto

Zèn: s.m.
Dal giapponese Zen (meditazione). E’ una scuola del buddismo (Mahayana), nata in Cina e sviluppatasi in Giappone, focalizzata sulla meditazione seduta (Zazen) per raggiungere l’illuminazione e la consapevolezza del momento presente (qui e ora). Essere “Zen” nel linguaggio comune indica una persona calma, tranquilla e capace di mantenere la serenità, volta a ritrovare la propria vera natura, attraverso l’esperienza e vivendo in armonia con il flusso dell’universo (porco  dio, bestemmio troppo per essere zen).
 
E’ un grande classico della cucina italiana, ma non è solo un piatto, a mio modo di vedere, il risotto è una vera e propria forma d’arte culinaria; capace di mettere d’accordo tutti. Un sapiente mix tra la semplicità della tradizione popolare e la raffinatezza dei piatti più elaborati. Prepararlo è un piccolo rito. Prima di ogni cosa mettete su un po’ di musica (stimola sicuramente). Richiede attenzione, pazienza e sensibilità, qualità che col tempo ho imparato a sviluppare (mmmhhh!!!), come quando dipingo, come se il risotto fosse una creazione nata nel mio studio artistico (si fa per dire). Alla base ci sono pochi ingredienti; riso, brodo, cipolla, burro (ma io ne uso veramente poco e non sempre) e formaggio. Tuttavia, proprio come quando realizzo un quadro, è il modo come questi elementi vengono trattati a fare la differenza. Partiamo dalla scelta del riso, io uso il carnaroli. Ogni chicco deve rimanere consistente senza perdere la sua cremosità. Per questo motivo va tostato, anche se spesso questo passaggio è sottovalutato, ma è indispensabile per sigillare il chicco, preparandolo all’assorbimento del brodo; che dev’essere caldo e mai versato tutto insieme. Gradualmente, poco alla volta e girato con cura. Un gesto ripetuto che richiede tempo. Non si può avere fretta davanti alla pentola. Sono io che mi devo adeguare al riso, non il contrario. Bisogna restare li, mescolare, aspettare e ascoltare il suo lento cambiamento. All’inizio i chicchi sembrano freddi e distanti, non ti danno confidenza, ma un po’ alla volta, con il calore di ogni mestolo di brodo, iniziano a prendere vita. Un semplice gesto che cambia il risotto, rendendolo sempre più morbido e unito. E’ un momento silenzioso basato solo sul presente. Se smetti di girare e distogli la dovuta attenzione, lui se ne accorge; si attacca e si rovina. E’ un piccolo insegnamento: “le cose fatte bene hanno bisogno di attenzione e cura”. Lo si piò preparare come si vuole. Ognuno lo può interpretare come vuole, a seconda dei gusti, della stagionalità dei prodotti o del luogo, ecc… ecc.. Ognuno lo personalizza come vuole, con ciò che ama, alla milanese, con i funghi, al radicchio, con le pere, fino alle varianti di mare. Un’identità nazional-popolare che mette d’accordo tutti. Quando arriva il momento della mantecatura (rigorosamente fuori dal fuoco) il risotto è finalmente pronto. L’ultima pennellata si dà proprio col formaggio o col burro (per quelli di mare un filo d’olio) che si sciolgono lentamente, regalandoci il premio per la nostra dedizione; cremosità e armonia. Non facciamolo raffreddare!!!

venerdì 14 novembre 2025

..... sienteme mò, sienteme a mme, siente a 'O Zulù .....

Cinque giorni scarsi. E’ il tempo che ho impiegato per leggere “Vocazione Rivoluzionaria”, l’autobiografia (mai autorizzata) di Luca Persico. Luca chi? ‘O Zulù, quello dei 99 posse. Aaahhhhh!!! Era dai tempi di “Open” di Andrà Agassi che un’autobiografia non mi coinvolgesse così tanto. Mi è dispiaciuto tanto finirla, avrei voluto tanto leggere ancora aneddoti e vicende di un’anima così inquieta e intensa. E si, lo storico frontman dei 99 posse (band che ho sempre amato) mi ha coinvolto pienamente nella sua complessa vita di musicista, attivista, militante, artista e uomo. Una vita intera come sbirri di frontiera in un paese neutrale ….. dove si intrecciano ingiustizia e bellezza, tradizione e ribellione, musica e poesia. Dai primi movimenti giovanili fino alla scoperta della scrittura, dall’officina alla musica dei 99 posse, dalla denuncia sociale agli scontri in piazza, dall’esigenza collettiva di un’identità al rifiuto del mainstream, passando per la denuncia e l’antagonismo. Una forma di resistenza attuata per combattere contro le diseguaglianze e i soprusi, per dare voce a chi voce non ne ha. Palchi, centri sociali, viaggi (tantissimi), incontri (tantissimi pure quelli), scontri, successo e notorietà, ma anche conflitti, responsabilità, alienazione, droga e cadute. Che cazzo di vita affascinante. E poi il bisogno di ritrovare una propria autentica e autonoma identità senza paura di nascondere le fragilià personali. Diretto e incisivo come la sua voce e la sua personalità. ‘O Zulù, anzi Luca (anche se non ci conosciamo), Ci regala una gran bella narrazione, di battaglie dure e realistiche (….. tante mazzate pigliate, tante mazzate pigliate. Tante mazzate, ma tante mazzate pigliate. Ma una buona l’aimmo data …..), fino a un meritato rinnovamento personale. Un avvincente e intimo viaggio che batte, in cassa dritta, al tempo di emozioni, politica e suoni “vio-lenti”. Per chi, come me, è cresciuto ascoltando i 99 posse, e ha avuto anche il piacere di goderseli dal vivo, questa brutale autobiografia crea una intima connessione che va ben oltre gli ideali condivisi. “Vocazione Rivoluzionaria” è un intenso viaggio all’insegna della musica e dell’antifascismo. Una strada che per quanto dura, amara e difficile sia, vale sempre la pena percorrere. Bellissima “ ..… la versione integrale dei tuoi pensieri ….. ” Grazie Zulù, anzi grazie Luca.


martedì 15 luglio 2025

L'ultimo romantico guerriglièro

Oggi vi racconto una storia …..
Torniamo indietro negli anni 30’. L’Uruguay è una piccola repubblica modello, fucina laica del welfare sudamericano. Ha abolito la pena di morte, legalizzato il divorzio, garantito l’istruzione gratuita, costruito uno stato sociale tra i più avanzati dell’epoca. Montevideo si afferma come capitale culturale e portuale. Crocevia di fermento intellettuale, tango, passioni e migranti in fuga dalle guerre. E in quel paese promettente, attraversato dagli echi di una ottimista modernità, che nel 1935 nasce Josè Mujica. Cresce nel quartiere “Paso de la Arena”, tra serre di fiori, povertà e rigore familiare. Il padre, piccolo agricoltore di origine basca muore presto. La madre, figlia d’immigranti italiani, tiene in piedi la baracca, educandolo alla responsabilità. Pepe conosce fin da bambino il lavoro della terra, impara a vivere con poco e osserva il mondo con occhi critici. A scuola sfoglia riviste anarchiche, si avvicina alla cultura libertaria e respira l’inquietudine dei sobborghi. Quando varca la soglia del liceo “Balzà”, non ha ancora deciso se sarà un fioraio o un ribelle. Negli anni 60’ quel paese, un tempo accogliente, comincia a chiudersi. Sotto la superficie si muovono idee politiche avverse, il cui scontro provoca una scossa reazionaria che incrina le fondamenta del sistema democratico. Qualcosa inizia a scricchiolare. La pressione internazionale, in particolare quella degli stati uniti (sempre loro, pezzi di merda), timorosi dell’influenza cubana e sovietica nel continente, si traduce in un sostegno alle forze reazionarie. L’elitè economica uruguayana, impaurita dalle conquiste sindacali e dalle rivendicazioni dei lavoratori; spinge perché si affermi uno stato autoritario che difenda i propri interessi. Trova spazio così il neoliberismo. Un modello economico che, sotto la finta retorica della modernizzazione e del libero mercato, smantella le tutele sociali rafforzando le diseguaglianze. In questa cornice, agli albori degli anni 60’ nasce il “Movimento de Liberacion National Tupamarus” (MLN). L’organizzazione, fondata dal rivoluzionario Raul Sendic, emerge tra i lavoratori della canna da zucchero e si espande fino a diventare una struttura capillare con colonne militanti nelle città e nelle campagne. Mujica, ex militante del MIR (un gruppo socialista radicale), vi aderisce e assume il nome di “Facundo”. Il termine “Tupamaros” viene scelto per rivendicare l’eredità di Tupac Amaru II, il meticcio andino che nel 18esimo secolo, guidò la più grande rivolta indigena contro il dominio coloniale spagnolo; prima di essere giustiziato a Cuzco, nel 1781, Tupac Amaru disse: “tornerò e sarò milioni”. I Tupamaros colpiscono obiettivi simbolici, banche, casinò, finanziarie corrotte. Come moderni Robin Hood, distribuiscono i bottini nei quartieri popolari della metropoli rioplatense. S’infiltrano in strutture del potere economico e denunciano pubblicamente trame di corruzione. Josè Mujica partecipa ad azioni memorabili, tra cui l’assalto alla finanziaria “Monty” dove sequestrano documenti rivelatori di evasione fiscale, riciclaggio e corruzione, lasciando poi quelle carte girare per le strade. Facundo prende parte anche alla celebre interruzione della radiocronaca della finale di calcio della Coppa Libertadores (tra Il National e l’Estudiantes del la Plata), per diffondere un messaggio di denuncia della repressione, esortando la popolazione a unirsi alla lotta per la giustizia sociale. Finchè non cadono le prime vittime della resistenza, il consenso per il movimento MLN è diffuso oltre modo; ma più diventano famosi più la loro rete segreta si indebolisce fino a rimanere del tutto scoperta. Nel 1970 Mujica viene arrestato per la prima volta, ma riesce a evadere. Catturato nuovamente partecipa alla spettacolare fuga del 1971 da “Punta Carretas”. 106 detenuti, tra cui i principali leaders Tupamaros, fuggono attraverso un tunnel scavato sotto terra. L’operazione è chiamata “el abuso”, rimane una delle più audaci evasioni della storia contemporanea. Ma nel 72’ con l’intensificarsi della violenza istituzionale, viene arrestato definitivamente. Mujica diventa con altri 8 leaders un ostaggio permanente, “Los Rehenes”. Il governo minaccia apertamente che qualora fossero state compiute nuove azioni da parte dell’MLN, gli 8 sarebbero stati uccisi. Per 13 anni, Mujica e i suoi vivono una condizione di isolamento, torture psicologiche, privazione di igiene, cibo e cure. Sette di questi anni li passano sotto terra, in celle verticali e strette senza illuminazione. Vengono spostati continuamente, separati, picchiati, privati del sonno, della luce, della comunicazione. Passano settimane senza sapere chi di loro sia ancora vivo, nè che giorno sia. Mujica soffre di allucinazioni uditive, di un costante ronzio alle orecchie che attribuisce a un registratore immaginario; sente di essere spiato notte e giorno, convinto che persino la sua mente sia sotto sorveglianza. L’isolamento lo spinge a inventarsi strategie di sopravvivenza mentale. Ha raccontato di aver nutrito le formiche con la mollica del pane per avere un senso di relazione, di aver conversato a lungo con ragni per non impazzire, di aver sognato che la carta igienica fosse un giornale per avere la consapevolezza di sapere cosa accadesse fuori da quel non luogo.  L’Uruguay intanto precipita in una dittatura civico-militare sostenuta dalle forze armate. Dopo lo scioglimento del parlamento da parte del Presidente Bordaberry, i militari occupano le istituzioni, censurano la stampa e instaurano un clima di terrore sistematico. In relazione a ciò intere città scendono in piazza e scioperano, fabbriche e scuole vengono occupate. La Resistenza dilaga. La risposta non si fa attendere ed è brutale. Oltre 10mila arresti politici, torture, prigionie senza processo, persecuzioni familiari. I bambini nati in carcere restano rinchiusi con le madri. Le famiglie dei detenuti vengono perseguitate, punite, minacciate. Il piano è preciso, non eliminare fisicamente gli oppositori (come accadeva in Argentina durante il così detto “Processo di riorganizacion national”), ma annientarli psicologicamente. Molti carcerieri diranno: “Non potevamo ucciderli, li abbiamo fatti impazzire”. Mujaca dirà che l’Uruguay aveva interiorizzato, fin dai tempi di Battle Y Ordònez (padre dello stato sociale laico), un senso etico, per quanto distorto della vita umana. In Uruguay afferma: “La vita valeva molto”. Un formalismo deontologico che salva il corpo ma può annientare le menti. Dopo anni di “carcere speciale” come pedagogia alla paura, quando ai detenuti viene finalmente concessa qualche ora d’aria, il primo contatto visivo con i compagni è devastante, non si riconoscono tra loro. Il 27 novembre 1983, mezzo milione di persone scende in piazza, sventolando bandiere, cantando inni proibiti e declamando un proclama per la democrazia. E’ fatta!!! Josè e gli altri ostaggi sono tra gli ultimi a essere scagionati. E’ il 10 marzo 1985. Quando Pepe esce ha quasi 50 anni, è consumato dalla solitudine e dalla mal nutrizione ma è incredibilmente lucido. Contribuisce al ritorno della sinistra legale e ritorna a vivere con la donna che ama, Lucia Topolansky (anche lei guerrigliera ed ex detenuta). Nel 1995 entra in parlamento in jeans e giacca a vento. La notte del 29 novembre del 2009 a Montevideo , davanti a una folla immensa, Josè Mujica, dopo la vittoria elettorale che lo consacra presidente del suo paese, sale sul palco e pronuncia parole che rovesciano ogni gerarchia simbolica. Dice: “Dovreste esser voi su questo palco e noi in basso ad applaudirvi”. Respinge il rancore, “Abbiamo eletto un Governo non un padrone delle verità”. Riconosce le sue contradizioni e quelle del paese e invita a fare un passo alla volta. Durante il suo mandato sorprende il mondo guidando una stagione di riforme sociali senza precedenti. Legalizza la cannabis, il matrimonio egualitario, l’aborto e l’adozione per coppie omosessuali. Potenzia la scuola pubblica con il piano Ceibal, garantendo l’accesso universale alla tecnologia. Partecipa sin da subito a progetti di edilizia popolare per costruire case dignitose con e per le famiglie in povertà estrema. Amplia i programmi d’inclusione sociale, mantenendo sempre un profilo sobrio, conservando uno stile di vita austero e coerente. Rinuncia al palazzo, al salario presidenziale, alle convenzioni. Niente lusso. Continua a vivere nella sua casa di campagna con Lucia e dimentica sovente di tenere il cellulare vicino nonostante la carica. Immerso nella cura del suo giardino, ignaro che i suoi collaboratori lo stiano cercando per qualche incontro ufficiale. Ahahahahah!!! Fantasticooo!!! Mentre la società globale osserva con stupore questo presidente contadino, l’Uruguay si trasforma in un modello progressista per tutta l’America latina. Eppure resta una figura controversa, chi lo considera troppo radicale e chi di essere troppo indulgente nei confronti degli autori di crimini durante la dittatura. Parlando di remissione dice: “il perdono non può essere una sentenza dello Stato, ma solo una scelta intina di chi ha subito il male”. Nel 2012, mentre i leaders globali parlano di crescita e competività, dal podio delle Nazioni Unite denuncia la società moderna, parlando di felicità, di sobrietà e di tempo. “Lavorare per consumare e consumare per esistere, mentre il Tempo, vera misura della Libertà, viene barattato per oggetti il cui possesso è privo di senso. Siamo nati per essere felici, non per essere eterni consumatori”. Nel 2014 accoglie nel paese intere famiglie siriane fuggite dalla guerra ed ex detenuti di Guantanamo, in nome della solidarietà e dalla tradizione uruguayana dell’accoglienza. Josè Pepe Mujica, il rivoluzionario diventato presidente, è scomparso il 13 maggio di quest’anno (2025), all’età di 89 anni. Questa è la sua storia. La storia di un uomo che ha attraversato l’abisso senza diventare oscurità. Che ha risposto alla violenza col romanticismo delle sue idee. Un uomo che è tornato per “essere milioni”.

lunedì 26 maggio 2025

Chiedo il permesso di rinascere

di Pablo Neruda
 
Ora lasciatemi in pace.
Ora, abituatevi alla mia assenza.
Io chiuderò gli occhi
E dirò solo cinque cose,
cinque radici perfette.
 
Una è l’amore senza fine.
La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.
 
La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.
 
La quarta cosa è l’estate
Rotonda come l’anguria.
 
La quinta sono i tuoi occhi.
Non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi
guardi:
io tramuto la primavere
affinchè tu continui a guardarmi.
 
Amici, questo è quanto voglio.
E’ quasi nulla ed è quasi tutto.
 
Ora se volete andatevene.
Ho vissuto tanto che un giorno
Dovreste per forza dimenticarmi,
cancellarmi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.
Ma perché chiedo silenzio
Non crediate che io muoia:
mi accede tutto il contrario:
succede che sto per vivere.
Mai sentito così sonoro,
mai avuto tanti baci.
Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.
 
Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.

martedì 17 dicembre 2024

Tinissima

Tina: emigrante, operaia, attrice, fotografa, antifascista, militante, comunista, perseguitata, esule. Questi sono solo una parte degli aggettivi che userei per descrivere Tina Modotti. Ce ne sarebbero molti altri come: artista, coraggiosa, impegnata, avanguardista ecc… ec.. Come sono arrivato a lei? Come sono arrivato alla sua arte? Come sono arrivato a inserirla nella lista delle cose “per cui vale la pena vivere”? Leggendo ovviamente. Andiamo per gradi. Il primo incontro con Tina, lo ebbi quando ero molto giovane. Vidi una sua mostra fotografica, proprio qui a Sassari, ne rimasi colpito. Quelle sue foto in bianco e nero scattate in Messico, avevano qualcosa di strano, per alcuni versi ne ero colpito e mi intrigavano, ma allo stesso tempo pensavo, potrei farle anche io. Un giudizio molto superficiale. Comunque uno “strano” che mi attraeva. Solo in tempi più maturi, appassionandomi alla fotografia, ho capito che le avrei dovute valutare in maniera diversa. Esaminando meglio l’epoca storica, il mezzo fotografico e l’ambiente in cui venivano realizzate. Insomma un approfondimento più specifico e preciso di quei primi piani e quelle prospettive al limite. Anni dopo parlando con un’amica (R.C.), molto più capace di me con la macchina fotografica, abbiamo iniziato a parlare di “Tinissima”. Mi ha consigliato il libro di Pino Cacucci, per poter capire meglio la straordinaria vita di questa donna; piena di forza e indipendenza ma anche fragile, fuggevole e sognatrice. Ok lo leggerò!!! Detto, fatto. E cosi ecco che la strada di Tina si incrocia nuovamente con la mia. Ho letteralmente amato quelle pagine. Ho scoperto cose nuove e affascinanti, cose che ignoravo di una vita così piena, avvincente e complicata. Una biografia eccezionale. Fin dalla nascita avvenuta a Udine nel 1896, in una famiglia modesta e numerosa. Le difficoltà da emigrante negli Stati Uniti, fino al successo come attrice nei primissimi film muti di Hollywood, grazie al suo straordinario fascino e una bellezza fuori di canoni dell’epoca. I suoi amori e l’incontro fondamentale con Edward Weston. Il trasferimento in Messico, l’adesione al partito Comunista Messicano. La dedizione alla fotografia e all’avanguardia artistica. La ingiusta persecuzione Fascista. L’attivismo rivoluzionario. Continuando con la sua vita da esule tra Mosca, Parigi e Berlino. Le amicizie con Neruda, Riviera, Frida Kalo, Robert Capra, Hemminguay e Majakovskij. Fino alla partecipazione alla guerra rivoluzionaria spagnola. Per concludere con la sua “strana” morte, nel 1946, avvenuta su un taxi a città del Messico. Wow che donna!!! Sempre diversa, ma sempre lei. L’emigrante, l’operaia, l’attrice, la fotografa, l’antifascista, la militante, la comunista, la  perseguitata, l’esule. Tinissima …..

lunedì 12 febbraio 2018

Just can't get enough

When I’m with you baby, i got out of my head. And just can’t get enough. And just can’t get enough. All the things you do to me, and every thing you said, I just can’t get enough. I just can’t get enough. When slip and slide as we fall in love. And just can’t seem to get enough of. When walk together, when walking down the street. And just can’t get enough. And just can’t get enough. Every time I think of you, I know we have to meet. And I just can’t gei enough. Just can’t get enough. It’s getting hotter. It’s a burning love. And just can’t seem to get enough of. And just can’t seem to get enough. And just can’t seem to get enough. And when it rains. You’re shining down for me. And just can’t get enough. And just can’t get enough. Just like a rainbow. You know you set me free. And just can’t seem to get enough. And just can’t seem to get enough. You’re like an angel. And you give me your love. And just can’t seem to get enough of. I just can’t get enough ……
Depeche Mode - 1981

Tempera acrilica su tela 50x70 cm

sabato 2 settembre 2017

Summer words

Amici [a-mi-ci] p.m.
·       Chi ha un rapporto di affetto e stima con qualcuno; i cari a. del mare, a. fraterni, a. intimi.
·       Persone conosciute che non si vogliono nominare (#nofànomi) generalmente in condizioni scherzose o ironiche; ero in barca con a., i soliti a. rompiballe della Mardinedda.
·       Chi ha un’inclinazione ho prova interesse per qualcosa; gli a. del tramonto alla Marinedda, gli a. della festa della birra.

#pensionemarinedda #siamobruttepersone #vivigliobeneancheserompeteilcazzo #supermegafriends

Barca [bar-ca] s.f.
·       Imbarcazione da diporto rigorosamente a vela (no ai ferri da stiro); vieni a fare un giro in b.?, stiamo tre giorni in b. e dormiamo alla Pelosa, io gestisco la cambusa della b., su questa b. si mangia e si beve un bè!, su questa b. siamo ingrassati.
·       Essere tutti sulla stessa barca, trovarsi nella stessa condizione: perché il motore di questa b. non va?, che cazzo è successo su questa b., qualcuno ha toccato qualcosa su questa b.?, il  problema sulla b. è stato risolto! Apri una birra!, prima o poi mollo tutto e giro il mondo in b. a vela.

#bebek #avelaèmeglio #mezzimarinaimaconstile #bagnonelverdedellapelosa #nonabbiamouncazzodafare #salsiccioneconcipolleamusodiporco #unbèdibirra #noaiferridastiro #ruttolibero

Birra [bir-ra] s.f.
·       Bevanda alcoolica ottenuta dalla fermentazione del malto, l’orzo o di altri cereali, con aggiunta aromatizzante di luppolo e addizionata con anidride carbonica; quanta b. compriamo per la cambusa in barca?, cazzo dobbiamo scendere a terra! La b. sta finendo, domani c’è la festa della b. trinittaiese, com’è andata la festa della b.?, diciamo che anche quest’anno abbiamo bevuto qualche b.!!!, ci vediamo per una b. al tramonto?
·       Antico rimedio per tutti i mali; bevi una b. che ti passa, se ti bevi una b. non ci pensi più, secondo me ci vuole una b., chi beve b. campa cent’anni.
·       In varie locuzioni indica energia e rapidità; a tutta b. alla festa della b.

#tanduzibimmunabecks #maquantoèbuonalabirra #dammeneunabellafresca #ostedellamaloraportacidabere

Cibo [ci-bo] s.m.
·       Ciò di cui ci si nutre: c. saporito, c. che teccia, c. che prima mangio e dopo mi sento in colpa. Esempio: melanzane alla parmigiana, zuppa gallurese, spaghetti vongole pomodorini e bottarga, la mattonella della Luisa, fregola ai frutti di mare, marmellata di fichi rubati, zuppetta di ceci con cozze gamberi e pancetta, vagonate di pasta con ogni sorta di condimento, paccheri con ragù di spigola friggitelli e granella di nocciola, polmette di ogni dimensione gusto e forma (basta siano polpette), pesce di ogni dimensione e forma, pizza di ogni dimensione e forma, calamari fritti, vino e birra come se piovesse ……. Tutto tranne l’insalata di riso, perché chi mangia l’insalata di riso è figlio del diavolo.

#chisenefrega #wilcarboidrato #ladietalainiziodomani #robacheteccia #indafaustkitchen

Isola Rossa [I-so-la ros-sa] sost.f.
·       Frazione di Trinità d’Agultu e Vignola, nella provincia di Sassari in Sardegna. Sorge su un piccolo promontorio che si allunga in direzione nord-ovest. Il promontorio è caratterizzato dal colore rosso delle rocce e dalla presenza di una torre cinquecentesca, retaggio del dominio spagnolo. Il primo nucleo del paese nasce, attorno alla torre, agli inizi del novecento come borgo di pescatori.
·       Coordinate GPS: 41°00’47”N 8°52’30”E
Altitudine: 23 m.s.l.m.
Abitanti: 123

La Marinedda [Ma-ri-ned-da] sost. f.
·       Luogo unico e incantato. Spiaggia di sabbia bianchissima, incastonata tra il rosso delle scogliere. Il mare è qualcosa di unico, cambia colore ogni pochi minuti assumendo tutte le tonalità dal blu al verde smeraldo. Meravigliosa; ci vediamo alla M.?, ok ci vediamo alla M. per una birra, la M. è uno stato mentale.
·       Coordinate GPS: 41°00’56.34”N 08°53’15.27”E

#allamarineddasistatroppobene #orientatianordovest #marineddabay #lamarineddaèunostatomentale #nelmagicomondodeicazzimiei

Libri [li-bri] m.p.
·       Serie di fogli stampati di identica misura, tenuti insieme secondo un dato ordine, legati tra loro e muniti di copertina. Di qualsiasi formato e dimensione; che l. hai portato questa estate con te? Diari di viaggio., questa estate ho letto più che altro l. di navigatori,
·       “Il sogno spezzato” di Vittorio Fresi, Nutrimenti 2012
“La musica del mare” di Roberto Soldatini, Nutrimenti 2014
“Mucho Mojo” di Joe R. Lansdale, Einaudi Stile Libero Noir 1994

#leggere #nelmeravigliosomondodeicazzimiei #relaxdontdoit #sottolombrellone #nonrompetemiicoglioni

Mare [ma-re] s.m.
·       Massa d’acqua salata che ricopre la maggior parte della superficie terrestre. Qualsiasi zona specifica di queste acque con le relative denominazioni; il m. dell’Isola Rossa, c’è Maestrale il m. alla Marinedda sarà incazzato, andiamo via m. in barca a vela, ho bisogno di un tutto in m. per scomfiggereil cecio, il m. è il mio elemento.
·       Grande quantità, massa; alla festa della birre c’era un m. di gente.

#lupidimare #ilmareèilmioelemento #senzamaremorirei #tenetevilamontagne

Tramonto [tra.mon-to] s.m.
·       Scomparsa di un astro sotto la linea dell’orizzonte. Nell’uso comune il calar del sole; il t. di Marinedda è una figata, c’è un t. diverso ogni sera, cazzo questo si che era un t. con i contro coglioni, il t. di Marinedda ti riappacifica col mondo.

#bagassaditramonto #minchiachefigata #orapossoanchemorireinpace #uau


venerdì 9 settembre 2016

#orientatianordovest

Stati di agitazione. Stati di agitazione. Stati di agitazione in corpo, nella testa occhi infossati lucidi, noie con il respiro, mi si accelera il fiato, la palpitazione è tenue. Ho un nodo nella gola. L’irrefrenabile voglia di invertire la marcia e tornare indietro è forte. Più di sempre, più di ogni altro anno, più che mai. Intanto la moto va veloce, dritta come un fuso. Macina chilometri sull’asfalto rovinato. Curva dopo curva, rettilineo dopo rettilineo. Uno, due, cinque, dieci, venti, cinquanta. Prima di fermarmi ne faccio sessanta e passa. La Marinedda ormai è lontana, ma il suo richiamo arriva ancora potente e devastante. E’ ufficiale, ho un grosso problema. Non si decide di diventare dipendenti da qualcosa, una mattina ti svegli in preda al “malessere” e lo si è. Questa è Marinedda, subdola, spietata e affascinante come una droga. Solo chi l’ha vissuta può farsi un’idea chiara di cosa significa sentire il bisogno di quella particolare intensità. Quel particolare stato d’animo che si prova soltanto stando a contatto col mare, la sabbia sotto i piedi, il vento e l’odore dei ginepri. Una particolare energia che inconsciamente penetra sotto pelle per non uscire mai più. Questa è la baia, questo è il suo potere, questa è la sua dirompente forza. Che insieme ad altre cose di non certa secondaria importanza, la rendono un posto unico. Magico!!! Come la birra!!! Ahahahahah scherzo!!!  Come gli amici, importanti e speciali. Come le amiche Milf (vi voglio bene) e quelle zitelle (voglio bene anche a voi). E tante piccole uniche cose. Come la birra!!! Ahahahahah questa volta ci sta!!! E poi le cenette tra di noi (ringraziamento speciale alla cantina Argiolas per il sostentamento), i calamari fritti del “Cormorano” e il culo delle cameriere (10 e lode). L’intima condivisione del tramonto, tutti insieme, con la birretta d’ordinanza e la sua celebrazione Trinitaiese. Oh la birra c’entra sempre!!! La spiaggia e i “ciarameddi” da vecchie comari (mi ci metto dentro anche io) e una piccola tribù di bambini che ogni anno si moltiplica. Cose e situazioni impareggiabili come non mettere mai le scarpe chiuse e i jeans (record 57 giorni), e dormire beatamente 14 ore al giorno (insonnia cronica ppprrrrrr!!!). I tuffi al tramonto, il “Mistral”, tandu zi bimmu nà becks, il pesce fresco e qualche ricetta sfiziosa, la nuotata giornaliera, leggere un libro accompagnato dalle rane e dai grilli, l’idea di andare a correre (solo l’idea. Domani vado, giuro), i gin tonic (senza cetriolo) etc etc etc. Questo significa essere dipendenti. Questo significa amare un posto. Questo significa avere una prospettiva particolare. Questo significa essere #orientatianordovest!!!

#allamarineddasistatroppobene

giovedì 14 maggio 2015

Solite storie tra maschi e femmine

Ormai è diventato un vero e proprio rito. Sorseggiando il caffè del risveglio ogni mattina esco in terrazzo e controllo il mio orto. Ogni giorno appare un fiore nuovo. Tra quelli dei pomodori e del peperoncino la mia attenzione ricade sempre sulle fantastiche macchie gialle che si fanno largo tra le larghe foglie verdi. I fiori di zucca annunciano i primi raccolti estivi. Peccato che non tutti quei fiori daranno un frutto. Come? Direte voi. E quello che anche io, ignorantemente, ho sempre pensato. Da un fiore nasce un frutto e boh!!! Invece la pianta della zucchina mi ha aperto un mondo nuovo, alcuni fiori danno vita a una zucchina mentre altri no. Cazzo, come faccio a distinguerli? Quali devo tagliare? Quali no? Quali sono quelli che finiranno in pastella e quali no? Quindi, per necessità e curiosità, mi sono dovuto informare. Ora senza fare il saputello, vi spiegherò la differenza. Potreste dire la vostra a un bancone di un bar o nel caso vi voleste improvvisare agricoltori saprete già come affrontare la situazione. Praticamente è una questione, come sempre, tra maschi e femmine. I fiori che daranno il frutto sono quelli femmine, ma senza il fiore maschio che impollina, il fiore femmina è destinato ad appassire. Nella stessa pianta sono presenti entrambi. All’inizio i fiori maschi sono in maggior numero, stanno li tutti ingreffati a parlare di calcio e motorini truccati. Di aspetto sono un po’ succiaddi, hanno lo stelo snello e lo stame pieno di polline (la solita porra). All’improvviso spunta un fiore femmina, ha l’ovaia (cioè il frutto) attaccato alla base, il pistillo ingrossato e senza polline, potremo dire che ha un po’ di ciccia, ma nei punti giusti come piace a noi maschietti. Non c’è bisogno di presentazioni, sono un affinità elettiva e si riconoscono al volo. Altezzosa e distaccata, la femmina, mina la sicurezza del branco sicura e certa che qualcuno la corteggerà. Attende questo povero maschio, che trattato da “fiore oggetto” deve cercare di soddisfarla, mentre un altro maschio si tenta l’amica. Nel caso in cui dovessero soffrire di ansia da prestazione c’è l’aiuto del “viagra”, ossia gli insetti. Quando un fiore femmina sboccia, nelle vicinanze deve essere presente almeno un fiore maschio, a quel punto è fatta nascerà una zucchina. Potrebbe anche accadere che il maschio non abbia femmine intorno (perché se la tirano), nessun problema, anche se il poverino morirà vergine e solo, grazie alla fecondazione assistita del vento e dei soliti insetti, il fiore femmina rimarrà gravido ugualmente. Questa è la piccola, botanica storia d’amore tra fiori di zucca. Ogni volta si ripete nella stessa maniera. Verrebbe da dire: “e vissero per sempre felici e contenti” ….. peccato solo ci sia la mia padella di mezzo!!! 

femmine a sinistra - Maschi a destra

domenica 19 aprile 2015

Trasformazione?

Fine: s.f. [fi-ne] sostantivo
·       Punto estremo, nello spazio e nel tempo, in cui qlco termina: f. di una strada. F. della scuola. Con ellissi della prop. In espressioni cristallizzate: a f. mese, saldi di f. stagione. Porre f. a qlco, fare cessare – senza f., continuativamente – in fin di vita, in punto di morte – fare una brutta f., avere un esito tragico, negativo.
·       Cessazione definitiva di qlco; caduta, crollo: la f. di qualcosa
·       Frase finale di qlco; epilogo, conclusione; la f. del romanzo è triste, condurre a buon f.
·       Ciò a cui si tende, si mira; scopo, intento: f. onesto, fare qlco a f. di bene, avere un secondo f., il regolamento è stato modificato al f. di snellire le procedure.

Inizio: s.m. [i-ni-zio]
·       Momento e atto con cui qlco comincia: i. dell’anno scolastico. Da principio sul nascere: all’i. è andato tutto bene.
·       Prima parte o fase di qlco: il romanzo ha un i. accattivante.
·       Periodo iniziale; origini, albori: gli i. del Rinascimento.

Orto: s.m. [or-to]
·       Piccolo appezzamento di terreno, spesso recintato da un muro e da una siepe, coltivato a ortaggi, fiori e alberi da frutto.
·       Orto botanico: terreno in cui son coltivate numerose quantità di piante a scopo di studio o di ricerca.

Mi ha tolto il fiato fin da subito. Spesso il sonno. Energia, passione, pazienza e un fegato rimanendo aggrappato a uno splendido pensiero. Un tempo tormentato, complicato e difficile, ma anche bello e speciale. Cieli limpidi che improvvisamente si oscuravano. Temporali paurosi che rischiarivano con un sorprendente arcobaleno. Molto altro. Tanto altro. Rimane uno stomaco dolorante e paurosamente attorcigliato. Fine. Inizio. Per una cosa che muore un’altra nasce, come il mio “supermegafantastico orto”. Altro che km 0, qui si parla di allungare una mano dalla finestra di casa, e boh!!! Da tempo mi frullava in testa l’idea di crearlo. Finalmente con un po’ di impegno e dedizione sono riuscito a realizzarlo. Un’esperienza affascinante e stimolante. Immergere le mani nella terra umida è un piccolo viaggio sensoriale, un ritorno all’infanzia. La testa si libera da assilli e pensieri ingombranti, lasciando spazio solo alla tranquillità. Partire da un seme, veder germinare e nascere una piantina è emozionante. Una piccola avvincente avventura zen nel complicato mondo della botanica. Zucchine, pomodori, fragole e peperoncino di Cayenna sono finalmente spuntati sul mio terrazzo, con la forza e l’energia della natura che cresce. Sono ancora delicate e fragili. La nefasta idea di un acquazzone distruttivo si contrappone a quella solare di un pasto cucinato con i frutti del mio orto. Non vedo l’ora che accada. Ogni giorno le innaffio, le curo, le coccolo come fossero dei figli delicati e cagionevoli di salute. Ogni giorno ricambiano crescendo un millimetro alla volta. Dai cazzo, dai, crescete!!! Poi anche loro moriranno, anche loro arriveranno a una fine. Sono le poetiche leggi della natura, crudeli e necessarie. Antoine Laurent de Lavoisier diceva che in natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Parafrasando questa affermazione potremo dire che “nulla nasce, nulla muore, tutto esiste, da sempre e per sempre”. Chissà se vale anche per le persone!!!


lunedì 30 marzo 2015

La canzone che scrivo per te

Non c’è contatto di mucosa con mucosa eppur mi sono infettato di te, che arrivi e porgi desideri e capogiri in versi appassionati e indirizzati a me, e porgi in dono la tua essenza misteriosa, che fu un brillio fugace qualche notte fa, e fanno presto a farsi vivi i miei sospiri che alle pareti vanno a dire “ti vorrei qua”. Questa è la canzone che scrivo per te, l’ho promessa ed eccola. Riesci a scorgerti? Si che ci sei, prima che ti conoscessi. Pure frigid waters from these eyes that always miss you. Nothing but violence from my empty gun. I’m using silver to light up these blackheart faces blinding your fingers whit my skin that burns for you. Questa è (this song) la canzone che (is for me) scrivo per te (i listen) l’ho promessa (i promissed you) ed eccola. (I can see me) Riesci a scorgerti? (in your words from hell). Si che ci sei proprio mentre ti conosco (that your write for me). E ho le tue mani da lasciarmi accarezzare il cuore immune da difese che non servono. Ma ora ho in testa il viso di qualcuno (don’t don’t tell me) più speciale di me, che sa cantare ma ha più stemmi da lustrare di me … (no don’t tell me) e questo è il tuo svago. (What you want for me) Per quel che mi riguarda sei un continente obliato (no don’t tell me). Per quel che ho vissuto in fondo mi è piaciuto (I don’t wanna her, don’t tell me). Questa è (this song) la canzone che (is for me) scrivo per te (I listen) l’ho promessa (I promissed you) ed eccola. (I can see me) Riesci a scorgerti? (In your words from hell) non ci sei più proprio mentre ti ho conosciuta (that your write for me).

Marlene Kunts - 2000

Tempera acrilica su tela 80x60 cm

domenica 1 marzo 2015

Forget her

While this town is busy sleeping, all the noises died away, I walk the streets to stop my weeping ‘cause she’ll never change her ways. Don’t fool yourself she was heartache from the moment that you meet her, my heart fell so still as is try to find the will to forget her somehow ah, I think i’ve forgotten her now. Her love is a rose pale and dying, dropping her petals and men unknown, all full of wine the word before her or sober with no place to go. Don’t fool yourself she was heartache from the moment that you meet her, my heart is frozen still cause I try to find the will to forget her somehow, she’s somewhere out there now. Oh my tears are falling down as is try to forget her love was a joke from the day that we met all of the words, all of the men, all of my pain when I think back to when remember her hair as it shone in the sun the small of the bed when I knew that she’d done tell yourself over and over you want ever need her again. But don’t fool yourself she was heartache from the moment that you met her, oh my heart is frozen still as I try to find the will to forget her somehow, she’s out there somewhere now. Oh she was heartache from the day that I first met her, my heart is frozen still as I try to find the will, to forget you somehow cause I know you’re somewhere out there right now
Jeff Buckley - 1993

tempera acrilica su tela 60x60 cm