• Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, le d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Hemingway, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Francesco Guccini, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued

lunedì 19 ottobre 2026

Mi sono rotto il cazzo!!! (ancora)

Mi sono rotto il cazzo, ancora una volta. L’ennesima. Mi ero ripromesso di non incazzarmi più, e invece eccomi qui, ancora, nel cercare di sfogarmi scrivendo, piuttosto che uscire e spaccare tutto (anche se ne avrei una gran voglia). “condannare con fermezza la violenza dei giovani” ….. “non è questo il modo di protestare” ... "non sono manifestanti, sono delinquenti"….. ecc….. ecc….. Sempre la solita sequela di stronzate. Ma sti cazziiii!!! La piazza non è mai stata un  tè di gala; ed è ovvio che un giovane nasca incendiario, democraticamente ribelle, utopico e rivoluzionario. Ma ogni volta che durante una manifestazione vengono imbrattati i muri, rotte le vetrine, dato alle fiamme qualche cassonetto, il dibattito si concentra spesso solo sui danni e l’agressività della piazza. Quello che mi chiedo è, quanto spazio lasciamo alle ragioni per cui le persone sono scese in strada a manifestare? Quali sono le ragioni e le motivazioni che portano a tutto ciò? Perché esiste questa rabbia? Perché manifestano? Io non solo non condanno il bordello che hanno fatto nelle città italiane, ma lo considero una reazione spontanea e naturale nei confronti di un sistema malato; basato su sfruttamento e menzogne. Questi poveri studenti sono bombardati giornalmente da una propaganda capitalistica senza scrupoli, che li illude di poter tranquillamente realizzare i loro sogni grazie al rispetto delle regole imposte, grazie ai loro telefonini di marca, grazie alla vita social, grazie alle piattaforme streaming e al desiderio di acquistare una macchina sempre più grossa e potente. Una grandissima presa per il culo, con la complicità di politica (destra e sinistra è uguale), banche, multinazionali e media. Quando invece la vita reale è un inferno: scuole in rovina, salari da fame, affitti alle stelle, precariato, privatizzazione dei servizi, crisi climatica, cementificazione, gentrificazione, periferie abbandonate a se stesse, aumento dei carburanti, dei generi alimentari, razzismo, patriarcato, sessismo, omofobia e chi più ne ha più ne metta. Hanno distrutto il patto sociale e si lamentano di una cazzo di vetrina rotta. Vaffanculo e sti gran cazzi di qualche cassonetto dato alle fiamme. Bisogna chiedersi di chi è la responsabilità di una società al tracollo? Di governi che preferiscono la guerra alla scuola, al welfar, al futuro, all’ambiente e alla sanità. Purtroppo non ci vogliono pensanti, non ci vogliono coscienti, non ci vogliono ribelli, ma vogliono sudditi zombie e dormienti. Questo vogliono. Vogliono chiudere la bocca ai nostri ragazzi. Vogliono vecchi rincoglioniti dalla propaganda di bruno vespa. Vogliono che la nostra massima aspirazione sia televotare sanremo. E allora che fai resti a casa? No, esci e manifesti, sperando che lo facciano sempre di più, sperando di svegliare da questo torpore imposto da governi terrificanti, tutti i cittadini. Per questo i movimenti studenteschi, gli operai, i camionisti, i pastori, i casser, i no tav, i black block e gli antagonisti fanno così tanta paura ai governanti di tutta europa. Perché hanno capito che tutta questa gente, nonostante la repressione del dissenso, possa realmente cambiare la società, in quanto unita, piena di  speranze e fiducia, per poter finalmente rompere una narrazione bugiarda della realtà; e se per cambiare qualcosa c’è bisogno di spaccare tutto, SPACCHIAMO TUTTO!!!


sabato 17 ottobre 2026

Asilo Republic (dedicato a tutti gli studenti che lottano per un futuro migliore)

I bambini nell’asilo stanno facendo casino. Ci vuole qualcosa per tenerli impegnati, ci vuole un dolcino. Ci vuole uno spino. Ci vuole un dolcino. Ci vuole uno spino. Dice che è stata una disattenzione, della maestra. E subito uno si è buttato giù, dalla finestra.  Dalla finestra. Oddio che cosa si può inventare. Oddio che cosa possiamo dire. Quando sua madre arriverà, s’incazzerà. S’incazzerà. Certo che lavorare in un asilo, dove c’è sempre casino. Tranquilli qui non si può stare per niente. Ci vuole un’agente. Ci vuole un’agente. E allora vedrete con la polizia, che la situazione ritornerà, come prima, più di prima, t’amerò (yeah), t’amerò. Più di prima ci sarà ordine e disciplina. E chi non vuole restare qui vada in collina. Vada in collina. E se qualcuno la vuole menare, con quella vecchia storia sull’educazione, abbiamo già bruciato tutti i libri, bruciamo lui (yeah), bruciamo lui. I bambini nell’asilo, non fanno più casino. Sono rimasti molto pochi, dopo i fuochi. Nuovi fuochi. Nuovi fuochi. Fuochi, fuochi, fuochi, fuochi, fuochi, fuochi. Fuoco.

Vasco Rossi- 1980

lunedì 12 ottobre 2026

Ma che cazzo ho visto ieri notte? (puntata n°5)

Ho sempre guardato i film orientali, mi piace la loro straordinaria capacità di mescolare una narrazione visiva e ipnotica con un profondo rispetto per i silenzi. Il cinema asiatico sa comunicare stati d’animo complessi senza quasi usare le parole. Le inquadrature sono spesso dipinti in movimento, dove ogni colore e ogni ombra raccontano il dolore, la grazia o la solitudine dei personaggi. Una narrazione senza compromessi, sia che si tratti di un thriller coreano, di un dramma giapponese o un intimo racconto cinese. Da “Lanterne Rosse” a “Old Boy”, da “Parassite” a “No other choise”, senza dimenticare “Memorie di una geisha” o “Hana-bi” solo per citarne alcuni. Ma, ieri notte ho visto qualcosa che mi ha lasciato veramente scioccato. In una Tokio vaqua, grigia e desolata prende piede la storia di “Cure”. Un detective indaga su una serie di omicidi apparentemente scollegati. Le vittime vengono uccise nello stesso modo, ma gli assassini non sembrano avere un movente. Anzi, sembrano non ricordare nemmeno perché abbiano commesso quei crimini. Al centro dell’indagine compare Mamiya, un uomo enigmatico, inquietante e apparentemente vuoto, capace di parlare senza dire nulla e di insinuare dubbi nella mente di chiunque gli stia davanti. Boohhh!!! Vi ho detto anche troppo. Ahahahahah!!!  Una storia inquietante e sovversiva che ribalta i classici horror che vogliono solamente spaventarti. “Cure” vuol fare qualcosa di peggio, vuole insinuarsi nelle tua testa. E’ un thriller psicologico freddo, ipnotico e profondamente disturbante. Non c’è bisogno di mostri che saltano fuori dal buio, nè di sangue versato a litri, racconta un orrore strano, celato e nascosto. L’atmosfera è marcia, gli ambienti sono anonimi, le strade deserte e gli interni soffocanti. Anche la luce sembra malata, così come i dialoghi e i silenzi troppo lunghi. E’ lento, glaciale, straniante e a tratti frustrante. E proprio quando pensi di aver capito cosa sta succedendo, arrivano dei dubbi a farti capire che non hai capito molto. Porca troia, ma che cazzo ho visto ieri notte? Ce l’ho ancora incollato addosso. Devo assolutamente riguardarlo, ancora ci sto pensando.
 
Cure
di Kiyoshi Kurosawa (111 min.)
Thriller, giallo, horror - 1997   


martedì 6 ottobre 2026

Happiness is ......

“Se corri sei un runner. Non importa quanto veloce o quanto lontano corri. Non importa se oggi è il tuo primo giorno o se corri da vent’anni. Se t’infili le scarpe ed esci a correre, sei un runner, fai perte del club”
 
Apro gli occhi. E’ ancora buio. Verso le 2 mi sono svegliato per chiudere la finestra, pioveva. Chiedo ad Alexa, che ore sono?  Le 6 e 34. E’ ora. Lo faccio ormai da un mese e mezzo; mi sveglio, vado in cucina, caffettiera sul fornello, aspetto che il caffè salga ascoltando l’edicola di La7, mi preparo ed esco. Vado a correre. Nuovamente. Quasi ogni giorno. Da quando ho ripreso a correre ho notato il cambiamento, ora le giornate sono più corte e anche la mattina perde quotidianamente minuti di luce. Allle 7 e 30 inizia a fare luce ma oggi è nuvoloso e minaccia pioggia, c’è ancora buio. I primi 5 minuti sono tremendi, le gambe sono dure e i polpacci mi supplicano di fermarmi. Non vanno. Nooo cazzoooo!!! Resisto. Vado avanti. Arrivo all’ippodromo. Non c’è nessuno. Sembra un quadro dei “Macchiaioli toscani”, una piccola opera d’arte. Continuo ad andare, senza fretta, godendomi la splendida giornata uggiosa che sa di autunno. Sto bene, benissimo. Figata. Le gambe rispondono molto meglio. Non importa quanto vado piano, l’importante è non rovinare questa bella sensazione. Continuo. Faccio due giri e rientrando allungo verso la facoltà di veterinaria. Altri 10 minuti, voglio beneficiare a pieno di questa mattinata in cui tutto sembra cosi tranquillo. Calmo. Pacifico. Arrivo sotto casa completamente sudato e stanco morto. Ma oggi sono contento, penso: “è la più bella corsa di sempre?” Forse no. Ma cosa importa, questa mattinata è stata veramente speciale. E ora? Mi godo le endorfine!!!

venerdì 2 ottobre 2026

Fausto, che cazzo dici?

La legge di Brandolini (o principio di asimmetria della disinformazione) stabilisce che l’energia e il tempo necessari per confutare una sciocchezza o una notizia falsa sono di gran lunga superiori a quelli necessari per produrla. In parole povere, ci vogliono cinque secondi per dire una stronzata ma almeno 20 minuti (a volte anche di più) per dimostrare che lo è. Ormai una battaglia persa in partenza. Questo perché l’aumento dei coglioni nella società va di pari passo con la diminuzione dell’insulto pedagogico. Non scherzo!!! Una volta quando dicevi una stronzata, immediatamente interveniva tuo padre, tuo zio, l’insegnate, un amico (l’amico forse no, lui rideva) o una sconosciuta signora per strada, che, anche se non l’avevi mai incontrata prima, si sentiva comunque investita dell’autorità istituzionale di educarti, e ti diceva. “sei scemo o lo fai di proposito?”. 3 secondi, nessun trauma infantile, nessuna seduta dallo psicologo, nessuna lacrima; ma tornavi a casa con una cosa meravigliosa, che oggi sembra essersi estinta, il dubbio di aver detto o fatto una cazzata. Quel dubbio era fondamentale perché impediva allo stupido di raggiungere la sicurezza necessaria per diventare pericoloso e rifarlo. Oggi invece uno dice la più grande stronzata mai concepita dall’essere umano con una frase secca, violenta, virale  e subito si sente: “è il suo punto di vista”, “la sua verità conta”, “bisogna rispettare le idee di tutti” ecc… ecc… Noooo cazzzzooo!!! Non tutte le opinioni meritano rispetto. Può suonare antipatico ma è la verità. La persona conta, ma la sua opinione può essere tranquillamente una cagata pazzesca (cit. Rag. Ugo Fantozzi). Le opinioni delle persone competenti vanno prese sul serio, le stronzate vanno demolite. E mente tu cerchi di smontare l’enorme inesattezza spiegando la cosa con leggi (di qualsiasi natura: matematica, fisica, economia, climatiche, ecc… ecc…), contesti storici, contenuti e precedenti, il cretino ha già convinto migliaia di persone. Tutto perché abbiamo eliminato il predatore naturale del coglione e cioè la paura di fare una figura di merda. Un tempo prima di parlare davanti alle persone, uno pensava: “ma sono sicuro di quello che sto per dire?” Oggi invece una persona può non sapere assolutamente un cazzo, ma ha un telefono, e l’algoritmo non gli dice guarda che sei un cretino. Magari!!! Fa qualcosa di molto peggio, trova altri cretini che la pensano come lui. E se scrive le piramidi le hanno costruite gli alieni, che la terra è piatta o che i vacini servono per impiantarci antenne miniaturizzate, invece di comparire tuo zio che ti dice di smettere di drogarti male, l’algoritmo ti presenta altre mille persone convinte che dentro la piramide di Chope ci sia un parcheggio per astronavi , che la terra sia un’enorme piscina o che ormai siamo dei ripetitori di segnale umani. Improvvisamente non sei più lo scemo del paese, sei un pensatore indipendente, apri un blog, poi un podcast e nel giro di sei mesi organizzi convegni su ”Quello che non vogliono farti sapere”. Boommmm!!! Abbiamo industrializzato il coglione di turno e reso famosa l’ennesima stupida persona. La bugia è veloce perché è estremamente semplice mente la verità fatica perché lenta e complessa. E internet oltre a premiare la velocità e poco l’accuratezza, ha risolto il più grande problema degli stupidi, e cioè incontrarsi, e quando trovi altre migliaia di persone convinte della tua stessa stronzata, inizi a pensare che quello intelligente sei tu. Siamo proprio nella merda, questa è un’inarrestabile situazione concreta. Per questo dobbiamo recuperare uno dei più importanti strumenti della nostra infanzia, il: “ma che cazzo stai dicendo?”. Basta con questo ipocrita falso mito dell’etica pubblica, e col fatto che tutte le opinioni debbano essere rispettate, se uno dice cazzate senza qualità a sostegno della sua tesi, c’è solo bisogno che uno lo guardi negli occhi e gli dica: “stai dicendo una marea di stronzate”.

p.s. Ricordati di questo post la prossima volta che leggerai una cazzata clamorosa e ti sfiorerà il pensiero di riproporla.

sabato 26 settembre 2026

Compagni di stadio

“Al contrario di quello che state scrivendo, questa non è un’anarchia. Ditemi voi, quale Anarchia può esserci se tutto viene discusso e votato? E poi discusso e votato di nuovo? Io posso solo dire che noi giocatori brasiliani siamo al servizio dei cittadini e dei tifosi. Se il governo non vuole che si parli liberamente, noi parleremo liberamente. Se non vuole che i cittadini decidano in maniera diretta, noi lo facciamo. Provate a scrivere questo”
(Sòcrates ai giornalisti dopo la vittoria contro il Bangu)
 
Tra gli anni sessanta e la metà degli ottanta in gran parte del Sud e Centro America, si verificarono frequenti colpi di stato. In Argentina, Brasile, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Panama, solo per citarne alcuni, col consenso degli Stati uniti (i soliti pezzi di merda), che non volevano assolutamente democrazie socialiste nel “loro giardino”, arrivarono al potere capi militari e violente dittature. Ad accomunare questi pseudo-governi, oltre a profonde crisi economiche e istituzionali, a sistematiche censure seguite da falsa propaganda, ingiustizie e soprusi; fu che gli oppositori venissero spesso torturati, condannati a morte senza processo, giustiziati e fatti sparire  nel nulla. In Brasile dopo il rovesciamento del presidente Joaò Goulart, del 1964, il paese venne governato per ventun anni da una serie di governi militari. Ma nonostante un ventennio repressivo, fatto d’ingiustizie, di povertà, di privazioni dei diritti personali (i brasiliani non votarono per oltre vent’anni) e dove decine di milioni di persone delle zone più arretrate del paese vivessero isolate e all’oscuro di tutto, qualcosa iniziava a muoversi. Le proteste del 1983 in cui larghe rappresentanze di cittadini iniziarono a chiedere di poter eleggere direttamente i propri rappresentanti e il loro presidente, diedero il via a un lento processo di democratizzazione del paese, ostacolato però dalle frange più radicali dell’esercito, che non avevano intenzione di cedere facilmente il potere. E’ in questo contesto che una delle squadre di calcio più amate del Brasile, aiutò il cambiamento del paese con un esperimento rimasto unico nella storia del calcio; “La Democrazia Corinthiana”. Nata nel 1910 in un quartiere di operai come prima squadra popolare della città più industrializzata del paese, i “Timao” di San Paolo erano (e sono ancora) una delle squadre più importanti del campionato brasiliano. Nato come ribellione contro il controllo autoritario e filo governativo, della vecchia dirigenza sportiva, tra l’82 e l’85, misero in atto un esperimento che divenne presto un simbolo politico. Il Corinthias diede una lezione di giustizia capace di dar forza e coinvolgimento al movimento democratico del paese. Come? Semplicemente usando la democrazia. Ogni scelta del club (dagli orari degli allenamenti, agli ingaggi e i nuovi acquisti) veniva discussa e votata collettivamente dall’intera squadra, dai calciatori al mister, dallo staff tecnico ai magazzinieri. I tradizionali e rigidi ritiri pre-partita furono cancellati, responsabilizzndo, in questo modo, ogni giocatore. I premi e i guadagni venivano suddivisi in modo equo o concordati insieme all’interno del gruppo. Negli anni in cui il Brasile era ancora sotto il giogo della ditattura militare, lo spogliattoio del Corinthias si trasformò nell’unica isolata realtà di libertà del paese. I calciatori scendevano in campo indossando maglie con la scritta “Democracia” per invitare i cittadini a lottare per i propri diritti e a pretendere libere elezioni. All’interno del club Paolista ormai si respiravano gli ideali di libertà e partecipazione, le sfide alla dittatura militare erano plateali e alcuni giocatori scesero in campo apertamente. Tra cui, Sòcrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, il fuoriclasse conosciuto semplicemente come Sòcrates, persona istruita e colta, nato nella povertà e sensibile alle ingiustizie, di ruolo centrocampista, iconico e autentico portavoce del movimento. Morto purtroppo nel 2011, a soli 57 anni, per i danni provocati da anni di abuso di alcool e tabacco. Il giovane volto dell’attaccante Walter Casagrande, emblema delle nuove generazioni vogliose di cambiamento e libertà, capace di farsi portavoce delle molteplici espressioni culturali del Brasile, e per questo sempre più in contrasto col regime. E infine il difensore guerriero dalla pelle nera, meno celebrato, ma forse addirittura più influente degli altri due, Wladimir Rodrigues dos Santos, classe 1954, capitano storico dei “Timao”, che negli anni bui della dittatura, sperimentò a proprie spese, sia in campo che nella vita di tutti i giorni, la società implicintamente razziale e razzista. Una storia di calcio che racchiude valori come poche altre. Un calcio ben diverso da quello attuale, lontano da quella scatola vuota che, ora, muove soldi e superficialità (vedi la baracconata degli ultimi mondiali). Un calcio impegnato, amato in patria e nel mondo, protagonista di una delle vicende sportive e politiche più importanti, emozionanti e appasionate della storia contemporanea. Una storia che è già leggenda. Che bel libro questo “Compagni di stadio”. Leggettelo!!!
 
“Compagni di stadio” - Sòcrates e la Democrazie Corinthiana
di Solange Cavalcante, 2025 – Saggio storico-sportivo

venerdì 18 settembre 2026

"el bandido LITFIBA"

Cammino da qualche minuto con una birretta in mano mentre il sole, in tutto il suo furore, splende ancora alto. Fa un cazzo di caldo assurdo. Non si respira e sono già appiccicaticcio, ci sarebbe voluto il classico polsino da tennista, che oltre a fare molto rock & roll anni ’90 mi avrebbe aiutato a contenere il sudore grondante. Penso fra me e me a quanto sia stato geniale uscire di casa con una camicia hawaiana di cotone scadente; ma vaffanculoooo!!! E’ già completamente fradicia. Merda. Maledetta estate del cazzo e maledette queste ondate africane. Comunque arriviamo finalmente all’ingresso. Entriamo e la tensione inizia a salire. Ancora qualche birretta per stemperare il fottuto caldo e decidere dove posizionarci durante il live. La folla inizia a rumoreggiare, capiamo che i vecchietti stanno per iniziare. Finalmente dopo 10 mesi di attesa ci siamo. Piero Pelù è in forma smagliante, con petto villoso e tatuaggi in vista, allarga le bracccia iconicamente e parte con “17 Re”. Sono carichi a molla, Ghigo Renzulli alla chitarra, Gianni Maroccolo al basso, Antonio Aiezzi  alle tastiere e ultimo ma non ultimo Luca “Mitraglia” Martelli alla batteria. Eccoli qui, in tutta la loro affascinante bellezza, i LITFIBA. Un’onda energetica parte dal palco e si propaga velocemente sulla folla. “Come un Dio”, “Oro nero”, “Sulla terra”, il pubblico si scalda. La valvola è aperta, non solo musicalmente parlando, anche quella delle nostre gole. Anche noi performiamo, ma con la birra. Ahahahahah!!! Piero ci ricorda di quanto siano coglioni i potenti e quanto faccia schifo la guerra. Poi parte opportunamente “Vendetta”. Hanno già quasi un’ora di live ma non stanno fermi un secondo. “Apapaia”, “Ballata”, “Re del silenzio” (tra le mie preferite sicuramente) e poi uno scalpo giallo roteato sul palco, alludendo a un presunto presidente coglione e testa di cazzo. Ghigo è un treno, ci dimostra cosa voglia dire amare le sei corde, così come Maroccolo che di corde ne ha solo quattro. Le dita di Aiezzi sembrano possedute dal diavolo, così come le bacchette di “mitraglia” Martelli. Sono passate quasi due ore e nonostante la schiena, le gambe e i piedi abbiamo passato tempi migliori, teniamo ancora botta. “Caffè mescal e Rosita” e “Resta” ci danno la giusta carica per dimenticare tutte le sofferenze, si va avanti, mentre i settantenni continuano a stupirci sul palco. Quando Piero ci racconta che lui fa sempre e comunque “comecazzoglipare”, partono le extra bonus promesse. “Istanbul” apre l’ultima parte delle danze, “Tex” e “Cangaceiro” segnano l’esplosiva chiusura. Impazzisco. Ballo. Mi agito. All’urlo di “El bandido Litfiba” ci aggrappiamo alle nostre ultime forze. Più di due ore e mezza di rock anni Ottanta suonati senza sosta e senza sbavature (e se anche ci son state, chi se ne frega). Che potenza, che performance, che stile, che belloooo!!! Ma a cosa abbiamo assistito? “17 Re” invecchia (si fa per dire), i Litfiba invece non ne vogliono sapere e noi con loro. Stanchi, sudati, ubriachi e con i crampi ai polpacci ci dirigiamo verso l’uscita, felici, con la spensieratezza e la gioia di aver passato insieme una bellissima serata. E ora? Birretta da Sbisà?
 
Grazie P. Grazie R.
 
p.s. ooohhhh io me la ricordo così, ma potrebbe anche essere andata in maniera diversa. Ahahahahah!!!