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venerdì 4 settembre 2026

Ma cosa cazzo ho letto questa estate?

Tokio, neon, cemento, asfalto, traffico, supermercati aperti tutta la notte, come alcune fabbriche, come quella dove si preparano colazioni pronte. E poi vite che marciscono dietro porte perfettamente chiuse. La working class giapponese, i gestori di bordelli e di case da gioco, le prostitute, gli usurai, la Yacutza, gli sbirri, gli operai e le casalinghe, tutti scaraventati dentro un frullatore e poi buttati giù da una scala metallica d’emergenza di un fabbricato abbandonato. E ancora quattro donne. Quattro esistenze schiacciate dal lavoro, famiglia, soldi e aspettative. Sembrano invisibili, quasi parte dell’arredamento grigio di case periferiche degradate, malconcie e diroccate. Qui nessuno è veramente innocente e nessuno è veramente libero; il denaro puzza, il matrimonio soffoca, il lavoro divora, i debiti strozzano e la normalità è soltanto una maschera con cui la società si presenta mentre stringe il cappio. All’improvviso una di loro non ci sta più e decide di far fuori il marito. Da quel momento il romanzo smette di essere una storia di casalinghe e diventa una corsa al massacro, dentro una Tokio fredda e alienante. Una vera ribellione punk, che non nasce da un suono distrorto a cazzo di cane ma da donne esauste. Non ci sono chitarre elettriche nè slogan urlanti, c’è qualcosa di più inquietante; quattro persone che hanno passato anni a ingoiare rabbia fino a trasformarla in un tentativo di riscatto. Tokio nel frattempo, pulsa sullo sfondo come una macchina industriale impazzita. Le luci al neon illuminano una città enorme e sporca che promette libertà e poi ti presenta il conto. Tokio non dorme. Tokio consuma. Il romanzo è nero, claustrofobico e brutale, ma soprattutto è incazzato. E’ una storia di donne che  non vengono considerate finchè non diventano pericolose, e quando finalmente il mondo si accorge di loro, è ormai troppo tardi, hanno già morso. Un noir femminista, lercio e senza pietà, che suona come un disco metal graffiato per tutta la notte dentro un bagno insanguinato e illuminato  solo da una lampadina morente. E poi? Dopo alcune tra le pagine più sadiche, violente, sporche, brutali, cattive e orribili che abbia mai letto, arrivano  poche righe per rovinare tutto, con un cazzo di finale di merda. Perché? dio cane!!! Vaffanculoooo!!!

 

“Le quattro casalinghe di Tokio”
di Natsuo Kirino, 1997 - romanzo