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lunedì 20 luglio 2026

Nebraska

Il 17 luglio dell’anno 2026. Nella mia camera da letto ci sono 52° (come gli anni che compio). E’ la giornata più calda di tutta l’estate, le serrande sono abbassate, il ventilatore acceso a bomba e limito qualsiasi movimento per non sudare. Merda!!! Sto male!!! Mi sono regalato alcuni vinili,  ne metto su uno …..
3 gennaio dell’anno 1982. Nella camera da letto di casa sua, a Colts Neck, New Jersey, Bruce Springsteen, collega il registratore a cassette a quattro piste “Taac”, che gli ha procurato il suo tecnico del suono a un mixerino ”Echoplex”, che ha in casa da anni. E’ all’apice del successo, reduce dal trionfo del doppio album “The River” e da un tour acclamato ma massacrante, quando decide di prendersi un momento per riflettere, per pensare, per affrontare i fantasmi. Così da solo, registra quanto ha scritto negli ultimi mesi. L’idea è quella di guadagnare tempo in sala d’incisione, in modo tale da non dover spiegare a parole che cosa ha in mente ai musicisti della E-street Band e arrivare in studio con le idee più chiare. Per qualche giorno va in giro con il nastro nella tasca del giaccone senza custodia (rischiando di rovinare tutto), poi pensa bene di farne qualche copia. Lo passa al suo produttore, e al suo fido chitarrista. “Non so che cosa sia, è quello che ho in mente ora”, gli dice in studio. Proveranno a trasformarle in materiale adatto a una macchina da guerra come la loro, con tanto di fiati, tastiere elettriche, pianoforte,, ecc… ecc… Niente, nulla, zero. Invano dopo qualche settimana è evidente che nessuna registrazione professionale in sala d’incisione, con un manipolo di ottimi strumentisti, che si affannano a dare il meglio di se, potrà mai superare la sincerità e la forza di quelle canzoni incise in camera da letto. Voce e chitarra, più l’armonica e un po’ di armonie vocali a riempire le altre due piste a disposizione. Ormai è chiaro a tutti e Springsteen ci ha già incominciato a pensare, decide di far uscire il nastro così com’è, conservando anche i rumori di fondo, i cigolii della sedia e togliendo dalla lista alcune canzoni (tra queste Born in u.s.a.) che non funzionano e non si adattano al clima generale. Sublimente estraneo a tutto, all’ottimismo obbligatorio dell’edulcurata era Reaganiana, ai suoni tronfi d’elettronica e delle ritmiche in quattro quarti, “Nebraska” racconta storie cupe, di dolore e morte, di serial killer e di solitudine. Dalla camera da letto di casa Springsteen, le storie ci portano nelle grandi pianure, verso una “terra promessa” che non è mai sembrata (ne sembrerà più) così irragiungibile. Bruce Springsteem, grazie a dieci grandi canzoni, geniali, ispirate e drammatiche, ci regala un’opera inimitabile, lineare e sobria, densa di sentimento popolare, politica senza far politica, che vive e racconta verità nascoste. Una poesia dura e spigolosa, in cui non c’è il vibrante e martellante suono anni ’80 ma solo una chitarra, un’armonica, inquietudine e rottura. Ogni brano possiede una propria indelebile autenticità, storie semplici, spesso tragiche, storie che raccontano la sottile linea che esiste tra una scelta difficile e il crimine. Storie vere. Springsteen ancora non sa, che da questa importante metafisica introspezione, non potrà mai essere considerato solo una raccolta di canzoni folk ma, "Nebraska", sarà destinato a entrare nell’olimpo dell’ortodossia del Rock. Thanks Boss.

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