Il 17 luglio dell’anno 2026. Nella mia camera da letto ci sono 52° (come gli
anni che compio). E’ la giornata più calda di tutta l’estate, le serrande sono
abbassate, il ventilatore acceso a bomba e limito qualsiasi movimento per non
sudare. Merda!!! Sto male!!! Mi sono regalato alcuni vinili, ne metto su uno …..
3 gennaio dell’anno 1982. Nella camera da letto di casa sua, a Colts
Neck, New Jersey, Bruce Springsteen, collega il registratore a cassette a
quattro piste “Taac”, che gli ha procurato il suo tecnico del suono a un
mixerino ”Echoplex”, che ha in casa da anni. E’ all’apice del successo, reduce
dal trionfo del doppio album “The River” e da un tour acclamato ma massacrante,
quando decide di prendersi un momento per riflettere, per pensare, per affrontare
i fantasmi. Così da solo, registra quanto ha scritto negli ultimi mesi. L’idea
è quella di guadagnare tempo in sala d’incisione, in modo tale da non dover
spiegare a parole che cosa ha in mente ai musicisti della E-street Band e
arrivare in studio con le idee più chiare. Per qualche giorno va in giro con il
nastro nella tasca del giaccone senza custodia (rischiando di rovinare tutto),
poi pensa bene di farne qualche copia. Lo passa al suo produttore, e al suo
fido chitarrista. “Non so che cosa sia, è
quello che ho in mente ora”, gli dice in studio. Proveranno a trasformarle
in materiale adatto a una macchina da guerra come la loro, con tanto di fiati,
tastiere elettriche, pianoforte,, ecc… ecc… Niente, nulla, zero. Invano dopo
qualche settimana è evidente che nessuna registrazione professionale in sala
d’incisione, con un manipolo di ottimi strumentisti, che si affannano a dare il
meglio di se, potrà mai superare la sincerità e la forza di quelle canzoni
incise in camera da letto. Voce e chitarra, più l’armonica e un po’ di armonie
vocali a riempire le altre due piste a disposizione. Ormai è chiaro a tutti e
Springsteen ci ha già incominciato a pensare, decide di far uscire il nastro
così com’è, conservando anche i rumori di fondo, i cigolii della sedia e
togliendo dalla lista alcune canzoni (tra queste Born in u.s.a.) che non
funzionano e non si adattano al clima generale. Sublimente estraneo a tutto,
all’ottimismo obbligatorio dell’edulcurata era Reaganiana, ai suoni tronfi
d’elettronica e delle ritmiche in quattro quarti, “Nebraska” racconta storie
cupe, di dolore e morte, di serial killer e di solitudine. Dalla camera da
letto di casa Springsteen, le storie ci portano nelle grandi pianure, verso una
“terra promessa” che non è mai sembrata (ne sembrerà più) così irragiungibile.
Bruce Springsteem, grazie a dieci grandi canzoni, geniali, ispirate e
drammatiche, ci regala un’opera inimitabile, lineare e sobria, densa di
sentimento popolare, politica senza far politica, che vive e racconta verità
nascoste. Una poesia dura e spigolosa, in cui non c’è il vibrante e martellante
suono anni ’80 ma solo una chitarra, un’armonica, inquietudine e rottura. Ogni
brano possiede una propria indelebile autenticità, storie semplici, spesso
tragiche, storie che raccontano la sottile linea che esiste tra una scelta
difficile e il crimine. Storie vere. Springsteen ancora non sa, che da questa
importante metafisica introspezione, non potrà mai essere considerato solo una
raccolta di canzoni folk ma, "Nebraska", sarà destinato a entrare nell’olimpo
dell’ortodossia del Rock. Thanks Boss.
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