• Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, le d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Hemingway, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Francesco Guccini, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued

sabato 26 settembre 2026

Compagni di stadio

“Al contrario di quello che state scrivendo, questa non è un’anarchia. Ditemi voi, quale Anarchia può esserci se tutto viene discusso e votato? E poi discusso e votato di nuovo? Io posso solo dire che noi giocatori brasiliani siamo al servizio dei cittadini e dei tifosi. Se il governo non vuole che si parli liberamente, noi parleremo liberamente. Se non vuole che i cittadini decidano in maniera diretta, noi lo facciamo. Provate a scrivere questo”
(Sòcrates ai giornalisti dopo la vittoria contro il Bangu)
 
Tra gli anni sessanta e la metà degli ottanta in gran parte del Sud e Centro America, si verificarono frequenti colpi di stato. In Argentina, Brasile, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Panama, solo per citarne alcuni, col consenso degli Stati uniti (i soliti pezzi di merda), che non volevano assolutamente democrazie socialiste nel “loro giardino”, arrivarono al potere capi militari e violente dittature. Ad accomunare questi pseudo-governi, oltre a profonde crisi economiche e istituzionali, a sistematiche censure seguite da falsa propaganda, ingiustizie e soprusi; fu che gli oppositori venissero spesso torturati, condannati a morte senza processo, giustiziati e fatti sparire  nel nulla. In Brasile dopo il rovesciamento del presidente Joaò Goulart, del 1964, il paese venne governato per ventun anni da una serie di governi militari. Ma nonostante un ventennio repressivo, fatto d’ingiustizie, di povertà, di privazioni dei diritti personali (i brasiliani non votarono per oltre vent’anni) e dove decine di milioni di persone delle zone più arretrate del paese vivessero isolate e all’oscuro di tutto, qualcosa iniziava a muoversi. Le proteste del 1983 in cui larghe rappresentanze di cittadini iniziarono a chiedere di poter eleggere direttamente i propri rappresentanti e il loro presidente, diedero il via a un lento processo di democratizzazione del paese, ostacolato però dalle frange più radicali dell’esercito, che non avevano intenzione di cedere facilmente il potere. E’ in questo contesto che una delle squadre di calcio più amate del Brasile, aiutò il cambiamento del paese con un esperimento rimasto unico nella storia del calcio; “La Democrazia Corinthiana”. Nata nel 1910 in un quartiere di operai come prima squadra popolare della città più industrializzata del paese, i “Timao” di San Paolo erano (e sono ancora) una delle squadre più importanti del campionato brasiliano. Nato come ribellione contro il controllo autoritario e filo governativo, della vecchia dirigenza sportiva, tra l’82 e l’85, misero in atto un esperimento che divenne presto un simbolo politico. Il Corinthias diede una lezione di giustizia capace di dar forza e coinvolgimento al movimento democratico del paese. Come? Semplicemente usando la democrazia. Ogni scelta del club (dagli orari degli allenamenti, agli ingaggi e i nuovi acquisti) veniva discussa e votata collettivamente dall’intera squadra, dai calciatori al mister, dallo staff tecnico ai magazzinieri. I tradizionali e rigidi ritiri pre-partita furono cancellati, responsabilizzndo, in questo modo, ogni giocatore. I premi e i guadagni venivano suddivisi in modo equo o concordati insieme all’interno del gruppo. Negli anni in cui il Brasile era ancora sotto il giogo della ditattura militare, lo spogliattoio del Corinthias si trasformò nell’unica isolata realtà di libertà del paese. I calciatori scendevano in campo indossando maglie con la scritta “Democracia” per invitare i cittadini a lottare per i propri diritti e a pretendere libere elezioni. All’interno del club Paolista ormai si respiravano gli ideali di libertà e partecipazione, le sfide alla dittatura militare erano plateali e alcuni giocatori scesero in campo apertamente. Tra cui, Sòcrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, il fuoriclasse conosciuto semplicemente come Sòcrates, persona istruita e colta, nato nella povertà e sensibile alle ingiustizie, di ruolo centrocampista, iconico e autentico portavoce del movimento. Morto purtroppo nel 2011, a soli 57 anni, per i danni provocati da anni di abuso di alcool e tabacco. Il giovane volto dell’attaccante Walter Casagrande, emblema delle nuove generazioni vogliose di cambiamento e libertà, capace di farsi portavoce delle molteplici espressioni culturali del Brasile, e per questo sempre più in contrasto col regime. E infine il difensore guerriero dalla pelle nera, meno celebrato, ma forse addirittura più influente degli altri due, Wladimir Rodrigues dos Santos, classe 1954, capitano storico dei “Timao”, che negli anni bui della dittatura, sperimentò a proprie spese, sia in campo che nella vita di tutti i giorni, la società implicintamente razziale e razzista. Una storia di calcio che racchiude valori come poche altre. Un calcio ben diverso da quello attuale, lontano da quella scatola vuota che, ora, muove soldi e superficialità (vedi la baracconata degli ultimi mondiali). Un calcio impegnato, amato in patria e nel mondo, protagonista di una delle vicende sportive e politiche più importanti, emozionanti e appasionate della storia contemporanea. Una storia che è già leggenda. Che bel libro questo “Compagni di stadio”. Leggettelo!!!
 
“Compagni di stadio” - Sòcrates e la Democrazie Corinthiana
di Solange Cavalcante, 2025 – Saggio storico-sportivo

venerdì 18 settembre 2026

El bandido LITFIBA

Cammino da qualche minuto con una birretta in mano mentre il sole, in tutto il suo furore, splende ancora alto. Fa un cazzo di caldo assurdo. Non si respira e sono già appiccicaticcio, ci sarebbe voluto il classico polsino da tennista, che oltre a fare molto rock & roll anni ’90 mi avrebbe aiutato a contenere il sudore grondante. Penso fra me e me a quanto sia stato geniale uscire di casa con una camicia hawaiana di cotone scadente; ma vaffanculoooo!!! E’ già completamente fradicia. Merda. Maledetta estate del cazzo e maledette queste ondate africane. Comunque arriviamo finalmente all’ingresso. Entriamo e la tensione inizia a salire. Ancora qualche birretta per stemperare il fottuto caldo e decidere dove posizionarci durante il live. La folla inizia a rumoreggiare, capiamo che i vecchietti stanno per iniziare. Finalmente dopo 10 mesi di attesa ci siamo. Piero Pelù è in forma smagliante, con petto villoso e tatuaggi in vista, allarga le bracccia iconicamente e parte con “17 Re”. Sono carichi a molla, Ghigo Renzulli alla chitarra, Gianni Maroccolo al basso, Antonio Aiezzi  alle tastiere e ultimo ma non ultimo Luca “Mitraglia” Martelli alla batteria. Eccoli qui, in tutta la loro affascinante bellezza, i LITFIBA. Un’onda energetica parte dal palco e si propaga velocemente sulla folla. “Come un Dio”, “Oro nero”, “Sulla terra”, il pubblico si scalda. La valvola è aperta, non solo musicalmente parlando, anche quella delle nostre gole. Anche noi performiamo, ma con la birra. Ahahahahah!!! Piero ci ricorda di quanto siano coglioni i potenti e quanto faccia schifo la guerra. Poi parte opportunamente “Vendetta”. Hanno già quasi un’ora di live ma non stanno fermi un secondo. “Apapaia”, “Ballata”, “Re del silenzio” (tra le mie preferite sicuramente) e poi uno scalpo giallo roteato sul palco, alludendo a un presunto presidente coglione e testa di cazzo. Ghigo è un treno, ci dimostra cosa voglia dire amare le sei corde, così come Maroccolo che di corde ne ha solo quattro. Le dita di Aiezzi sembrano possedute dal diavolo, così come le bacchette di “mitraglia” Martelli. Sono passate quasi due ore e nonostante la schiena, le gambe e i piedi abbiamo passato tempi migliori, teniamo ancora botta. “Caffè mescal e Rosita” e “Resta” ci danno la giusta carica per dimenticare tutte le sofferenze, si va avanti, mentre i settantenni continuano a stupirci sul palco. Quando Piero ci racconta che lui fa sempre e comunque “comecazzoglipare”, partono le extra bonus promesse. “Istanbul” apre l’ultima parte delle danze, “Tex” e “Cangaceiro” segnano l’esplosiva chiusura. Impazzisco. Ballo. Mi agito. All’urlo di “El bandido Litfiba” ci aggrappiamo alle nostre ultime forze. Più di due ore e mezza di rock anni Ottanta suonati senza sosta e senza sbavature (e se anche ci son state, chi se ne frega). Che potenza, che performance, che stile, che belloooo!!! Ma a cosa abbiamo assistito? “17 Re” invecchia (si fa per dire), i Litfiba invece non ne vogliono sapere e noi con loro. Stanchi, sudati, ubriachi e con i crampi ai polpacci ci dirigiamo verso l’uscita, felici, con la spensieratezza e la gioia di aver passato insieme una bellissima serata. E ora? Birretta da Sbisà?
 
Grazie P. Grazie R.
 
p.s. ooohhhh io me la ricordo così, ma potrebbe anche essere andata in maniera diversa. Ahahahahah!!!

venerdì 11 settembre 2026

C O N F O R T F I L M

Per la seconda volta in un paio di mesi ho riguardato il film “I diari della motocicletta”, ispirato dai diari di viaggio “Latinoamericana” (Notas de viaje) di Che Guevara e dal romanzo biografico “Un gitano sedentario” (Con el Che por America Latina) dell’amico e compagno di viaggio, Alberto Granado. Non esiste un motivo particolare, ma guardare questo film mi fa star bene. Perché “I diari della motocicletta” non è soltanto un film, ma un viaggio che lascia spazio al silenzio, allo stupore e alla riflessione.  Un sentiero di paesaggi dal forte impatto emotivo, le Ande, il deserto, la foresta amazzonica, gli spazi aperti evocano calma e libertà. Le montagne respirano antiche storie, i fiumi custodiscono silenzi profondi e i volti incontrati  lungo la strada si trasformano in amicizie. Il viaggio è il cuore del film. Guardare due giovani, accomunati da inquietudine e grandi ideali, che attraversano un continente con curiosità, dà la sensazione che il mondo sia più grande dei problemi quotidiani e che ci sia sempre qualcosa da imparare. Non è certo un film che punta sulla tensione, il ritmo è contemplativo, gli incontri, che si susseguono nel corso del viaggio, sono pieni di empatia. Il film mostra difficoltà e ingiustizia, ma mette in primo piano la dignità, la solidarietà e la connessione umana. Ogni chilometro percorso dalla motocicletta romba come un sogno giovane e inquieto, ogni metro fatto è una domanda e ogni orizzonte un invito a guardare il mondo con occhi nuovi. Presto il viaggio diventa qualcosa di più importante della meta finale. C’è una trasformazione interiore. E’ come se il vento, a bordo della “Poderosa” scolpisse lentamente una nuova coscienza. I protagonisti partono inseguendo un’avventura col cuore leggero e colmo d’incoscienza, ma la strada è una maestra severa, non regala soltanto panorami, ma bensì volti segnati dalla fatica, mani consumate dal lavoro e occhi che custodiscono il peso della storia. Tanta umanità, speranze, ingiustizie e dignità. “I diari della motocicletta” sono una poesia scritta sull’asfalto, dove ogni curva diventa un verso e ogni orizzonte una pagina bianca su cui scrivere. E’ un film che ti resta dentro continuando a brillare anche quando lo schermo si oscura. Malinconico e rassicurante, non nasconde la sofferenza ma ci regala la speranza. A volte un film ci fa star bene non prechè racconti una storia felice, ma perché rispecchia qualcosa che desideriamo; libertà, autenticità, amicizia, coraggio, uguaglianza e giustizia, o semplicemente il piacere di osservare, da una finestra privilegiata il mondo. Un meraviglioso viaggio che non finisce su una mappa ma continua nell’animo. Un viaggio che non soltanto allarga la mente, ma le dà forma. Guardatelo. Io lo rifarò sicuramente ancora, ancora e ancora!!!


I diari della motocicletta
di Walter Salles (128 min.) – Drammatico, biografico, avventura - 2004

venerdì 4 settembre 2026

Ma cosa cazzo ho letto questa estate?

Tokio, neon, cemento, asfalto, traffico, supermercati aperti tutta la notte, come alcune fabbriche, come quella dove si preparano colazioni pronte. E poi vite che marciscono dietro porte perfettamente chiuse. La working class giapponese, i gestori di bordelli e di case da gioco, le prostitute, gli usurai, la Yacutza, gli sbirri, gli operai e le casalinghe, tutti scaraventati dentro un frullatore e poi buttati giù da una scala metallica d’emergenza di un fabbricato abbandonato. E ancora quattro donne. Quattro esistenze schiacciate dal lavoro, famiglia, soldi e aspettative. Sembrano invisibili, quasi parte dell’arredamento grigio di case periferiche degradate, malconcie e diroccate. Qui nessuno è veramente innocente e nessuno è veramente libero; il denaro puzza, il matrimonio soffoca, il lavoro divora, i debiti strozzano e la normalità è soltanto una maschera con cui la società si presenta mentre stringe il cappio. All’improvviso una di loro non ci sta più e decide di far fuori il marito. Da quel momento il romanzo smette di essere una storia di casalinghe e diventa una corsa al massacro, dentro una Tokio fredda e alienante. Una vera ribellione punk, che non nasce da un suono distrorto a cazzo di cane ma da donne esauste. Non ci sono chitarre elettriche nè slogan urlanti, c’è qualcosa di più inquietante; quattro persone che hanno passato anni a ingoiare rabbia fino a trasformarla in un tentativo di riscatto. Tokio nel frattempo, pulsa sullo sfondo come una macchina industriale impazzita. Le luci al neon illuminano una città enorme e sporca che promette libertà e poi ti presenta il conto. Tokio non dorme. Tokio consuma. Il romanzo è nero, claustrofobico e brutale, ma soprattutto è incazzato. E’ una storia di donne che  non vengono considerate finchè non diventano pericolose, e quando finalmente il mondo si accorge di loro, è ormai troppo tardi, hanno già morso. Un noir femminista, lercio e senza pietà, che suona come un disco metal graffiato per tutta la notte dentro un bagno insanguinato e illuminato  solo da una lampadina morente. E poi? Dopo alcune tra le pagine più sadiche, violente, sporche, brutali, cattive e orribili che abbia mai letto, arrivano  poche righe per rovinare tutto, con un cazzo di finale di merda. Perché? dio cane!!! Vaffanculoooo!!!

 

“Le quattro casalinghe di Tokio”
di Natsuo Kirino, 1997 - romanzo 

domenica 30 agosto 2026

Farewell

6 agosto. Francesco Guccini è morto, E per un brevissimo istante anch’io, una frazione di secondo in cui credo si sia fermato anche il mio cuore. Un lasso di tempo talmente breve ma capace di sprigionare una moltitudine di ricordi, memorie, momenti, parole, canzoni, persone, serate, sbornie, amici e tanto altro. Niente tristezza, solo un velo di malinconia a ricoprire questi torridi giorni. “perdonami se ti ho portato via un poco d’estate”. E’ stata una fortuna immensa averlo nella mia vita ed è stato un enorme privilegio esser stato contaminato da lui. Perché non è stato solo un manifesto di “via Paolo Fabbri 43” appeso nella mia cameretta o un cantautore come tanti altri, era qualcosa di molto, molto di più. ”io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista, io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino, io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare”. Lo amavo perché faceva vivere le contraddizioni, la sua vita con la storia, la cultura popolare con le citazioni colte, l’attivismo politico con i dubbi esistenziali della vita. Lo amavo perché grazie a lui ho scoperto Hemingway, perché negli angoli di casa ho cercato il mondo, perché nei libri e nei poeti ho cercato me, perché portava la filosofia ai tavoli delle osterie e per “i ciuffi di parietaria attaccati ai muri”. Perché era capace di scrivere 13 strofe su una locomotiva e riuscire a far vivere la politica nel corpo di un macchinista. Lo amavo per “l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”, per “la rivolta permanente”, lo amavo per avermi fatto credere nella possibilità di cambiare il mondo, per quella finestra critica sulla società, per le giornate senza tempo in cui “avevo un’infelicità vicina”, per avermi fatto capire che nella vita c’è tutto da sbagliare ma invecchiare con gli amici davanti a una bottiglia di vino “non è poi sbagliato”.
 
“io sono fiero del mio sognare. Di questo eterno mio incespicare”
Grazie Francesco. Grazie per tutto.

mercoledì 5 agosto 2026

Fastidio - Episodio 4

Semestrale: agg. se/me/stra/le
dal latino semestris, indica qualcosa che ha una durata di sei mesi o che si ripete, si rinnova o viene corrisposto ogni sei mesi.
 
Io non so più cos’è normale ho un’allucinazione. se sono matta io. non è che voglio litigare. ho solo qualche osservazione. un pensiero mio. la moda di milano che fastidio. lo snob romano che fastidio. il sogno americano che fastidio. la musica tribale che fastidio. i cani alle dogane che fastidio. (cit. Ditonellapiaga), la politica che è diventata una forma di intrattenimento cabarettistico (a chi spara lo slogan più grosso), la politica mi fa schifo più che darmi fastidio, tony pitoni, andrea pucci, c’è posta per te, quella cazzo di busta, i disastri idrogeologici che colpiscono i paesi italiani per colpa di amministrazioni incapaci menefreghiste clientelari e mafiose (perché non si parla più di niscemi?), la pubblicità dei rotoloni regina, claudio reggeni e i suoi genitori, roberto vannacci (clone di salvini con 10 anni di ritardo), stefano bandecchi, gli apericena, il fermo preventivo dell’ultimo decreto sicurezza, pierfrancesco favino, l’atleta ucraino di skeleton, il suo cazzo di casco, l’ipocrisia del comitato olimpico, le pubblicità delle multinazionali  per le olimpiadi invernali, quell’alcolizzato di carlo nordio, i sentimentalismi (anche se mi commuovo anche io), romina power, il bayern monaco, quando fai una domanda a qualcuno in una chat e rispondono altri (ma che problema avete), la memoria piena, il correttore automatico dello smartphone che cambia le parole, correggere le parole scritte di merda per colpa delle mie dita quadrate, chi suona il clackson appena scatta il verde ai semafori, chi si attacca al culo quando sei in fila alla cassa del supermercato, la gente che dice: non capiresti, la gente che domina le conversazioni di gruppo e non lascia parlare nessun altro e parla parla parla parla, chi chiede consigli e poi non li segue, l’intelligenza artificiale, la deficienza naturale, l’intelligenza sentimentale (ma che cazzo vuol dire), le derive autoritarie, teo mammuccari, paolo mieli (sionista mascherato), chi taglia gli spaghetti per mangiarli, gli stranieri che bevono il cappuccino mentre pranzano, antonella elia, alessandra mussolini (sempre a testa in giù), il viperetta (massimo ferrero), il caso garlasco, le serie tv dove parlano napoletano stretto, il como calcio, tutti i partiti italiani che ormai preferiscono avere follower che elettori, i politici che dicono: dobbiamo riportate le persone alle urne, il solito sistema clientelare, i chioschi nelle spiagge che si credono ristoranti stellati (abbassate i prezzi, porco dio) e le loro fottute porzioni minuscole, W le trattorie dove devi sganciare il bottone dei pantaloni, i gestori balneari che mettono i cartelli “spiaggia privata” (malavitosi e teste di cazzo), paola ferrari (asina), la gente che pubblica foto dove sta solo e sempre sorridendo, le paresi, il fatto che sta diventando tutto difficile, il mio corpo che si irrigidisce (si chiama vecchiaia), la stempiatura che avanza (anche questa si chiama vecchiaia), la vista che cala (ooohhii è vecchiaia), la routine, la routine serale per riuscire a dormire bene, la gente di destra che fa la morale, la mobilità sostenibile (che cazzo vorrà dire), le lobby, il disastro dell’occidente, il collasso del medio oriente, trump merda (ci sta sempre bene), le tisane sgonfiapancia, i grassi saturi, il fottuto caldo estivo, i negroamaro, beep beep, alessandro bastoni (uomo di merda e pedofilo), le porte senza maniglie, chi segue gli oroscopi, le eccezioni che confermano la regola, chi si inventa le regole, i tatuaggi con le labbra rosse sul collo (ma in generale i tatuaggi con le labbra rosse ovunque), il giro d’italia che fa tappe in bulgaria tralasciando molte regioni italiane (non chiamatelo “giro d’italia”, ma “gito di soldi!), gli uomini con i sandali, gli uomini che usano il marsupio, chi mette il marsupio a tracolla, i marsupi, chi pubblica foto a torso nudo in palestra, chi pubblica foto in posa con auto e/o moto potenti non loro, gli uomini che si fanno le sopraciglia ad ali di gabbiano super definite, i vinili graffiati, chi fissa il telefono mentre gli parli, quelli che dicono: io dico sempre tutto quello che penso (meno male io mi sto spesso zitto), i momenti di suspance nell’attesa di una risposta dei programmi televisivi a premi, le foto oportunity, la feta greca, il tofu, chi mangia quella merda, per non parlare dello yogurt greco, la pratica sociale delle vacanze estive,  le ricette dove le infilano dappertutto, i 250 mila coglioni a torvergata per ascoltare quel fesso di ultimo, quelli a cui hanno chiesto il perché? Risposta: perché ultimo parla di me (cazzo quanto siamo messi male), STOP MAKING STUPID PEOPLE FAMOUS, mario roggero (assassino), il mio essere totalmente disilluso da tutto, dimenticarmi le cose da aggiungere a questa lista, io per tutte le cazzate che dico (ahahahahah), i miei brutti pensieri, quando faccio lo stronzo, i tradimenti (sono un ipocrita), l’ipocrisia, l’ipocrisia di questa lista, chi manifesta fastidio per una determinata categoria di persone, le liste lunghe, le liste delle cose che danno fastidio, scrivere questa fottuta lista ogni sei mesi (finiamola qui!!! Forse).
Ahahahahah!!!

domenica 26 luglio 2026

Ma cosa cazzo ho visto ieri notte? (puntata n°4)

Bugonia: dal greco antico bougonìa, è un’antica credenza secondo cui le api potessero nascere spontaneamente dalla carcassa in decomposizione di un bue. Il termine unisce le parole greche bòus (bue) e gonè (generazione). Questa pratica rituale o credenza pseudoscientifica si basava sull’osservazione errata della metamorfosi di alcuni insetti (come le mosche Eristalis tenax) che somigliavano alle api e depongono le uova nelle carcasse animali. La credenza, nonostante il mito abbia assunto un forte valore simbolico legato a rinascita e ciclicità, è stata smentita solo nel XVII secolo con la confutazione scientifica della generazione spontanea.
 
Dove eravamo rimasti? Ahhhh si, hai film brutti. Beh ieri sera non avevo proprio voglia di esplorare il mondo dei b-movie a basso budget (nonostante una lunghissima lista di pellicole da guardare) e mi sono buttato sulla visione di un film di recente produzione, girato da un regista affermato e di cui si parla benissimo nell’internèt. Ahahahahah!!! Senza conoscere la trama mi sono addentrato in “Bugonia” di Yorgos Lanthimos. Cazzzzzooooo!!! Cazzzzzooooo!!! E ancora cazzzzzooooo!!! Si apre lentamente parlando di api e della scomparsa di questi preziosi insetti causata dall’inquinamento, apparendo come una commedia nera sul complottismo, ma  poi diventa un thriller fantascientifico, anticonformista, anticapitalistico, distopico, grottesco e chi più ne ha, più ne metta. Sono rimasto incollato al divano per quasi due ore senza accorgermi di niente. Una trama essenziale (quasi un racconto breve), tre attori (di cui due semplicemente strepitosi), una vittima e un carnefice, riflessioni su classi sociali, disinformazione, uomini, idee, realtà e immaginazione. Lanthimos riesce a portarci sull’orlo dell’apocalisse senza fretta, con una lenta operazione chirurgica che spolpa, con devozione, ogni certezza e ogni realtà acquisita. Nonostante il soggetto sia tratto da un semisconosciuto film coreano (vado subito a recuperarlo), Il regista greco riesce col suo stile, con dei primi piani inquietanti, un’atmosfera claustrofobica e disfunzionale a insinuare un dubbio assurdo. Alla fine “Bugonia” non da risposte, ma lascia una marea di domande, non predice il futuro ma lo usa come una percezione deforme di ciò che potrebbe accadere. E quando appaiono nuovamente le api, come a inizio pellicola, tirate un sospiro di sollievo per essere tornati nel nostro mondo. Vorrei raccontarvi tutto, ma sto cercando di essere una brava persona, ma cazzzzzooooo!!! Cazzzzzooooo!!! E ancora cazzzzzooooo!!! Bellissimo. Bocca aperta. Aaaaaahhhhhh!!!
 
Bugonia
di Yorgos Lanthimos (119 min.) – Fantascienza, drammatico - 2025
remake del film coreano “Jigureul jikyeora!” del 2003
con Emma Stone e Jesse Plemons