• Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRrossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, lE d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Heminguay, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued

domenica 7 giugno 2026

Mitteleuropa express

   Mitteleuropea: Dal tedesco “mitteleuropea” (europa di mezzo) indica non solo una collocazione geografica, ma soprattutto una complessa identità storico-culturale. Un’eredità spirituale e sociale dei territoti che storicamente facevano parte dell’impero Austro-Ungarico. Un crocevia di popoli, religioni e lingue (tedesco, yiddish, slavo, ungherese e italiano) che ha generato una civiltà plurale e cosmopolita.

     Trieste: Capoluogo della regione Friuli Venezia Giulia, affaciata sull’omonimo golfo fra la penisola italiana e Istria. Antico e vivace sbocco sul mare Adriatico dell’impero Austro-Ungarico. Coordinate: 45° 39’01”N – 13°46’13”E. Altitudine 2m sul livello del mare. Abitanti 198553 (triestini).

 
Giorno uno.
Dopo il complicato arrivo in albergo a notte fonda del giorno precedente, il risveglio è pigro, pigrissimo, quasi letargico. Incontriamo il Gruppo Padova e ci dirigiamo in una fornitissima bakery vicina all'hotel. Dopo una più che soddisfacente colazione e il recupero della macchina a noleggio, diamo il via alla tre giorni. Aperetivo a Muggia (1), dove in un minuscolo baretto, Il “Cantuccio”, trascorriamo il tempo bevendo (tanto) e sparando cazzate (tanto per cambiare). Si fa ora di pranzo. Ci mettiamo in macchina. Il confine a soli 5 minuti lo attraversiamo senza accorgerci dell’espatrio, passando tra piccoli borghi e stradine incastonate tra i boschi. Arriviamo nel paesino di Kozina, dove ci aspettano per il pranzo da “Mahnic” (2), una trattoria slovena col proprio birrificio. E’ Natale e non lo sapevo? Iniziamo il pranzo con un paio di vassoi di antipasti locali (che fai? Te ne privi?) e poi parte il massacro. Carne. Birra. Carne. Birra. Carne e ancora birra. Arrosto misto, stinco, Ljubijanska e i cevapcici (3), tipiche salsiccette slovene.  Ancora altra birra e un altro ettolitro (non si sa mai che ci disidratiamo). Prima di riprendere la zingarata oltre confine, ci concediamo un numero imprecisato di palacinke (4), il caffè e un digestivo carsico di cui non ricordo il nome (che ciccioni). Via verso San Carsiano per digerire tra le verdi vallate slovene. Un piccolo momento di svago prima di rientrare a Trisete. Un gin tonic all’Harry’s Piccolo, in piazza Unità d’Italia, e poi altri duecento litri di birra sul canal vecio, aspettando l’ora di cena. Che arriva troppo presto, siamo ancora abbastanza ingolfati dal pranzo e dalla birra. Che nonostante tutto affrontiamo con energico e ligio ardore. Siamo “da Rudy” (5). Storica trattoria Buffet triestina. Che si mangia qui? Carne. Cosa beviamo? Birra. Ahahahahah!!! Che strano!!! Tra bolliti, Gulash, l’immancabile Ljubijanska, patete e crauti, superiamo indenni anche la cena. Due passi tra la colorata movida triestina, un paio di gin tonic, le ultime cazzate (non mancano mai) e siamo pronti per rientrare in albergo e svenire sul letto.
 
Giorno due.
Anche il risveglio del secondo giorno è lento. Con tutta calma ci prepariamo, e alla spicciolata ci incontriamo tutti per la colazione. Siamo stanchi e leggermente rallentati (chissà perche?). Direzione centro città. La giornata è bella. Tavolino all’aperto e sole caldo fanno il resto. Bivacchiamo al bar fino all’ora di pranzo. Prendiamo le macchine per la nostra destinazione. Ancora una volta il paesaggio cambia radicalmente, saliamo verso il rione di San Giovanni, e in soli 5 minuti passiamo dal mare alla montagna. Oggi pranzo da “Suban” (6), dove ininterrottamente dal 1865, triestini e non solo, si deliziano con la cucina tradizionale mitteleuropea. Che fai non la provi? Polentina con uovo in camicia, carciofi dorati e bacon croccante, a seguire fusi all’istriana con spezzatino di gallina, l’immancabile Goulash al profumo di kummel (erba aromatica tipica della zona) e finisco con un gelato al fior di latte con asparagi e olio alla menta (strepitoso). Potrei rotolare giù fino in centro!!! Nel pomeriggio ci rilassiamo un po’, perché ci aspetta la cena. Ahahahahah!!! Ritorniamo a Muggia, per fare due passi nel borgo, un aperetivo e la cena. Visto che siamo sul mare per una volta tralasciamo i succulenti piatti di carne e scegliamo un ristorantino sul Mondracchio (porticciolo nascosto), che cucina roba che vive in acqua salata. Il “Sal de mar” (7) è un piccolo ristorantino molto carino, dedicato ai sapori del mare. Proprio quello che ci vuole per dare tregua ai nostri sanguinosi palati. Cenetta tranquilla, rilassante e tanto per cambiare abbondante. Fuori piove leggermente ma le nuvole minacciose esigono tempesta. Torniamo in hotel e ancora una volta sveniamo sul letto.
 
Giorno tre.
Nonostante abbia piovuto gran parte della notte anche al risveglio il cielo appare minaccioso, con la solita flemma che ormai contraddistingue tutte le nostre mattine andiamo a fare colazione al solito bakery poco distante dalla hotel. Il nostro volo è tardi, abbiamo quindi tutta la giornata da riempire. Andiamo in centro per dedicarci alla parte culturale del viaggio tralasciata per cibo e alcool. Visitiamo nell’ordine una mostra sul “Modernismo” triestino e poi un bel giretto al museo di arte moderna; ma inevitabilmente si fa ora dell’aperetivo. Senza pensarci troppo ci fiondiamo al “Cafè degli Specchi”. Gin tonic, americano e mojito ci allietano fino all’ora di pranzo, in questo famosissimo cafè storico (8). Decidiamo per una volta di evitare ristoranti vegani e optiamo per panino, rigorosamente col San Daniele, e birretta, consumati amabilmente sulla panchina di un giardinetto nel centro di Trieste. Andiamo a prendere il caffè? Ok dove? Dai qui c’è un altro Cafè storico. Andiamo al “Tommaseo” dove accompagnamo il caffè con delle belle fette di torta (io prendo la sacher). Si chiacchera delle diverse visioni della vita, come un tempo che fù, come quando in questi Cafè si potevano incontrare Umberto Saba, Italo Svevo, James Joyce o perché no l’imperatrice Sissi. Si avvicina l’ora della partenza, ma prima arriviamo risalendo alla cattedrale di San Giusto, su una delle colline più alte della città. Ci godiamo l’ultima birretta triestina osservando il magnifico panorama sul golfo e su una città diversa; per la sua anima, le sue atmosfere, tra colline carsiche e mar Mediterraneo, così viva, ricca e dinamica, ma anche silenziosa, elegante senza ostentazione. Un ponte tra Occidente e Mitteleuropa.  Un posto che sa di mare e di caffè. Un posto che mi dispiace lasciare.
 
(1)   Muggia: Piccolissimo borgo marinaro sulla penisola d’Istria, incastonato tra il golfo di Trieste e le colline carsiche; dove si mescolano influenze, triestine, istriane, slovene e quel tocco di “Serenissima” che da queste parti non manca mai. Muggia è la “Portizza”, detta anche “Porta di Ponente”.  
(2)   Mahnic: Trattoria conosciuta per le sue specialità a base di carne e birra. Gulash, salsicce, stinco, ecc… ecc.. e una buona gamma di boccali freschi di birre fatte in casa da loro stessi. Fantastico. Kolodvorska 4, 6240 Kozina – Slovenia. 
(3)   Cevapcici: Salsicce slovene. Eccellenza protetta della cucina prodotte con carne di maiale di alta qualità, pancetta, sale, aglio, pepe e poi leggermente affumicate.
(4)   Palacinka: Dolce tipico diffuso a Istria, Trieste, Slovenia e dintorni. Fatta con uova, latte, farina, zucchero, sale e una tonnellata di marmellata. Molto simile alle crepes francesi.
(5)   Buffet birreria da Rudy: Una delle trattorie più famose della città, dove è possibile gustare un’ampia varietà di piatti tipici della tradizione Triestina. Porzioni abbondanti e un’ambiente  accogliente e familiare. Consigliatissimo. Via Valdirivio 32, 34122 Trieste.
(6)   Antica trattoria da Suban: Nata nel 1865 e gestita solo e unicamente da generazioni della famiglia Suban. Punto di riferimento per gustare i sapori della cucina di carne tipici della tradizione mitteleuropea e della cultura locale. Via Emilio Comici 2, 34122 Trieste.
(7)   Sal de Mar: Ristorante situato sul fortino veneziano che da oltre 300 anni cinge e protegge il Mandracchio di Muggia. Ex magazziono del sale con mura di oltre 2 metri che dovevano proteggere uno dei beni più preziosi della Serenissima. Da più di un secolo ristorante dedicato ai sapori del mare del nord adriatico. Largo Nazario Sauro 10, 34015 Muggia – TS.
(8)   Cafè storici triestini: Punti di ritrovo e di riferimento della città. Veri e propri salotti dove poter prendere una pausa, leggere un libro, sfogliare un giornale o poter discutere di letteratura e politica. Entrare in ognuno di questi cafè e come fare un salto indietro nel tempo (si spende meno che in qualsiasi bar di Sassari).

giovedì 28 maggio 2026

3:30 AM (error 404 - sleep not found)

Questa notte, colpito da uno strepitoso attacco d’insonnia, mi sono seduto davanti al computer con l’intento di scrivere un post che parlasse di musica (mi frullava in testa da un bel pò) e in seguito, liberamente ispirato da Murakami e dal suo libro “Ritratti di Jazz”, inprezziosirlo con una playlist che inglobasse gli album con cui sono cresciuto, di quelli che tuttora ascolto spesso e che ormai conosco praticamente a memoria. Facendo mente locale, e con l’aiuto di una straordinaria lucidità notturna (insomma), mi sono reso conto che la cosa era difficilissima. Fin da subito è diventato molto complicato individuare, fra tantissimi, una decente selezione di dischi. Si, perché, tra album che ho letteralmente consumato, tra artisti che amo, tra musiche e parole che ancora mi stupiscono la lista sarebbe lunghissima. I dischi e la loro creazione non sono solo una semplice raccolta di canzoni ma vere e proprie autobiografie musicali (per lo meno, un tempo era così). Ogni volta che scelgo cosa mettere su, è come se stia raccontando qualcosa di me, del mio umore o di un momento particolare della mia vita; una sorta di diario fatto di suoni, di atmosfere diverse e di colori emotivi particolari. Perché esistono dischi che trascendono il tempo e lo spazio, opere che custodiscono gelosamente i miei pensieri. Sono album seminali che hanno segnato la mia vita, la storia della musica e sicuramente quella di qualcun altro. Album che continuano a parlarmi e che, a mio modo di vedere, ogni appassionato di musica dovrebbe conoscere. Album che dicono “questo sono io” o “questo mi fa pensare a te”; perché a volte un disco può sostituire, attraverso la musica, tante parole e sentimenti che non sempre è facile esternare a voce. Un’intima sensazione difficile da capire, nonostante, questa lista contenga 50 titoli imperdibili del panorama musicale a me legati. Credetemi, quando vi dico che, potevano essere molti di più (almeno il doppio), ma ho optato per scegliere un solo album per artista. Scelta sanguinosissima perché molti artisti hanno numerosi splendidi capolavori tra le loro discografie. E’ stato duro dover addirittura tenere qualcuno fuori, come il mio clamoroso amore adolescenziale per Madonna (True Blue del 1988 vale una menzione) o quello più maturo per Gaber, gli Area, i Talking Heads e i mostri scari del Jazz come Baker, Mingus, Monk e via dicendo; passando pure per il Ligabue di “Lambrusco, coltelli, rose & popcorn” (1991) o l’acid jazz degli Us3 (eccezionali), i Marlene Kuntz e il rap oltraggioso dei Run Dmc e dei Public Enemy, ecc… ecc… ecc… ecc…. Credo comunque, nonostante l’abbiocco notturno, di esser riuscito (forse in modo sconclusionato) nel mio piccolo intento di parlare della mia più grande passione ed esser stato capace anche, seppur in ordine causale, nel creare una lista strampalatamente toga. Ahahahahah!!! (cazzo quanto mi piace scrivere liste). Beh!!! Ora proviamo a dormire!!! Good night!!!
 
The Velvet underground & Nico – The Velvet underground & Nico, 1967
London Calling  – The Clash, 1979
Kind of Blue – Miles Davis, 1959
Abbey Road – Beattles, 1969
Are you experienced – Jimi Hendrix, 1967
Some Girls – Rolling Stones, 1978
Best of Bowie – David Bowie, 2002
Wish you where here – Pink Floyd, 1975
Led Zeppelin II – Led Zeppelin, 1969
Horses – Patty Smith, 1975
The River – Bruce Springstein, 1980
Legend – Bob Marley, 1980
Never Mind the Bollocks – Sex Pistols, 1977
Ok Computer – Radio Head, 1997
Unknown Plesuares – Joy Division, 1979
Mezzanine – Massive Attack, 1998
Debut – Bjork, 1993
The Doors – The Doors, 1967
The Queen is dead – The Smiths, 1986
Heaverest Moon – Neil Young, 1992
Under a blood red sky – U2, 1983
Disintegration – The Cure, 1989
Nevermind – Nirvana, 1991
Invisible touch – Genesis, 1986
Greatest Hits – Janis Joplin, 1971
Appetite for Destruction – Guns and Roses, 1987
Va bene, va bene così – Vasco Rossi, 1984
Storia di un impiegato – De Andrè, 1973
Hai paura del buio – Afterhours, 1997
Socialismo e Barbarie – CCCP, 1987
Linea Gotica – CSI, 1996
Ten – Pearl Jam, 1991
Grace – Jeff Buckley, 1994
Adore – Smashing Pumpkins, 1998
Aprite I vostri occhi – Litfiba, 1987
Banana Rupubblic – Dalla/De Gregori, 1979
Elastica – Elastica, 1995
The best of – Paolo Conte, 1995
Buena Vista Social Club at Carnegie Hall – Buena vista Social Club, 1997
The battle of Los Angeles – Rage Against the Machine, 1999
Genius+soul=Jazz – Ray Charles, 1961
L’indispensabile – Vinicio Caposela, 2003
Curre Curre Guagliò – 99 Posse, 1993
Verba Volant – Frankie Hi Nrg Mc. 1993
Carboni – Luca Carboni, 1992
New Adventures in Hi-Fi – Rem, 1996
Fra la via Emilia e il West – Francesco Guccini, 1984
Blood Sugar Sex Magic – Red Hot Chili Peppers, 1991
Neffa & I messaggeri della dopa – Neffa, 1996
Tracy Chapman – Tracy Chapman, 1988
Blue’s – Zucchero, 1987

mercoledì 20 maggio 2026

Ma cosa cazzo ho visto ieri notte?

Mud Creek. Texas. Elvis Presley non è morto o almeno così dice. E’ invecchiato, appesantito e vive in un ospizio sotto falso nome. Non sta per niente bene, mangia frutta cotta e ha una brutta infezione al pisello. Ha scambiato la sua identità molti anni prima con quella di Sebastian Huff, un suo imitatore, e ora nessuno gli crede quando dice di essere il vero e irripetibile “Re” del Rock&roll. L’unico che gli dà retta è un altro ospite della casa di riposo; un anziano di colore che crede di essere John Fitzgerald Kennedy, sopravvissuto all’attentato di Dallas, a cui hanno tinto la pelle per nascondere il complotto tramato da Lindon Jonson. Porca troia, già questo così mi basterebbe. Due relitti della mitologia americana che marciscono insieme. Ma? C’è dell’altro. A complicare la senile vita grama del Re e di JFK, ecco che l’ospizio in cui risiedono viene infestato da una antica mummia egizio/cowboy; che per acquistare forze e ritornare in vita ha bisogno di succhiare le anime dal culo degli anziani pazienti. Si avete letto bene!!! Dal culo!!! Ahahahahah!!! Questa è la trama di “Bubba Ho-Tep, Il Re è qui”, un film del 2002 del regista Don Coscarelli (maestro dell’horror), tratto da un romanzo breve di uno scrittore cult come Loe R. Lansdale (uno dei miei preferiti). Una storia al limite del buon gusto, che sa di sudore, urina, muffa e malinconia, proprio come una stanza d’ospizio. Letti cigolanti, infermiere svogliate, becchini dal discutibile humor e passati da ricordare, a metà strada tra un capolavoro assoluto e un pessimo B-movie. Non l’ho capito. Sono ancora confuso e incredulo. Vi giuro che a un certo punto ho detto: ma che cazz!!! Niente salti sulla sedia, questo è un Horror pacifico, quasi un divertissement del regista, sporco, ironico e scalcagnato. Un ritmo che batte lento e arruginito. Strano. Kitsch. Delirante. Ridicolo. Sincero. Geniale. Folle. Profondamente sbagliato e quindi perfettamente giusto per le mie serate sul divano.
 
Bubba Ho-tep, il Re è  qui
di Don Cascarelli (92 min.) - Horror, commedia - 2002
con Bruce Campbell
tratto dall’omonimo romanzo breve di Joe R. Lansdale

mercoledì 13 maggio 2026

Un'altra cavolata (New York bullshit)

Quando Gavino arrivò a New York, l’inverno sembrava non finire mai. Il vento tra i palazzi gli tagliava il viso. Era cosi diverso dal maestrale che spesso imperversava per Sassari, che sapeva di mare e polvere calda, questo era glaciale, distaccato e inospitale. Gavino aveva vent’anni e conosceva pochissime parole d’inglese, ma aveva una memoria ostinata che non lo lasciava andare, e anche se quei palazzi sembravano scogli verticali la sua lontanissima Sassari appariva sempre molto vicina. All’inizio, lavorò dove capitava: lavapiatti, fattorino e anche commesso in un negozio cinese nel Queens. Le giornate scorrevano veloci, ma le sere erano sempre troppo lunghe. Gli mancava la pioggia, il rumore delle voci di piazza Tola, l’odore del pane dei fornai, il bregheghedè e le grida dell’acquedotto. Trovò lavoro in una tavola calda, dove tutto sapeva di fritto e carne bruciata. Un giorno mentre rassettava la cucina vide una cassetta piena di cavolo cappuccio che non se la passava tanto bene. Chiese se poteva prendere qualcuno, e quella sera da vero “magna caula”, a fine turno, tornò a casa con due cavoli sotto braccio. Li assaggiò, erano buoni ma troppo lontani dal quel sapore che conosceva fin troppo bene. Nel suo piccolo monolocale di Brooklyn, aprì il frigo; che tristezza!!! Era semi vuoto; una cipolla, un barattolino di yogurt, un vasetto aperto di senape, della maionese e una carota. Non si perse d’animo. Aveva i cavoli, e voleva creare qualcosa che fosse suo, qualcosa che gli parlasse di Sassari anche a migliaia di chilometri di distanza. Tagliò il cavolo molto finemente, così come la cipolla e la carota, ci aggiunse tre cucchiai di maionese, uno di senape e un pò di yogurt. Poi un pizzico di zucchero, sale, pepe e una generosa spruzzata di aceto che aveva trovato sotto il lavello. Mischio tutto. Quando l’assaggiò chiuse gli occhi, il cavolo richiamava vagamente Sassari, ma la sua città non gli apparve. Era ancora a New York. All’interno di quel “meltin’ pot” dove aveva scelto di vivere. Da quel giorno, ogni volta che la nostalgia diventava troppo pesante, Gavino preparava la sua insalata; prima solo per i colleghi di lavoro e poi anche per i clienti. Dentro una semplice ciotola creare quell’insalata lo aiutava a restare illeso dalla dura vita di emigrato, mescolare ciò che era stato con ciò che stava diventando, era abbastanza. Fu così che inventò la sua “cavolata” (coleslaw), dal gusto internazionale ma con un cuore sassarese.
 
Insalata Coleslaw: molto diffusa nel mondo anglosassone, e in modo particolare nella “Grande Mela”. Il nome deriva dall’olandese “koolslaw” (unione tra le parole “kool”, cavolo e “sla” abbreviazione di salad). Gli ingredienti si contano sulle dita di una mano (si fa per dire), ma di varianti ne esistono parecchie. Quella Newyorkese è la più famosa. Prepararla è semplicissimo. Tagliate finemente i cavoli, la cipolla, la carota e mescolate insieme a tutto il resto. Lasciate riposare un’oretta e servite.
Ingredienti: ¼ di cavolo cappuccio bianco, ¼  di cavolo cappuccio rosso, ½ di cipolla, 1 carota, 3 cucchiai di maionese, 1 cucchiaio di senape di Digione, 2 cucchiai di yogurt bianco magro, 1 cucchiaio di aceto bianco, un pizzico di zucchero, sale, pepe.

mercoledì 6 maggio 2026

La Cavolata

"La cauladda"
Passendi calchi volta in Santa Giara,
una casa lu zelu giè m’ammenta,
e l’occi sò di mè cumari cara
e la cauladda  cun fiaggu d’ammenta.
Cumari m’ha imparaddu la ricetta:
dizi a piglia sasthizza e sasthizzoni,
fiancagliula e di lardhu bana fetta,
carri puschina e dui areccihoni boni,
Eba e i lu sali no fa calchi isbagliu.
Fattu lu brodu getta a foglia a foglia
la caula, e s’è cottapiglia lardhu
e fa lu pestu cun menta e cun l’agliu.
Lassala suffriggì; poi magna a voglia:
cun vinu bonu già ve bon’ismardhu.
 
“Thatharesu magna caula”, letteralmente “sassarese magnia cavoli”, è un celebre appellativo dialettale usato in Sardegna per indicare gli abitanti di Sassari, utilizzato principalmente come sfottò benevolo dagli altri sardi, ma raramente usato all’interno della città stessa. Non sempre usato come sbeffeggiamento o presa in giro, questo epiteto sottolinea l’identità e la vocazione contadina degli orti sassaresi. Una simpatica etichetta che ha radici profonde nell’economia cittadina. Un’eredità che va dal Medioevo fino agli inizi del novecento; quando i terreni del “sassarese” erano una delle principali zone di coltivazioni dell’isola. Nasce da qui la tradizione culinaria turritana particolarmente diffusa nei rioni storici, dove il cavolo era una risorsa povera ma centrale della cucina locale, che raccontava di una città che non esiste più. Non è quindi un caso che diversi piatti tipici della città, alcuni ormai meno in uso, siano spesso caratterizzati dalla presenza del cavolo. Un esempio è la “csuladda” (cavolata). Ahahahahah!!! La cavolata era un vero e proprio piatto tipico della città, fino almeno alla metà del novecento. Tanto che si ritrova in diversi ricettari, in stornelli e persino in alcune poesie. Gli ingredienti sono poveri, oltre al cavolo (da cui prende nome e ispirazione), sono: salsiccia, salsiccione, lardo, costata di manzo, pancia e orecchie del porco: il tutto condito con menta e aglio. Il procedimento è semplice, si fa il brodo con acqua, sale e i vari tipi di carne, e poi al momento giusto si buttano le foglie del cavolo verza. Un piatto da vero “sassaresu in ciabi”, caduto ormai in disuso e purtroppo sostituito, con l’aggiunta del finocchietto e della fabà (favata) o in alternativa dal fasgiòrudòndu (ceciata).Un vero peccato che non si facciano più le cavolate di una volta!!!

Buon Genetliaco Compagno N. A Zent'anni!!!

giovedì 30 aprile 2026

Playlist

Un viaggio tra luci basse, fumo nell’aria e palchi scricchiolanti. Un viaggio per chi beve lento, ascolta davvero e non ha fretta. Note morbide, improvvisazioni senza tempo, assolo sporchi, tanto sudore e notti storte. Tra classici intramontabili e sonorità più moderne, tra emozioni, libertà e creatività; ecco i cinquantacinque straordinari ritratti e gli Lp di cui Murakami parla nel suo libro e, tra gli altri, metteva su al “Peter Cat”. Rilassanti, malinconici, energici, sofisticati, complessi, lineari, ecc… ecc… Mettetevi comodi.
 
Chat Baker (1929-1988): Chat Baker Quartet, 1953
Benny Goodman (1090-1956): Goodman presents Eddie Sauter Arrangements, 1940
Charlie Parker (1920-1955): Bird & Diz, 1952
Fats Waller (1904-1943): Herb Geller Fire in the West, 1957
Art Blakey (1919-1990): Les Liaisons Dangereuses, 1958
Stan Getz (1927-1991): At Staryville Vol. 1, 1990
Billie Holiday (1915-1959): The Golden Years, 1962
Cab Galloway (1907-1994): Chu Barry and his Stampy Stevedores with the Cab Gallowey Orchestra, 1940
Charles Mingus (1922-1979): Pithecomthropus Erectus, 1956
Jack Teagarden (1905-1964): Bobby Hacket and his Jazz Band Coast Concert, 1955
Bill Evans (1929-1980): Waltz for Debby, 1962
Bix Beiderbecke (1903-1931): Bix Beiderbecke 1927-1929
Julian Cannonball Adderley (1928-1975): Cannonball Adderley Live, 1964
Duke Ellington (1899-1974): In a Melotone, 1940
Ella Fitzgerald (1918-1996): Ella and Louis Again, Vol 2, 1958
Miles Davis (1926-1991): “Four” and More, 1964
Charlie Christian (1916-1942):  Charlie Christian Memorial Album, 2020
Eric Dolphy (1928-1964): Out There, 1960
Count Basie (1904-1984): Basie in London, 1956
Gerry Mulligan (1927-1996): What is there to Stay?, 1959
Nat King Cole (1919-1965): After Midnight, 1956
Dizzy Gilespie (1917-1993): At Newport, 1957
Dexter Gordon (1923-1990): Homecoming – Live at the Village Vanguard, 1977
Louis Amstrong (1901-1971): A Portrait of Louis Amstrong, 1928
Thelonious Monk (1917-1982): 5 by Monk by 5, 1959
Lester Young (1909-1959): Pres and Teddy, 1956
Sonny Rollins (1930): The Bridge, 1962
Horace Silver: (1928-2014) Song for My Father, 1965
Anita O’Day (1919-2006): Anita O’Day at Mister Kelly’s, 1959
Modern Jazz Quartet: Concorde, 1956
Teddy Wilson (1912-1986): Mr. Wilson (The Fabulous Teddy Wilson at the Piano), 1979
Gleen Miller (1904-1944): Music Made Famous by Gleen Miller .Silver Jubilee Album, 1961
Wes Montgomery (1923-1968): Full House, 1962
Clifford Brown (1930-1956): Study in Brown, 1955
Ray Brown (1926-2002): Barney Keasel with Shelly Manne and Ray Brown. The Pool Winners, 1957
Mel Tormè (1925-1999): Olè Tormè! Mel Tormè Goes South of the Border with Billy May, 1959
Shelly Manne (1920-1984): Shelly Mane & his Man at The Black Hawk Vol.1, 1959
June Christy (1925-1990): Duet, 1955
Django Reinhardt (1910-1953): Djangology, 1949
Oscar Peterson (1925-2007): Nornan Granz Jazz at the Philharmonic Vol. 16, 1953
Omette Coleman (1930-2015): Town Hall, 1962
Lee Morgan (1938-1972): The Sidewinder, 1964
Jimmy Rushing (1901-1972): Little Jimmy Rushing and The Big Brass, 1958
Bobby Timmons (1935-1974): Art Blakey and the Jazz Messengers. A Night in Tunisia, 1961
Gene Krupa (1909-1973): Gene Krupa Plays Gerry Mulligan Arrangements, 1947
Herbie Hancock (1940): Maiden Voyage, 1966
Lionel Hampton (1908-2002): You Better Know It!!!, 1964
Herbie Mann (1930-2003): Windows Opened, 1968
Hoagy Carmichael (1899-1981): V-Disc Cats Party Vol 1 Featuring Hoagy Carmichael, 1975
Tony Bennet (1926-2023): The Ralph Sharon Trio. The Tony Bennet Song Back, 1965
Eddie Condon (1905-1973): Bixieland, 1955
Jackie & Roy: Saryville Presents Jackie & Roy, 1955
Art Pepper (1925-1982): Art Pepper Meets the Rhythm Section, 1957
Frank Sinatra (1915-1998): Swing Easy and Song for Young Lovers, 1953
Gil Evans (1912-1988): Helen Merill with Gil Evans Orchestra. Dreams of You, 1956