- Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRrossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, lE d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Heminguay, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued
venerdì 12 giugno 2026
La "Macchina"
“Il cielo è plumbeo, le nuvole compatte e il vento che spira da
occidente. Ci sarà da divertirsi”
Thriller Noir scritto da Don Winslow!!! Già questo basterebbe. Se poi
aggiungete mafia, azione e malinconia, sapientemente mescolati a uno stile
cinematografico, eccovi servito “L’inverno di Frankie Machine”. Lo tenevo
sott’occhio da tempo e finalmente con notevole, ingiustificabile, ritardo un
paio di settimane fa, sono riuscito a leggerlo, poco importa perchè come
sappiamo bene, nel mondo dei libri il tempo vale il giusto. Non importa se è
datato o meno, perché se un romanzo è bello, lo rimane nonostante gli anni.
Cosa altro aggiungere alla parola “bello”, se non dire che questo noir è uno dei migliori libri
letti ultimamente. Un romanzo che più che sulla trama, o sullo stile di
scrittura (comunque devastante), poggia su un protagonista che colpisce da
subito. Frank Machianno in fondo è un criminale. Un sicario, uno che ammazza
talmente bene da essere chiamato Frankie Machine. Eppure “la macchina” è uno
che piace, perché pur essendo un ex killer della mafia californiana, cerca di
vivere una vita tranquilla a San Diego; ha una sua etica, un suo onore e un suo
codice di comportamento. All’insegna di un ritmo vorticoso, l’affascinante e
maledetto Frankie si troverà improvvisamente proiettato in un passato lontano,
che torna a bussare alla sua porta. Cosa sta succedendo? Perché? Lo scoprirà
alla fine, dopo tanti colpi di scena incastrati a perfezione in una trama
avvincente, serrata e visiva. Winslow ci trasporta in quest’opera cruda e
coinvolgente, confermando la sua gran penna, (come solo lui sa fare). Un
seducente bel libro, realistico e pieno di colpi di scena che non deludono mai.
Se vi piace il genere non perdetevi questo romanzo. Consigliatissimo.
p.s. Tutti amano Pete, il vecchio venditore di esche. Ahahahahah!!!
domenica 7 giugno 2026
Mitteleuropa express
Mitteleuropea: Dal tedesco “mitteleuropea” (europa di
mezzo) indica non solo una collocazione geografica, ma soprattutto una
complessa identità storico-culturale. Un’eredità spirituale e sociale dei
territoti che storicamente facevano parte dell’impero Austro-Ungarico. Un
crocevia di popoli, religioni e lingue (tedesco, yiddish, slavo, ungherese e
italiano) che ha generato una civiltà plurale e cosmopolita.
Trieste: Capoluogo della regione Friuli
Venezia Giulia, affaciata sull’omonimo golfo fra la penisola italiana e Istria.
Antico e vivace sbocco sul mare Adriatico dell’impero Austro-Ungarico.
Coordinate: 45° 39’01”N – 13°46’13”E. Altitudine 2m sul livello del mare.
Abitanti 198553 (triestini).
Dopo il complicato arrivo in albergo a notte fonda del giorno precedente, il risveglio è pigro, pigrissimo, quasi letargico. Incontriamo il Gruppo Padova e ci dirigiamo in una fornitissima bakery vicina all'hotel. Dopo una più che soddisfacente colazione e il recupero della macchina a noleggio, diamo il via alla tre giorni. Aperetivo a Muggia (1), dove in un minuscolo baretto, Il “Cantuccio”, trascorriamo il tempo bevendo (tanto) e sparando cazzate (tanto per cambiare). Si fa ora di pranzo. Ci mettiamo in macchina. Il confine a soli 5 minuti lo attraversiamo senza accorgerci dell’espatrio, passando tra piccoli borghi e stradine incastonate tra i boschi. Arriviamo nel paesino di Kozina, dove ci aspettano per il pranzo da “Mahnic” (2), una trattoria slovena col proprio birrificio. E’ Natale e non lo sapevo? Iniziamo il pranzo con un paio di vassoi di antipasti locali (che fai? Te ne privi?) e poi parte il massacro. Carne. Birra. Carne. Birra. Carne e ancora birra. Arrosto misto, stinco, Ljubijanska e i cevapcici (3), tipiche salsiccette slovene. Ancora altra birra e un altro ettolitro (non si sa mai che ci disidratiamo). Prima di riprendere la zingarata oltre confine, ci concediamo un numero imprecisato di palacinke (4), il caffè e un digestivo carsico di cui non ricordo il nome (che ciccioni). Via verso San Carsiano per digerire tra le verdi vallate slovene. Un piccolo momento di svago prima di rientrare a Trisete. Un gin tonic all’Harry’s Piccolo, in piazza Unità d’Italia, e poi altri duecento litri di birra sul canal vecio, aspettando l’ora di cena. Che arriva troppo presto, siamo ancora abbastanza ingolfati dal pranzo e dalla birra. Che nonostante tutto affrontiamo con energico e ligio ardore. Siamo “da Rudy” (5). Storica trattoria Buffet triestina. Che si mangia qui? Carne. Cosa beviamo? Birra. Ahahahahah!!! Che strano!!! Tra bolliti, Gulash, l’immancabile Ljubijanska, patete e crauti, superiamo indenni anche la cena. Due passi tra la colorata movida triestina, un paio di gin tonic, le ultime cazzate (non mancano mai) e siamo pronti per rientrare in albergo e svenire sul letto.
Anche il risveglio del secondo giorno è lento. Con tutta calma ci prepariamo, e alla spicciolata ci incontriamo tutti per la colazione. Siamo stanchi e leggermente rallentati (chissà perche?). Direzione centro città. La giornata è bella. Tavolino all’aperto e sole caldo fanno il resto. Bivacchiamo al bar fino all’ora di pranzo. Prendiamo le macchine per la nostra destinazione. Ancora una volta il paesaggio cambia radicalmente, saliamo verso il rione di San Giovanni, e in soli 5 minuti passiamo dal mare alla montagna. Oggi pranzo da “Suban” (6), dove ininterrottamente dal 1865, triestini e non solo, si deliziano con la cucina tradizionale mitteleuropea. Che fai non la provi? Polentina con uovo in camicia, carciofi dorati e bacon croccante, a seguire fusi all’istriana con spezzatino di gallina, l’immancabile Goulash al profumo di kummel (erba aromatica tipica della zona) e finisco con un gelato al fior di latte con asparagi e olio alla menta (strepitoso). Potrei rotolare giù fino in centro!!! Nel pomeriggio ci rilassiamo un po’, perché ci aspetta la cena. Ahahahahah!!! Ritorniamo a Muggia, per fare due passi nel borgo, un aperetivo e la cena. Visto che siamo sul mare per una volta tralasciamo i succulenti piatti di carne e scegliamo un ristorantino sul Mondracchio (porticciolo nascosto), che cucina roba che vive in acqua salata. Il “Sal de mar” (7) è un piccolo ristorantino molto carino, dedicato ai sapori del mare. Proprio quello che ci vuole per dare tregua ai nostri sanguinosi palati. Cenetta tranquilla, rilassante e tanto per cambiare abbondante. Fuori piove leggermente ma le nuvole minacciose esigono tempesta. Torniamo in hotel e ancora una volta sveniamo sul letto.
Nonostante abbia piovuto gran parte della notte anche al risveglio il cielo appare minaccioso, con la solita flemma che ormai contraddistingue tutte le nostre mattine andiamo a fare colazione al solito bakery poco distante dalla hotel. Il nostro volo è tardi, abbiamo quindi tutta la giornata da riempire. Andiamo in centro per dedicarci alla parte culturale del viaggio tralasciata per cibo e alcool. Visitiamo nell’ordine una mostra sul “Modernismo” triestino e poi un bel giretto al museo di arte moderna; ma inevitabilmente si fa ora dell’aperetivo. Senza pensarci troppo ci fiondiamo al “Cafè degli Specchi”. Gin tonic, americano e mojito ci allietano fino all’ora di pranzo, in questo famosissimo cafè storico (8). Decidiamo per una volta di evitare ristoranti vegani e optiamo per panino, rigorosamente col San Daniele, e birretta, consumati amabilmente sulla panchina di un giardinetto nel centro di Trieste. Andiamo a prendere il caffè? Ok dove? Dai qui c’è un altro Cafè storico. Andiamo al “Tommaseo” dove accompagnamo il caffè con delle belle fette di torta (io prendo la sacher). Si chiacchera delle diverse visioni della vita, come un tempo che fù, come quando in questi Cafè si potevano incontrare Umberto Saba, Italo Svevo, James Joyce o perché no l’imperatrice Sissi. Si avvicina l’ora della partenza, ma prima arriviamo risalendo alla cattedrale di San Giusto, su una delle colline più alte della città. Ci godiamo l’ultima birretta triestina osservando il magnifico panorama sul golfo e su una città diversa; per la sua anima, le sue atmosfere, tra colline carsiche e mar Mediterraneo, così viva, ricca e dinamica, ma anche silenziosa, elegante senza ostentazione. Un ponte tra Occidente e Mitteleuropa. Un posto che sa di mare e di caffè. Un posto che mi dispiace lasciare.
venerdì 5 giugno 2026
Punk is not ded
![]() |
| Marjane Satrapi 1969-2026 |
giovedì 28 maggio 2026
3:30 AM (error 404 - sleep not found)
Questa notte, colpito da uno strepitoso attacco d’insonnia, mi sono
seduto davanti al computer con l’intento di scrivere un post che parlasse di musica (mi frullava in testa da un bel pò) e in seguito, liberamente ispirato da Murakami
e dal suo libro “Ritratti di Jazz”, inprezziosirlo con una playlist che inglobasse gli album con cui
sono cresciuto, di quelli che tuttora ascolto spesso e che ormai conosco
praticamente a memoria. Facendo mente locale, e con l’aiuto di una
straordinaria lucidità notturna (insomma), mi sono reso conto che la cosa era
difficilissima. Fin da subito è diventato molto complicato individuare, fra
tantissimi, una decente selezione di dischi. Si, perché, tra album che ho
letteralmente consumato, tra artisti che amo, tra musiche e parole che ancora
mi stupiscono la lista sarebbe lunghissima. I dischi e la loro creazione non
sono solo una semplice raccolta di canzoni ma vere e proprie autobiografie
musicali (per lo meno, un tempo era così). Ogni volta che scelgo cosa mettere
su, è come se stia raccontando qualcosa di me, del mio umore o di un momento
particolare della mia vita; una sorta di diario fatto di suoni, di atmosfere
diverse e di colori emotivi particolari. Perché esistono dischi che trascendono
il tempo e lo spazio, opere che custodiscono gelosamente i miei pensieri. Sono
album seminali che hanno segnato la mia vita, la storia della musica e
sicuramente quella di qualcun altro. Album che continuano a parlarmi e che, a
mio modo di vedere, ogni appassionato di musica dovrebbe conoscere. Album che
dicono “questo sono io” o “questo mi fa pensare a te”; perché a volte un disco può
sostituire, attraverso la musica, tante parole e sentimenti che non sempre è
facile esternare a voce. Un’intima sensazione difficile da capire, nonostante,
questa lista contenga 50 titoli imperdibili del panorama musicale a me legati. Credetemi,
quando vi dico che, potevano essere molti di più (almeno il doppio), ma ho
optato per scegliere un solo album per artista. Scelta sanguinosissima perché
molti artisti hanno numerosi splendidi capolavori tra le loro discografie. E’
stato duro dover addirittura tenere qualcuno fuori, come il mio clamoroso amore
adolescenziale per Madonna (True Blue del 1988 vale una menzione) o quello più
maturo per Gaber, gli Area, i Talking Heads e i mostri scari del Jazz come
Baker, Mingus, Monk e via dicendo; passando pure per il Ligabue di “Lambrusco,
coltelli, rose & popcorn” (1991) o l’acid jazz degli Us3 (eccezionali), i
Marlene Kuntz e il rap oltraggioso dei Run Dmc e dei Public Enemy, ecc… ecc…
ecc… ecc…. Credo comunque, nonostante l’abbiocco notturno, di esser riuscito (forse
in modo sconclusionato) nel mio piccolo intento di parlare della mia più grande
passione ed esser stato capace anche, seppur in ordine causale, nel creare una lista
strampalatamente toga. Ahahahahah!!! (cazzo quanto mi piace scrivere liste).
Beh!!! Ora proviamo a dormire!!! Good night!!!
The
Velvet underground & Nico – The Velvet underground & Nico,
1967
London
Calling – The Clash,
1979
Kind
of Blue – Miles Davis, 1959
Abbey
Road – Beattles, 1969
Are
you experienced – Jimi Hendrix, 1967
Some
Girls – Rolling Stones, 1978
Best
of Bowie – David Bowie, 2002
Wish you where here – Pink Floyd,
1975
The
battle of Los Angeles – Rage Against the Machine, 1999
Genius+soul=Jazz – Ray Charles, 1961
L’indispensabile – Vinicio Caposela, 2003
Curre Curre Guagliò – 99 Posse, 1993
Verba Volant – Frankie Hi Nrg Mc. 1993
Carboni – Luca Carboni, 1992
New
Adventures in Hi-Fi – Rem, 1996
Fra la via Emilia e il West – Francesco Guccini, 1984
Blood
Sugar Sex Magic – Red Hot Chili Peppers, 1991
Neffa & I messaggeri della dopa – Neffa, 1996
Tracy
Chapman – Tracy Chapman, 1988
Blue’s –
Zucchero, 1987
Genius+soul=Jazz – Ray Charles, 1961
mercoledì 20 maggio 2026
Ma cosa cazzo ho visto ieri notte?
Mud Creek. Texas. Elvis Presley non è morto o almeno così dice. E’
invecchiato, appesantito e vive in un ospizio sotto falso nome. Non sta per
niente bene, mangia frutta cotta e ha una brutta infezione al pisello. Ha
scambiato la sua identità molti anni prima con quella di Sebastian Huff, un suo
imitatore, e ora nessuno gli crede quando dice di essere il vero e irripetibile
“Re” del Rock&roll. L’unico che gli dà retta è un altro ospite della casa
di riposo; un anziano di colore che crede di essere John Fitzgerald Kennedy,
sopravvissuto all’attentato di Dallas, a cui hanno tinto la pelle per nascondere
il complotto tramato da Lindon Jonson. Porca troia, già questo così mi
basterebbe. Due relitti della mitologia americana che marciscono insieme. Ma?
C’è dell’altro. A complicare la senile vita grama del Re e di JFK, ecco che l’ospizio
in cui risiedono viene infestato da una antica mummia egizio/cowboy; che per
acquistare forze e ritornare in vita ha bisogno di succhiare le anime dal culo
degli anziani pazienti. Si avete letto bene!!! Dal culo!!! Ahahahahah!!! Questa
è la trama di “Bubba Ho-Tep, Il Re è qui”, un film del 2002 del regista Don
Coscarelli (maestro dell’horror), tratto da un romanzo breve di uno scrittore cult
come Loe R. Lansdale (uno dei miei preferiti). Una storia al limite del buon
gusto, che sa di sudore, urina, muffa e malinconia, proprio come una stanza
d’ospizio. Letti cigolanti, infermiere svogliate, becchini dal discutibile
humor e passati da ricordare, a metà strada tra un capolavoro assoluto e un
pessimo B-movie. Non l’ho capito. Sono ancora confuso e incredulo. Vi giuro che
a un certo punto ho detto: ma che cazz!!! Niente salti sulla sedia, questo è un
Horror pacifico, quasi un divertissement del regista, sporco, ironico e
scalcagnato. Un ritmo che batte lento e arruginito. Strano. Kitsch. Delirante.
Ridicolo. Sincero. Geniale. Folle. Profondamente sbagliato e quindi
perfettamente giusto per le mie serate sul divano.
Bubba Ho-tep, il Re è qui
di Don Cascarelli (92 min.) - Horror, commedia - 2002
con Bruce Campbell
tratto dall’omonimo romanzo breve di Joe R. Lansdale
mercoledì 13 maggio 2026
Un'altra cavolata (New York bullshit)
Quando Gavino arrivò a New York, l’inverno sembrava non finire mai. Il
vento tra i palazzi gli tagliava il viso. Era cosi diverso dal maestrale che
spesso imperversava per Sassari, che sapeva di mare e polvere calda, questo era
glaciale, distaccato e inospitale. Gavino aveva vent’anni e conosceva
pochissime parole d’inglese, ma aveva una memoria ostinata che non lo lasciava
andare, e anche se quei palazzi sembravano scogli verticali la sua lontanissima
Sassari appariva sempre molto vicina. All’inizio, lavorò dove capitava:
lavapiatti, fattorino e anche commesso in un negozio cinese nel Queens. Le
giornate scorrevano veloci, ma le sere erano sempre troppo lunghe. Gli mancava
la pioggia, il rumore delle voci di piazza Tola, l’odore del pane dei fornai, il
bregheghedè e le grida dell’acquedotto. Trovò lavoro in una tavola calda, dove
tutto sapeva di fritto e carne bruciata. Un giorno mentre rassettava la cucina
vide una cassetta piena di cavolo cappuccio che non se la passava tanto bene.
Chiese se poteva prendere qualcuno, e quella sera da vero “magna caula”, a fine turno, tornò a casa con due cavoli sotto
braccio. Li assaggiò, erano buoni ma troppo lontani dal quel sapore che
conosceva fin troppo bene. Nel suo piccolo monolocale di Brooklyn, aprì il
frigo; che tristezza!!! Era semi vuoto; una cipolla, un barattolino di yogurt,
un vasetto aperto di senape, della maionese e una carota. Non si perse d’animo.
Aveva i cavoli, e voleva creare qualcosa che fosse suo, qualcosa che gli
parlasse di Sassari anche a migliaia di chilometri di distanza. Tagliò il
cavolo molto finemente, così come la cipolla e la carota, ci aggiunse tre
cucchiai di maionese, uno di senape e un pò di yogurt. Poi un pizzico di
zucchero, sale, pepe e una generosa spruzzata di aceto che aveva trovato sotto
il lavello. Mischio tutto. Quando l’assaggiò chiuse gli occhi, il cavolo
richiamava vagamente Sassari, ma la sua città non gli apparve. Era ancora a New
York. All’interno di quel “meltin’ pot” dove aveva scelto di vivere. Da quel
giorno, ogni volta che la nostalgia diventava troppo pesante, Gavino preparava
la sua insalata; prima solo per i colleghi di lavoro e poi anche per i clienti.
Dentro una semplice ciotola creare quell’insalata lo aiutava a restare illeso
dalla dura vita di emigrato, mescolare ciò che era stato con ciò che stava
diventando, era abbastanza. Fu così che inventò la sua “cavolata” (coleslaw),
dal gusto internazionale ma con un cuore sassarese.
Insalata Coleslaw: molto diffusa nel mondo
anglosassone, e in modo particolare nella “Grande Mela”. Il nome deriva
dall’olandese “koolslaw” (unione tra le parole “kool”, cavolo e “sla” abbreviazione
di salad). Gli ingredienti si contano sulle dita di una mano (si fa per dire),
ma di varianti ne esistono parecchie. Quella Newyorkese è la più famosa. Prepararla
è semplicissimo. Tagliate finemente i cavoli, la cipolla, la carota e mescolate
insieme a tutto il resto. Lasciate riposare un’oretta e servite.
Ingredienti: ¼ di cavolo cappuccio bianco, ¼ di cavolo cappuccio rosso, ½ di cipolla, 1
carota, 3 cucchiai di maionese, 1 cucchiaio di senape di Digione, 2 cucchiai di
yogurt bianco magro, 1 cucchiaio di aceto bianco, un pizzico di zucchero, sale,
pepe.
mercoledì 6 maggio 2026
La Cavolata
"La cauladda"
Passendi calchi volta in Santa Giara,
una casa lu zelu giè m’ammenta,
e l’occi sò di mè cumari cara
e la cauladda cun fiaggu d’ammenta.
Cumari m’ha imparaddu la ricetta:
dizi a piglia sasthizza e sasthizzoni,
fiancagliula e di lardhu bana fetta,
carri puschina e dui areccihoni boni,
Eba e i lu sali no fa calchi isbagliu.
Fattu lu brodu getta a foglia a foglia
la caula, e s’è cottapiglia lardhu
e fa lu pestu cun menta e cun l’agliu.
Lassala suffriggì; poi magna a voglia:
cun vinu bonu già ve bon’ismardhu.
“Thatharesu magna caula”, letteralmente “sassarese magnia cavoli”, è un
celebre appellativo dialettale usato in Sardegna per indicare gli abitanti di
Sassari, utilizzato principalmente come sfottò benevolo dagli altri sardi, ma
raramente usato all’interno della città stessa. Non sempre usato come
sbeffeggiamento o presa in giro, questo epiteto sottolinea l’identità e la
vocazione contadina degli orti sassaresi. Una simpatica etichetta che ha radici
profonde nell’economia cittadina. Un’eredità che va dal Medioevo fino agli
inizi del novecento; quando i terreni del “sassarese” erano una delle
principali zone di coltivazioni dell’isola. Nasce da qui la tradizione
culinaria turritana particolarmente diffusa nei rioni storici, dove il cavolo
era una risorsa povera ma centrale della cucina locale, che raccontava di una
città che non esiste più. Non è quindi un caso che diversi piatti tipici della
città, alcuni ormai meno in uso, siano spesso caratterizzati dalla presenza del
cavolo. Un esempio è la “csuladda” (cavolata). Ahahahahah!!! La cavolata era un
vero e proprio piatto tipico della città, fino almeno alla metà del novecento.
Tanto che si ritrova in diversi ricettari, in stornelli e persino in alcune
poesie. Gli ingredienti sono poveri, oltre al cavolo (da cui prende nome e
ispirazione), sono: salsiccia, salsiccione, lardo, costata di manzo, pancia e
orecchie del porco: il tutto condito con menta e aglio. Il procedimento è semplice,
si fa il brodo con acqua, sale e i vari tipi di carne, e poi al momento giusto
si buttano le foglie del cavolo verza. Un piatto da vero “sassaresu in ciabi”, caduto ormai in disuso e purtroppo sostituito,
con l’aggiunta del finocchietto e della
fabà (favata) o in alternativa dal fasgiòrudòndu (ceciata).Un vero
peccato che non si facciano più le cavolate di una volta!!!
Passendi calchi volta in Santa Giara,
una casa lu zelu giè m’ammenta,
e l’occi sò di mè cumari cara
e la cauladda cun fiaggu d’ammenta.
Cumari m’ha imparaddu la ricetta:
dizi a piglia sasthizza e sasthizzoni,
fiancagliula e di lardhu bana fetta,
carri puschina e dui areccihoni boni,
Eba e i lu sali no fa calchi isbagliu.
Fattu lu brodu getta a foglia a foglia
la caula, e s’è cottapiglia lardhu
e fa lu pestu cun menta e cun l’agliu.
Lassala suffriggì; poi magna a voglia:
cun vinu bonu già ve bon’ismardhu.
Buon Genetliaco Compagno N. A Zent'anni!!!
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