• Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRrossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, lE d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Heminguay, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued
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lunedì 20 luglio 2026

Nebraska

Il 17 luglio dell’anno 2026. Nella mia camera da letto ci sono 52° (come gli anni che compio). E’ la giornata più calda di tutta l’estate, le serrande sono abbassate, il ventilatore acceso a bomba e limito qualsiasi movimento per non sudare. Merda!!! Sto male!!! Mi sono regalato alcuni vinili,  ne metto su uno …..
3 gennaio dell’anno 1982. Nella camera da letto di casa sua, a Colts Neck, New Jersey, Bruce Springsteen, collega il registratore a cassette a quattro piste “Taac”, che gli ha procurato il suo tecnico del suono a un mixerino ”Echoplex”, che ha in casa da anni. E’ all’apice del successo, reduce dal trionfo del doppio album “The River” e da un tour acclamato ma massacrante, quando decide di prendersi un momento per riflettere, per pensare, per affrontare i fantasmi. Così da solo, registra quanto ha scritto negli ultimi mesi. L’idea è quella di guadagnare tempo in sala d’incisione, in modo tale da non dover spiegare a parole che cosa ha in mente ai musicisti della E-street Band e arrivare in studio con le idee più chiare. Per qualche giorno va in giro con il nastro nella tasca del giaccone senza custodia (rischiando di rovinare tutto), poi pensa bene di farne qualche copia. Lo passa al suo produttore, e al suo fido chitarrista. “Non so che cosa sia, è quello che ho in mente ora”, gli dice in studio. Proveranno a trasformarle in materiale adatto a una macchina da guerra come la loro, con tanto di fiati, tastiere elettriche, pianoforte,, ecc… ecc… Niente, nulla, zero. Invano dopo qualche settimana è evidente che nessuna registrazione professionale in sala d’incisione, con un manipolo di ottimi strumentisti, che si affannano a dare il meglio di se, potrà mai superare la sincerità e la forza di quelle canzoni incise in camera da letto. Voce e chitarra, più l’armonica e un po’ di armonie vocali a riempire le altre due piste a disposizione. Ormai è chiaro a tutti e Springsteen ci ha già incominciato a pensare, decide di far uscire il nastro così com’è, conservando anche i rumori di fondo, i cigolii della sedia e togliendo dalla lista alcune canzoni (tra queste Born in u.s.a.) che non funzionano e non si adattano al clima generale. Sublimente estraneo a tutto, all’ottimismo obbligatorio dell’edulcurata era Reaganiana, ai suoni tronfi d’elettronica e delle ritmiche in quattro quarti, “Nebraska” racconta storie cupe, di dolore e morte, di serial killer e di solitudine. Dalla camera da letto di casa Springsteen, le storie ci portano nelle grandi pianure, verso una “terra promessa” che non è mai sembrata (ne sembrerà più) così irragiungibile. Bruce Springsteem, grazie a dieci grandi canzoni, geniali, ispirate e drammatiche, ci regala un’opera inimitabile, lineare e sobria, densa di sentimento popolare, politica senza far politica, che vive e racconta verità nascoste. Una poesia dura e spigolosa, in cui non c’è il vibrante e martellante suono anni ’80 ma solo una chitarra, un’armonica, inquietudine e rottura. Ogni brano possiede una propria indelebile autenticità, storie semplici, spesso tragiche, storie che raccontano la sottile linea che esiste tra una scelta difficile e il crimine. Storie vere. Springsteen ancora non sa, che da questa importante metafisica introspezione, non potrà mai essere considerato solo una raccolta di canzoni folk ma, "Nebraska", sarà destinato a entrare nell’olimpo dell’ortodossia del Rock. Thanks Boss.

giovedì 28 maggio 2026

3:30 AM (error 404 - sleep not found)

Questa notte, colpito da uno strepitoso attacco d’insonnia, mi sono seduto davanti al computer con l’intento di scrivere un post che parlasse di musica (mi frullava in testa da un bel pò) e in seguito, liberamente ispirato da Murakami e dal suo libro “Ritratti di Jazz”, inprezziosirlo con una playlist che inglobasse gli album con cui sono cresciuto, di quelli che tuttora ascolto spesso e che ormai conosco praticamente a memoria. Facendo mente locale, e con l’aiuto di una straordinaria lucidità notturna (insomma), mi sono reso conto che la cosa era difficilissima. Fin da subito è diventato molto complicato individuare, fra tantissimi, una decente selezione di dischi. Si, perché, tra album che ho letteralmente consumato, tra artisti che amo, tra musiche e parole che ancora mi stupiscono la lista sarebbe lunghissima. I dischi e la loro creazione non sono solo una semplice raccolta di canzoni ma vere e proprie autobiografie musicali (per lo meno, un tempo era così). Ogni volta che scelgo cosa mettere su, è come se stia raccontando qualcosa di me, del mio umore o di un momento particolare della mia vita; una sorta di diario fatto di suoni, di atmosfere diverse e di colori emotivi particolari. Perché esistono dischi che trascendono il tempo e lo spazio, opere che custodiscono gelosamente i miei pensieri. Sono album seminali che hanno segnato la mia vita, la storia della musica e sicuramente quella di qualcun altro. Album che continuano a parlarmi e che, a mio modo di vedere, ogni appassionato di musica dovrebbe conoscere. Album che dicono “questo sono io” o “questo mi fa pensare a te”; perché a volte un disco può sostituire, attraverso la musica, tante parole e sentimenti che non sempre è facile esternare a voce. Un’intima sensazione difficile da capire, nonostante, questa lista contenga 50 titoli imperdibili del panorama musicale a me legati. Credetemi, quando vi dico che, potevano essere molti di più (almeno il doppio), ma ho optato per scegliere un solo album per artista. Scelta sanguinosissima perché molti artisti hanno numerosi splendidi capolavori tra le loro discografie. E’ stato duro dover addirittura tenere qualcuno fuori, come il mio clamoroso amore adolescenziale per Madonna (True Blue del 1988 vale una menzione) o quello più maturo per Gaber, gli Area, i Talking Heads e i mostri scari del Jazz come Baker, Mingus, Monk e via dicendo; passando pure per il Ligabue di “Lambrusco, coltelli, rose & popcorn” (1991) o l’acid jazz degli Us3 (eccezionali), i Marlene Kuntz e il rap oltraggioso dei Run Dmc e dei Public Enemy, ecc… ecc… ecc… ecc…. Credo comunque, nonostante l’abbiocco notturno, di esser riuscito (forse in modo sconclusionato) nel mio piccolo intento di parlare della mia più grande passione ed esser stato capace anche, seppur in ordine causale, nel creare una lista strampalatamente toga. Ahahahahah!!! (cazzo quanto mi piace scrivere liste). Beh!!! Ora proviamo a dormire!!! Good night!!!
 
The Velvet underground & Nico – The Velvet underground & Nico, 1967
London Calling  – The Clash, 1979
Kind of Blue – Miles Davis, 1959
Abbey Road – Beattles, 1969
Are you experienced – Jimi Hendrix, 1967
Some Girls – Rolling Stones, 1978
Best of Bowie – David Bowie, 2002
Wish you were here – Pink Floyd, 1975
Led Zeppelin II – Led Zeppelin, 1969
Horses – Patty Smith, 1975
The River – Bruce Springstein, 1980
Legend – Bob Marley, 1980
Never Mind the Bollocks – Sex Pistols, 1977
Ok Computer – Radio Head, 1997
Unknown Plesuares – Joy Division, 1979
Mezzanine – Massive Attack, 1998
Debut – Bjork, 1993
The Doors – The Doors, 1967
The Queen is dead – The Smiths, 1986
Heaverest Moon – Neil Young, 1992
Under a blood red sky – U2, 1983
Disintegration – The Cure, 1989
Nevermind – Nirvana, 1991
Invisible touch – Genesis, 1986
Greatest Hits – Janis Joplin, 1971
Appetite for Destruction – Guns and Roses, 1987
Va bene, va bene così – Vasco Rossi, 1984
Storia di un impiegato – De Andrè, 1973
Hai paura del buio – Afterhours, 1997
Socialismo e Barbarie – CCCP, 1987
Linea Gotica – CSI, 1996
Ten – Pearl Jam, 1991
Grace – Jeff Buckley, 1994
Adore – Smashing Pumpkins, 1998
Aprite I vostri occhi – Litfiba, 1987
Banana Rupubblic – Dalla/De Gregori, 1979
Elastica – Elastica, 1995
The best of – Paolo Conte, 1995
Buena Vista Social Club at Carnegie Hall – Buena vista Social Club, 1997
The battle of Los Angeles – Rage Against the Machine, 1999
Genius+soul=Jazz – Ray Charles, 1961
L’indispensabile – Vinicio Caposela, 2003
Curre Curre Guagliò – 99 Posse, 1993
Verba Volant – Frankie Hi Nrg Mc. 1993
Carboni – Luca Carboni, 1992
New Adventures in Hi-Fi – Rem, 1996
Fra la via Emilia e il West – Francesco Guccini, 1984
Blood Sugar Sex Magic – Red Hot Chili Peppers, 1991
Neffa & I messaggeri della dopa – Neffa, 1996
Tracy Chapman – Tracy Chapman, 1988
Blue’s – Zucchero, 1987

giovedì 30 aprile 2026

Playlist

Un viaggio tra luci basse, fumo nell’aria e palchi scricchiolanti. Un viaggio per chi beve lento, ascolta davvero e non ha fretta. Note morbide, improvvisazioni senza tempo, assolo sporchi, tanto sudore e notti storte. Tra classici intramontabili e sonorità più moderne, tra emozioni, libertà e creatività; ecco i cinquantacinque straordinari ritratti e gli Lp di cui Murakami parla nel suo libro e, tra gli altri, metteva su al “Peter Cat”. Rilassanti, malinconici, energici, sofisticati, complessi, lineari, ecc… ecc… Mettetevi comodi.
 
Chat Baker (1929-1988): Chat Baker Quartet, 1953
Benny Goodman (1090-1956): Goodman presents Eddie Sauter Arrangements, 1940
Charlie Parker (1920-1955): Bird & Diz, 1952
Fats Waller (1904-1943): Herb Geller Fire in the West, 1957
Art Blakey (1919-1990): Les Liaisons Dangereuses, 1958
Stan Getz (1927-1991): At Staryville Vol. 1, 1990
Billie Holiday (1915-1959): The Golden Years, 1962
Cab Galloway (1907-1994): Chu Barry and his Stampy Stevedores with the Cab Gallowey Orchestra, 1940
Charles Mingus (1922-1979): Pithecomthropus Erectus, 1956
Jack Teagarden (1905-1964): Bobby Hacket and his Jazz Band Coast Concert, 1955
Bill Evans (1929-1980): Waltz for Debby, 1962
Bix Beiderbecke (1903-1931): Bix Beiderbecke 1927-1929
Julian Cannonball Adderley (1928-1975): Cannonball Adderley Live, 1964
Duke Ellington (1899-1974): In a Melotone, 1940
Ella Fitzgerald (1918-1996): Ella and Louis Again, Vol 2, 1958
Miles Davis (1926-1991): “Four” and More, 1964
Charlie Christian (1916-1942):  Charlie Christian Memorial Album, 2020
Eric Dolphy (1928-1964): Out There, 1960
Count Basie (1904-1984): Basie in London, 1956
Gerry Mulligan (1927-1996): What is there to Stay?, 1959
Nat King Cole (1919-1965): After Midnight, 1956
Dizzy Gilespie (1917-1993): At Newport, 1957
Dexter Gordon (1923-1990): Homecoming – Live at the Village Vanguard, 1977
Louis Amstrong (1901-1971): A Portrait of Louis Amstrong, 1928
Thelonious Monk (1917-1982): 5 by Monk by 5, 1959
Lester Young (1909-1959): Pres and Teddy, 1956
Sonny Rollins (1930): The Bridge, 1962
Horace Silver: (1928-2014) Song for My Father, 1965
Anita O’Day (1919-2006): Anita O’Day at Mister Kelly’s, 1959
Modern Jazz Quartet: Concorde, 1956
Teddy Wilson (1912-1986): Mr. Wilson (The Fabulous Teddy Wilson at the Piano), 1979
Gleen Miller (1904-1944): Music Made Famous by Gleen Miller .Silver Jubilee Album, 1961
Wes Montgomery (1923-1968): Full House, 1962
Clifford Brown (1930-1956): Study in Brown, 1955
Ray Brown (1926-2002): Barney Keasel with Shelly Manne and Ray Brown. The Pool Winners, 1957
Mel Tormè (1925-1999): Olè Tormè! Mel Tormè Goes South of the Border with Billy May, 1959
Shelly Manne (1920-1984): Shelly Mane & his Man at The Black Hawk Vol.1, 1959
June Christy (1925-1990): Duet, 1955
Django Reinhardt (1910-1953): Djangology, 1949
Oscar Peterson (1925-2007): Nornan Granz Jazz at the Philharmonic Vol. 16, 1953
Omette Coleman (1930-2015): Town Hall, 1962
Lee Morgan (1938-1972): The Sidewinder, 1964
Jimmy Rushing (1901-1972): Little Jimmy Rushing and The Big Brass, 1958
Bobby Timmons (1935-1974): Art Blakey and the Jazz Messengers. A Night in Tunisia, 1961
Gene Krupa (1909-1973): Gene Krupa Plays Gerry Mulligan Arrangements, 1947
Herbie Hancock (1940): Maiden Voyage, 1966
Lionel Hampton (1908-2002): You Better Know It!!!, 1964
Herbie Mann (1930-2003): Windows Opened, 1968
Hoagy Carmichael (1899-1981): V-Disc Cats Party Vol 1 Featuring Hoagy Carmichael, 1975
Tony Bennet (1926-2023): The Ralph Sharon Trio. The Tony Bennet Song Back, 1965
Eddie Condon (1905-1973): Bixieland, 1955
Jackie & Roy: Saryville Presents Jackie & Roy, 1955
Art Pepper (1925-1982): Art Pepper Meets the Rhythm Section, 1957
Frank Sinatra (1915-1998): Swing Easy and Song for Young Lovers, 1953
Gil Evans (1912-1988): Helen Merill with Gil Evans Orchestra. Dreams of You, 1956

domenica 26 aprile 2026

al "Peter Cat"

Immaginate di trovarvi a Tokio. Immaginate una di quelle giornate perdute, una di quelle in cui vi sembra di aver superato un limite oltre il quale qualcosa cambia. Nella solitudine di un angolo della città, sentite della musica provenire da un piccolo bar. Sull’insegna al neon c’è scritto “Peter cat”*, è un Jazz Club. Incuriositi entrate. Arrivate al bancone, ordinate un Laphroaig e vi guardate intorno. Nella fumosa oscurità intravedete pochi tavoli, uno in particolare attira la vostra attenzione. Ci sono sedute due persone. Uno è Murakami Haruki, uno dei più famosi scrittori orientali del momento, l’altro è un ecclettico illustratore nipponico, Wada Makoto. Andate verso di loro, vi accomodate al tavolo e ascoltate rapiti i loro discorsi. Stupiti, scoprite di essere capitati tra le pagine di un libro. “Ritratti di Jazz” un piccolo brillante pamphlet, nato grazie alla collaborazione di due talenti dediti a forme d’arte diverse, ma complementari (scrittura e pittura), e accomunati da una viscerale passione per la musica Jazz. Scordatevi il classico romanzo di Murakami. Questo è un percorso appassionato, malinconico e personale dove in tono amichevole e coinvolgente ci regala preziose opinioni e curiosità, oltre a un’eccezionale Playlist. Cinquantacinque ritratti di musicisti che hanno scritto la storia del Jazz. Chat Baker (il mio preferito), Charlie Parker, Billie Holiday, Miles Davis, Duke Ellington, Thelonious Monk, John Coltraine, Luis Amstrong ….. sono solo alcuni dei complessi (ma neanche troppo) e appaganti ritratti che ci accompagnano in un viaggio unico e melodioso, ricamato dall’avvolgente penna di Murakami e dai disegni di Wada. Una piccola antologia in cui si capisce che la musica Jazz, spesso relegata a un ruolo di sottofondo in serate dall’atmosfera bohemien, è molto più complessa. Il groviglio di date, artisti, brani preziosi, album, performance storiche e stili diversi, è un cocktails perfetto anche per chi non conosce il mondo del Jazz. Per chi, grazie alla straordinaria capacità affabulatoria e la sottile malinconia dell’autore, desidera entrare in questo universo intimo e complesso. Buon ascolto.
 
*Peter Cat – Jazz Club: Nel 1974, molto prima del suo primo romanzo, un giovane Haruki, ossessionato dal Jazz, e sua moglie Yokò, aprirono un bar a Tokio (a  sud del confine, a ovest del sole). Il “Jazzu Kissa” (così si chiamano i jazz club in Giappone) che prese il nome dal loro animale domestico, era un piccolo spazio seminterrato, dove tra un bicchiere a l’altro; suonavano musicisti dal vivo e si mettevano dischi tutto il giorno e tutta la notte. Dopo il successo dei suoi primi libri Murakami, nel 1981, vendette la sua attività.  Ora al suo posto c’è un ristorante italiano.

martedì 7 aprile 2026

Faccio la mia cosa

Anche questa volta, così com’era capitato per ‘O Zulù, ho letteralmente divorato questa autobiografia. In pochi giorni  l’ennesimo viaggio tra musica e vita reale, un racconto affascinante e appassionato di sonorità che molte volte si sono intrecciate con la mia vita. “Faccio la mia cosa” di Frankie Hi nrg Mc (al secolo Francesco Di Gesù), è il pensiero di un artista che ha sempre cercato di essere coerentemente se stesso. Non pensavo ma ho scoperto che Francesco è uno scrittore di razza, non solo di canzoni (quello si sapeva), ma anche di libri. Con molta soddisfazione e soprattutto piacere ho apprezzato moltissimo questo racconto sulla sua vita personale e artistica. Un bel viaggio tra musica, politica, cultura, crescita individuale e non solo. E’ infatti un sapiente mix tra contenuti autobiografici e nascita ed evoluzione dell’hip hop e del Rap. Una figata, si potrebbe dire, due biografie in un colpo solo. La prima, quella personale, racconta con umorismo, ironia e commoventi ricordi gli anni di vita di Francesco; passati al seguito del lavoro del padre, delle vacanze estive, dei primi computer e videogames, fino al graduale avvicinamento alla musica; senza dimenticare le influenze culturali e il suo modo indipendente di vivere, libero e autonomo. La seconda molto ineressante, avvincente e ovviamente super dettagliata di come sia nato tutto il movimento “Break” statunitense. Bronx, Harlem, james Brown, Breakdance, giradisci, campionatoti, Afrika Bambaataa, Blondie, Graffiti, Dj & Mc, RUN DMC, Public Enemy ecc… ecc… Una sapiente enciclopedia su un mondo che stava nascendo quasi in contemporanea con nostro rapper preferito. Me lo sono proprio goduto, leggevo e in contemporanea ascoltavo tutte le canzoni citate. Proprio un bel “trip”, in cui in maniera autentica, le due vicende si alternano e si intrecciano come nelle migliori performance tra un DJ e il suo Mc. Un modo di esprimersi da vero comunicatore, in cui dimostrare che la musica può anche avere una funzione culturale e sociale. Fare “la propria cosa” è un invito a percorrere la propria strada con determinazione. Peccato che la storia finisca quando incomincia quella discografica, mi sarebbe piaciuto molto vedere e ascoltare quello che Francesco ha visto e vissuto, dopo esser diventato Frankie Hi nrg Mc. Consigliatissimo!!!



Frankie Hi nrg Mc: Discografia
1993 - Verba manent
1997 - La morte dei miracoli
2003 -  Ero un autartico
2008 - DeprimoMaggio
2014 - Essere umani

domenica 18 gennaio 2026

Di colpo si fa notte .....

“Oggi è domenica, domani si muore. Oggi mi vesto di seta e candore. Oggi è domenica, domani si muore. Oggi mi vesto di rosso e d’amore” Irata
 
Oggi è domenica. Il 18 gennaio del 1996, era un giovedì. Esattamente 30 anni fa, veniva pubblicato il secondo album del Consorzio Suonatori Indipendenti (C.S.I.). Una variante più matura, disillusa e meditativa di quella versione giovanile, piena di rabbia e speranze che erano stati i CCCP. Una rinnovata band che prende atto, dopo la caduta del muro di Berlino, di una nuova realtà politico-sociale in caduta libera. Un’evoluzione che dal punk battagliero arriva a sovvertire del tutto la prospettiva, indicando una nuova via musicale. Ho amato tanto i CCCP, ma i C.S.I. gli ho adorati, fin da subito, fin da “K.O. de mondo” (album d’esordio del nuovo nucleo, 1994) e la suggestiva  versione umplagged di “In quiete” (sempre del 1994), ma quando ho ascoltato “Linea gotica” per la prima volta ho capito, che non avevo capito un cazzo. Ferretti, Zamboni, Canali, Maroccolo e Ginevra De Marco tracciano sonorità che, ancora oggi, ogni volta che ascolto questo album, mi lasciano devastato. Costantemente un brivido raggelato m’assale. Chitarre elettriche distorte e testi oscuri e ricercati accompagnano l’ascolto in un viaggio ruvido, fatto di: preghiere laiche, sussurri, città assediate (Sarajevo), terra fredda, muri umidi e notti senza sonno. Suoni potentissimi che danno l’impressione di una fragilità assoluta. E’ una tensione unica, una ferita che non sanguina più ma che stenta a rimarginarsi. “Linea Gotica” non si ascolta, si attraversa. Non è solo un disco, è un luogo in cui tornare alla ricerca di un’avvolgente scomoda malinconia. Ogni volta ne esco stanco come dopo un lungo pellegrinaggio a piedi in una terra che sta per crollare. La musica è nervosa, plunbea, quasi ostile. Le chitarre incombono e la batteria ha il battito irregolare di un cuore malato. E’ un disco che amplifica il tuo stato d’animo, che ti porta a guardare le parti di te che eviti. Non crea immediatezza, non ti prende per mano, mai. Non ti strizza l’occhio e non vuole neanche esser simpatico. E’ una musica che cammina su macerie interiori con una tensione costante, quasi fisica. Le canzoni sono sentenze, sono appunti di un sopravvissuto, quasi un’evocazione; lo inizi a capire dopo la fine dell’ascolto, quando c’è silenzio, quando ti fermi a pensare. E’ necessario farlo, perché “Linea Gotica” mi ha insegnato che non tutto dev’essere immediato, che esistono forme di verità opache da scoprire con calma. E’ un album che ti fa compagnia dopo, perché il silenzio che lascia è ancora parte del disco. Quello che mi colpisce di questo disco e che non invecchia e non ringiovanisca, rimane li, fuori dal tempo. Non lo consiglierei a tutti e forse nemmeno sempre. A volte è insopportabile, altre necessario. Volutamente controverso e detestabile. Resta, per me, uno degli album più amati di sempre, affascinante, emozionante e ancora capace di trasmettermi sensazioni profonde ogni volta in maniera differente. Tanti auguri “Linea Gotica”

martedì 4 novembre 2025

Canta che ti passa

Venerdì mattina. Dovrebbe piovere e invece oggi c’è proprio un bel sole. Metto le scarpe, prendo un paio di pantaloncini e via. Vado a correre. Sto decisamente meglio (esci mi tocco “rhi cuglioni”), e la corsetta piano piano ritorna a essere una piacevole routine. Sento, tranquillamente, il mio fiatone tra un passo e l’altro, l’ippodromo è quasi deserto. Che figata. Sto bene. Benissimo. Inizio a canticchiare una canzone senza preoccuparmi di niente. Senza badare alle persone che incrocio durante il percorso. Poi un’altra e un’altra ancora. Fluiscono incontrastate dalla mia mente, trasformandosi in energia. Corro e canticchio. CAZZO!!! canta che ti passa!!! È un’espressione che ha una sua verità. Mentre arranco in cerca di un’ambulanza o di un defibrillatore (ahahahahah!!! Scherzo, ma non troppo), penso alla musica e soprattutto alle canzoni; alla loro capacità di evocare emozioni, trasmettere messaggi e creare connessioni. Una storia lunga ed eterogenea che affiora fin dai miei ricordi più lontani. In effetti, ascolto musica fin da quando sono piccolo. Ho ancora il mangiadischi con i 45 giri dei cartoni, una marea di musicassette, vinili e cd a smerdo; e ogni volta che ho 5 minuti al posto della tv, io, accendo lo stereo. Rock, pop, jazz, reggae, metal, rap, cantautorale, di protesta, dance, disco, soul, country, folk e anche la classica (tranne quella merda di trap); ogni volta che sento una canzone ho un ricordo ben specifico di un momento della mia vita. Gioia, tristezza e nostalgia così come amici, familiari, ex e i più svariati personaggi, riecheggiano dopo sole poche note di una determinata canzone. Un archivio ricco e colorato di suoni, emozioni e pensieri. Canticchiare una canzone o ascoltarla è terapeutico. Allevia le preoccupazioni e lo stress, ma può anche essere tremendamente triste e dolorosa quando porta alla mente brutti e spiacevoli ricordi. Quando sei felice ti godi la musica ma è solo quando sei triste che capisci i testi, e se hai un ricordo o una persona dimenticata le canzoni li trovano. Cazzo sta iniziando a piovere!!! E’ passata un’ora e non me ne sono accorto. Volata tra stonature, pensieri distorti, gambe doloranti e tanta, tanta fatica. Poco importa. Oggi sto bene. Benissimo (altra vigorosa toccata di coglioni). Ahahahahah!!!


martedì 29 luglio 2025

Quelli che ben pensano

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo. Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile. La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere. E non far partecipe nessun altro, nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro. Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili, perché gli ultimi saranno ultimi se i primi sono irraggiungibili. Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti. Sono replicanti, sono tutti identici, guardali. Stanno dietro a macchine e non li puoi distinguere. Come lucertole s’arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano. Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno, Spandono, spendono e sono quel che hanno. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. E come le supposte abitano in blisters full-optional, con cani oltre i 120 decibel e nani manco fosse Disneyland. Vivon col terrore di poter sembrare poveri. Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono. Parton dal pratino, vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che San Marco nel Vangelo. Sono quelli che di sabato lavano automobili, che alla sera sfrecciano tra l’asfalto e i pargoli. Medi come i ceti cui appartengono, terra-terra come i missili cui assomigliano. Tiratissimi, s’infarinano, s’alcolizzano e poi si impastano su un albero. Boom!!! Nasi bianchi come Friut of the Loom, che diventano piò rossi di un livello di Doom. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Ognun per se, Dio per se. Mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica. Mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano, altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano. Mani che poi firman petizioni per lo sgombero. Mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli, che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli. Quelli che la notte non si può girare più. Quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la Tv. Che fanno i Boss, che compran Class. Che son sofisticati da chiamare i Nas. Incubi di plastica. Che vorrebbero dar fuoco a ogni zingara, ma l’unica che accendono è quella che da loro l’elemosina ogni sera, quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio.
Frankie Hi-Nrg mc - 1997

lunedì 5 maggio 2025

Elogio della solitudine

Solitudine: sostantivo femminile [so-li-tu-di-ne]
Esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui, desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità (cercare la solitudine). Oppure sofferta in conseguenza di una totale mancanza d’affetti, di sostegno e di conforto (sentire il peso della solitudine). Ambiente o spazio inabitato e deserto, con un senso d’inospitale o sconfinata vastità (la solitudine oceanica).
 
Forse ci siamo, finalmente potrebbe essere la volta giusta. Come si suol dire: “il ciak buono”. Ho cancellato e riscritto questo post chissà quante volte che ho perso il conto. Ogni volta che mi sedevo davanti al computer e affrontavo il discorso “Solitudine”, sbagliavo. Avevo un approccio troppo filosofico, aulico e celebrativo per un concetto e un discorso in realtà molto semplice. “Mi piace stare da solo”. Oooohhh cazzooo!!! Finalmente sono riuscito a scriverlo senza troppi giri di parole e senza appesantire troppo questo post. Dicevo: “stare da solo”. Ogni giorno che passa, vado sempre più alla ricerca di quella pausa rigenerante e necessaria per pensare e sopravvivere. Sicuramente sto invecchiando male (anzi malissimo) ma ormai preferisco di gran lunga il silenzio di una stanza vuota al vociare rumoroso della gente (perché, diciamocelo pure tra noi, a volte la gente fa schifo). Ho creato un mio “Habitat” dove musica, libri, film, l’arte, dipingere (meno in questo periodo) e il divano mi accolgono cordiali come un porto riparato accoglie dei naviganti durante una tempesta. E’ una sensazione a cui non so più rinunciare, la “mia” solitudine è un traguardo voluto e inseguito. Non fraintendetemi non sono diventato tutto a un tratto un orso e non vivo da solo nella foresta (per quanto l’idea mi affascini), ho solo capito che spesso ho realmente bisogno di stare per i cazzi miei. Numerosi filosofi (ecco, sto ricadendo nei discorsi pesanti) sottolineavano l’importanza della solitudine come necessaria per la propria crescita. Vabbè, abbandoniamo questi discorsi, prima di addentrarci in un ginepraio senza via d’uscita. Tranquilli mi piace ancora stare con la gente, ma ormai gestisco serate e uscite in base alle persone, ai luoghi e in prima istanza al mio umore (spesso di merda). Poi quando arriva la “malattia” e scappa la mano, sono ancora capace di brutte frequentazioni in pessimi posti. Ahahahahah!!! Potrei definirlo un paradosso Kafkiano, so stare in mezzo alla gente perché so stare solo con me stesso. Mmmmhhh!!! Dai. Tutto sommato non è un brutto post, diciamo che ne ho scritto di peggiori. Non so come chiuderlo. Non so neanche il perchè di tanta ostinazione nello scriverlo, e non so se, vedrà mai la luce. Nel caso, scriverlo è stata una necessità, un momento creativo e una piccola introspezione. Probabilmente un modo per raccogliere, in poche righe, un ragionamento che serve a me stesso per esorcizare quei momenti di assoluta indipendenza. Non è una soluzione a niente, forse neanche un consiglio, ognuno è libero di fare come vuole nella sua vita. Ma ogni tanto scappare da tutto e tutti è necessario (almeno per me). La mia è solo una fuga autosufficiente e volontaria creata per portarmi a una forma straordinaria di libertà. A volte scelgo la solitudine, perchè ho sempre fatto ottima compagnia a me stesso …… Drinn!!! Drinn!!! Drinn!!! ….. Chi cazzo è che rompe???


martedì 18 dicembre 2012

Un dicso nero che gira

Era un momento speciale e eccitante, e ripensandoci ora anche un po’ poetico. Andare a comprare un disco era un piccolo viaggio. Ritornare a casa velocemente, chiudersi in camera, adagiare la puntina di diamante sul solco, qualche fruscio, basso, chitarra e batteria entravano all’unisono nella stanza e iniziava l’ascolto. AH!!!! che liturgica emozione. Perché quell’album me l’ero sudato, avevo risparmiato per comprarlo, mettendo da parte le paghette lira dopo lira, e ora, quello era il mio tesoro. E’ passato un po’ di tempo e in questo mondo frenetico, dove tutto va veloce e tutto deve essere fruibile subito, anche la musica ha subito una turbinosa trasformazione. Ora è possibile ascoltarla in ogni situazione, in ogni luogo, perdendo indubbiamente tutta la magia che c’era  nell’andare a comprare un disco. Ci sono passato anche io, per diverse stagioni, facendomi inevitabilmente condizionare dall’era digitale ho trascurato questa piacevole sensazione. Ma da un pò di tempo a questa parte ho ripreso, e da vecchio romantico quale sono, comprare i vinili è diventato nuovamente passione, palpitazione e felicità. Ho riprovato le stesse emozioni passate, la stessa fretta nel rientrare a casa, l’impazienza nell’attendere che la puntina toccasse il disco e la stessa gioia nell’ascoltare il primo suono. Gli amanti del genere potranno capirmi, ascoltare un vinile è qualcosa di veramente particolare, Non importa se si sente un leggero fruscio o un piccolo gracidio, il suono è più affettuoso, il pvc più accogliente, le voci dei cantanti familiari, vieni avvolto dalla musica e non vorresti mai perdere il calore di quell’abbraccio.