• Sassari, la Torres, svegliarsi all’IsolaRrossa, fare colazione al bar, il tramonto di Marinedda, la festa della birra trinitaiese, il "Che", il Genoa, la partitella di basket, l’alcool, gli amici, le tette enormi, la libertà, la birra, la fotografia, la musica, dipingere, correre, la gnocca, viaggiare, le sbornie, la pornografia, Diego Armando Maradona, i Led Zeppelin, lo stomaco attorcigliato e il cuore che batte per qualcuna (stronza), fottersene, George Best, vivere una crisi, i CCCP, mandare tutti a fare in culo, giocare a subbuteo, leggere, odiare, i p*mpini, il cibo, Dublino, il mare, le amiche del mare, lE d****e, il calcio, le donne, Fabrizio De Andrè, fare un giro con la vespa, l’amore, il venerdì sera, il cecio del giorno dopo, i libri, i Pink Floyd, gli assilli, le occhiaie sul viso, il comunismo, essere di sinistra, le scimmie, gli Afterhours, alcuni films, la lista delle persone che mi stanno sul cazzo, la pasta al forno di nonna, Janis Joplin, le scritte sui muri, il culo di una ragazza che ho visto l’altro giorno per strada, i campari soda, la musica sassarese, ascoltare un vinile, mincionare, la figa, una bella scopata, gli spaghetti n°5 Barilla aglio olio e peperoncino, le cazzate dette al bancone dei bar, il panino gorgonzola e mortadella a metà mattina, la colazione dei campioni, raccontare storie, i panini di Renato, la sculacciata a pecorina, il poker, festeggiare almeno un mondiale, impennare, andare in libreria, i tatuaggi, pisciare in mezzo alla natura, i vecchi oggetti, stare da solo, i polizieschi italiani anni '70, cucinare per gli amici, farsi un giro in bicicletta, la liquirizia, il signor G. Mina, giocare a carte, Andy Capp, i calamari fritti, la mattonella di melanzane della L, Capitan Harlock, Enrico Berlinguer, qualche serie tv, essere un Impiccababbu, l'nduja. il Duca Bianco, Charles Baudelaire, coltivare qualcosa, Snoopy, bestemmiare, i Joy Division, il gin tonic, Heminguay, il Picoolo Bar, i films con gli squali, Tina Modotti, i pistacchi, le botte al Fight Club, Charles Bukowski, la poesia, la pennicchella, i Litfiba ………. To be continued
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mercoledì 6 maggio 2026

La Cavolata

"La cauladda"
Passendi calchi volta in Santa Giara,
una casa lu zelu giè m’ammenta,
e l’occi sò di mè cumari cara
e la cauladda  cun fiaggu d’ammenta.
Cumari m’ha imparaddu la ricetta:
dizi a piglia sasthizza e sasthizzoni,
fiancagliula e di lardhu bana fetta,
carri puschina e dui areccihoni boni,
Eba e i lu sali no fa calchi isbagliu.
Fattu lu brodu getta a foglia a foglia
la caula, e s’è cottapiglia lardhu
e fa lu pestu cun menta e cun l’agliu.
Lassala suffriggì; poi magna a voglia:
cun vinu bonu già ve bon’ismardhu.
 
“Thatharesu magna caula”, letteralmente “sassarese magnia cavoli”, è un celebre appellativo dialettale usato in Sardegna per indicare gli abitanti di Sassari, utilizzato principalmente come sfottò benevolo dagli altri sardi, ma raramente usato all’interno della città stessa. Non sempre usato come sbeffeggiamento o presa in giro, questo epiteto sottolinea l’identità e la vocazione contadina degli orti sassaresi. Una simpatica etichetta che ha radici profonde nell’economia cittadina. Un’eredità che va dal Medioevo fino agli inizi del novecento; quando i terreni del “sassarese” erano una delle principali zone di coltivazioni dell’isola. Nasce da qui la tradizione culinaria turritana particolarmente diffusa nei rioni storici, dove il cavolo era una risorsa povera ma centrale della cucina locale, che raccontava di una città che non esiste più. Non è quindi un caso che diversi piatti tipici della città, alcuni ormai meno in uso, siano spesso caratterizzati dalla presenza del cavolo. Un esempio è la “csuladda” (cavolata). Ahahahahah!!! La cavolata era un vero e proprio piatto tipico della città, fino almeno alla metà del novecento. Tanto che si ritrova in diversi ricettari, in stornelli e persino in alcune poesie. Gli ingredienti sono poveri, oltre al cavolo (da cui prende nome e ispirazione), sono: salsiccia, salsiccione, lardo, costata di manzo, pancia e orecchie del porco: il tutto condito con menta e aglio. Il procedimento è semplice, si fa il brodo con acqua, sale e i vari tipi di carne, e poi al momento giusto si buttano le foglie del cavolo verza. Un piatto da vero “sassaresu in ciabi”, caduto ormai in disuso e purtroppo sostituito, con l’aggiunta del finocchietto e della fabà (favata) o in alternativa dal fasgiòrudòndu (ceciata).Un vero peccato che non si facciano più le cavolate di una volta!!!

Buon Genetliaco Compagno N. A Zent'anni!!!

giovedì 19 febbraio 2026

Promemoria (#iostoconghali)

di Gianni Rodari,  1985
 
Ci sono cose da fare ogni giorno;
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola
a mezzogiorno.
 
Ci sono cose da fare di notte;
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
 
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la Guerra.

domenica 21 dicembre 2025

Far finta di essere sani

Vivere, non riesco a vivere, ma la mente mi autorizza a credere che una storia mia positiva o no, è qualcosa che sta dentro alla realtà. Nel dubbio mi compro una moto, telaio e manubrio cromato, con tanti pistoni, bottoni e accessori più strani. Far finta di essere stani. Far finta di essere insieme a una donna normale, che riesce anche a esser fedele. Comprando sottane, collane e creme per mani. Far finta di essere sani. Fa finta di essere. Liberi, sentirsi liberi. Forse per un attimo è possibile. Ma che senso ha se io sento in me, la misura della mia inutilità. Per ora rimando il suicidio e faccio un gruppo di studio. Le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani. Far finta di essere sani. Far finta di essere un uomo con tanta energia, che va a realizzarsi in India o in Turchia. Il suo salvataggio è un viaggio in luoghi lontani. Far finta di essere sani. Far finta di essere. Vanno, tutte le coppie vanno. Vanno, la mano nella mano. Vanno, anche le cose vanno. Vanno, migliorano piano piano. Le fabbriche, i grattacieli, le autostrade, gli stadi comunali, e vedo i bambini cantare, in fila li portano al mare. Non sanno se ridere o piangere e battono le mani. Far finta di essere sani. Far finta di essere sani. Far finta di essere sani. Far finta di essere sani. Far finta di essere.
 
Giorgio Gaber - 1973


domenica 9 novembre 2025

A bocca chiusa

Fatece largo che ….. passa domani, che adesso non si può. Oggi non apro perchè sciopererò, e andremo in strada cò tutti gli stiscioni, a fare come sempre la figura dei fregnoni. Ma a me de questo sai, non me ne importa niente, io oggi canto in mezzo all’altra gente. Perché ce credo o forse per decenza, che partecipazione certo è libertà ma è pure resistenza. E non ho scudi per proteggermi, ne armi per difendermi, ne caschi per nascondermi o santi a cui rivolgermi. Ho solo questa lingua in bocca e forse un mezzo sogno in tasca. E molti, molti errori brutti. Io però li pago tutti. Fatece largo che ….. passa il corteo e se riempiono le strade, via Merulano così pere un presepe e semo tanti che quasi fa paura. O solo tre sfigati come dice la questura. E le parole, si lo so, so sempre quelle. Ma è uscito il sole e a me me sembrano più belle. Scuola e lavoro, che temi originali, se non per quella vecchia idea de esse tutti uguali. E senza scudi per proteggermi, né armi per difendermi, né caschi per nascondermi o santi a cui rivolgermi. Con solo questa lingua in bocca. E se mi tagli pure questa, io non mi fermi, scusa canto pure a bocca chiusa. Guarda quanta gente c’è, che sa rispondere dopo di me a bocca chiusa. Guarda quanta gente c’è, che sa rispondere dopo di me a bocca chiusa. Mmmmmhhhh, mmmmmhhhh, mmmmmhhhh, mmmmmhhh, mmmmmhhhh, mmmmmhhhh!!! A bocca chiusa. A bocca chiusa. Guarda quanta gente c’è. A bocca chiusa. Guarda quanta gente c’è. A bocca chiusa. Mmmmmhhhh, mmmmmhhhh, mmmmmhhhh, mmmmmhhh, mmmmmhhhh, mmmmmhhhh!!!
 
Daniele Silvestri, 2013

domenica 31 agosto 2025

Angina Pectoris

di Nazim Hikmet (1948)
 
Se qui c’è la metà del mio cuore, dottore,
l’altra metà sta in Cina
nella lunga marcia verso il fiume
Giallo.
 
E ogni mattina, dottore,
ogni mattina all’alba
il mio cuore lo fucilano in Grecia.
 
E poi, quando i prigionieri cadono
nel sonno
quando gli ultimi passi si allontanano
dall’infermieria
Il mio cuore se ne va, dottore,
se ne va in una vecchia casa di legno,
a Istanbul.
 
E poi sono dieci anni, dottore,
che non ho niente in mano da offrire
al mio popolo
niente altro che una mela
una mela rossa, il mio cuore.
 
E’ per tutto questo, dottore,
e non per l’arteriosclerosi, per la nicotina,
per la prigione,
che ho quest’angina pectoris …
 
Guardo la notte attraverso le sbarre
e malgrado tutti questi muri che
mi pesano sul petto
il mio cuore batte con la stella più
lontana.


martedì 29 luglio 2025

Quelli che ben pensano

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo. Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile. La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere. E non far partecipe nessun altro, nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro. Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili, perché gli ultimi saranno ultimi se i primi sono irraggiungibili. Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti. Sono replicanti, sono tutti identici, guardali. Stanno dietro a macchine e non li puoi distinguere. Come lucertole s’arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano. Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno, Spandono, spendono e sono quel che hanno. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. E come le supposte abitano in blisters full-optional, con cani oltre i 120 decibel e nani manco fosse Disneyland. Vivon col terrore di poter sembrare poveri. Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono. Parton dal pratino, vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che San Marco nel Vangelo. Sono quelli che di sabato lavano automobili, che alla sera sfrecciano tra l’asfalto e i pargoli. Medi come i ceti cui appartengono, terra-terra come i missili cui assomigliano. Tiratissimi, s’infarinano, s’alcolizzano e poi si impastano su un albero. Boom!!! Nasi bianchi come Friut of the Loom, che diventano piò rossi di un livello di Doom. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Ognun per se, Dio per se. Mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica. Mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano, altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano. Mani che poi firman petizioni per lo sgombero. Mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli, che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli. Quelli che la notte non si può girare più. Quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la Tv. Che fanno i Boss, che compran Class. Che son sofisticati da chiamare i Nas. Incubi di plastica. Che vorrebbero dar fuoco a ogni zingara, ma l’unica che accendono è quella che da loro l’elemosina ogni sera, quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio.
Frankie Hi-Nrg mc - 1997

sabato 14 giugno 2025

A me fa paura la folla

di Charles Bukowski
 
Corrono come se avessero
il fuoco sotto il sedere
in cerca di qualcosa
che non si trova
si tratta fondamentalmente
della paura di affrontare se stessi,
si tratta fondamentalmente
della paura di essere soli.
invece a me fa paura la folla …

lunedì 26 maggio 2025

Chiedo il permesso di rinascere

di Pablo Neruda
 
Ora lasciatemi in pace.
Ora, abituatevi alla mia assenza.
Io chiuderò gli occhi
E dirò solo cinque cose,
cinque radici perfette.
 
Una è l’amore senza fine.
La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.
 
La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.
 
La quarta cosa è l’estate
Rotonda come l’anguria.
 
La quinta sono i tuoi occhi.
Non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi
guardi:
io tramuto la primavere
affinchè tu continui a guardarmi.
 
Amici, questo è quanto voglio.
E’ quasi nulla ed è quasi tutto.
 
Ora se volete andatevene.
Ho vissuto tanto che un giorno
Dovreste per forza dimenticarmi,
cancellarmi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.
Ma perché chiedo silenzio
Non crediate che io muoia:
mi accede tutto il contrario:
succede che sto per vivere.
Mai sentito così sonoro,
mai avuto tanti baci.
Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.
 
Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.

venerdì 20 dicembre 2024

Riposa dolcemente, sorella.

di Pablo Neruda, 1946 dedicata a Tina Modotti
 
Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.
La nuova rosa è tua, la nuova terra à tua:
ti sei messa una nuova veste di serpente profonda
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.
Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma.
d’acciaio, linea, polline,  si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.
Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora prende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.
Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto
laggiù starai tranquilla.
Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?
Non odi un passo freddo di soldato nella neve?
Sorella, sono i tuoi passi.
Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli d’una volta, domani.
là dove sta bruciando il tuo silenzio.
Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorno i canti dalla tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.
Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo amato popolo,
qualcosa si desta e canta.

venerdì 28 gennaio 2022

Ha una sua solitudine lo spazio

di Emily Dickinson

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte, eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più
profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se
stessa:
infinità, infinita.

lunedì 28 ottobre 2019

Fuori posto

di Charles Bukowsky

Brucia all’inferno
questa parte di me che non si trova bene in nessun posto
mentre le altre persone trovano cose
da fare
nel tempo che hanno
posti dove andare
insieme
cose da
dirsi.

Io sto
bruciando all’inferno
da qualche parte del nord del Messico.
Qui i fiori non crescono..

Non sono come
gli altri
gli altri sono come
gli altri.

Si assomigliano tutti:
si riuniscano
si ritrovano
si accalcano
sono
allegri e soddisfatti
e io sto
bruciando all’inferno.

Il mio cuore ha mille anni.
Non sono come
gli altri.
Morirei nei loro prati da picnic
soffocato dalle loro bandiere
indebolito dalle loro canzoni
non amato dai loro soldati
trafitto dal loro umorismo
assassinato dalle loro preoccupazioni.

Non sono come
gli altri.
Io sto
bruciando all’inferno.

L’inferno di
me stesso.

venerdì 19 luglio 2019

Ti ho sognata

di Nazim Hikmet

Ti ho sognata
mi sei apparsa sopra i rami
passando vicino alla luna
tra una nuvola e l’altra
andavi e io ti seguivo
ti fermavi e io mi fermavo,
mi fermavo e tu ti fermavi,
mi guardavi e io ti guardavo,
ti guardavo e tu mi guardavi,
poi tutto è finito.

domenica 9 giugno 2019

Le vostre mani e le menzogne loro

di Nazim Hikmet

Le vostre mani e le menzogne loro
Le vostre mani austere come pietre,
meste come menie intonate in prigione,
massicce ed enormi come animali strani,
le vostre mani simili a volti crucciati di bimbi affamati.
Le vostre mani rapide e solerti come api,
pesanti come seni colmi di latte,
valorose come la natura,
le vostre mani che celano una familiare tenerezza sotto la ruvida pelle.
Il mondo non si regge sulle corna dei buoi,
il mondo è retto dalle vostre mani
O uomini, uomini miei!
Vi nutrono di menzogne,
mentre affannati
avete bisogno di pane e carne.
E senza aver nemmeno una volta mangiato a sazietà
Ad una tavola coperta di bianca tovaglia,
abbandonate questo mondo
e i suoi alberi carichi di frutta.
O uomini, uomini miei!
Soprattutto voi dell’Asia, dell’Africa, del medio e prossimo Oriente,
delle Isole del Pacifico,
e della mia terra,
che superate il settanta per cento del genere umano,
antichi e riflessivi, siete, come le vostre mani,
e come le vostre mani giovani e curiosi ed entusiasti.
O uomini, uomini miei!
Voi dell’Europa, voi dell’America
Siete audaci, siete vigilanti,
indulgenti siete come le vostre mani,
e come le vostre mani facili all’inganno,  facili all’illusione.
O uomini, uomini miei!
Se mentiscono le antenne,
se le tipografie mentiscono,
se mentiscono le insegne sui muri e gli avvisi del giornale,
se mentisce il suonatore nelle taverna,
se dopo una giornata disperata mente nella notte il raggio di luna,
se mentiscono le parole,
se mentiscono i colori,
se le voci mentiscono,
se tutti coloro che sfruttano il lavoro delle vostre mani
ed ogni cosa e ognuno mentisce,
eccetto che le vostre mani,
è solo per renderle pieghevoli come argilla bagnata
cieche come l’oscurità,
stupide come cani da pastori
è per frenarle dalla rivolta
che prende ad abbattere
il regno degli strozzini e la sua tirannia
da questo meraviglioso e fugace mondo
dove siamo per un soggiorno cosi breve.

martedì 23 aprile 2019

Vorrei portarti con me

tratto da “Gli amori difficili” di Italo Calvino, 1970

Vorrei portarti con me.
Resisteresti poco, al freddo, senza l’afa estiva. Ma sarebbe un esperienza diversa, no? Poi ti riporterei indietro, com’è giusto che sia. Ma per un po’ ti porterei con me. Ti racconterei le cose che non avrò il tempo di finire di dirti. Solo per quello, per trovare il modo che duri di più. Ti farei guardare il mare freddo,così apprezzeresti il tuo. Ti farei una foto e la lascerei nel cassetto, per le volte che avrò voglia di guardarti con i capelli scompigliati e il sorriso accennato. Mangeremo e dormiremo poco, perché non ci sarebbe il tempo, tutto quello che vorresti cercherei di dartelo. Ti farei esprimere un desiderio e lo esaudirei. Solo uno, perché tre non sarei capace. Ti farei almeno un paio di domande scomode, perché così ti fideresti di me; perché cosi, se ti telefonassi almeno una volta, sussulteresti un pochino e quando deciderai di andare via, ci sarà almeno una volta in cui vorrai tornare. Vorrei che ti fossi innamorata di me, per chiedermi di restare. Ma forse tu impieghi tanto per innamorarti, e allora e per questo che vorrei portarti con me. Per farti innamorare.
Verresti?
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi nomadi e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla? Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi fare finta di niente se hai un po’ di senno. Come un sibilo fluttuante e sinuoso. A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente. Non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo. Per egoismo, quasi. Per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi. Anche se, infine, la tua felicità non dipende da me. E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?

martedì 1 maggio 2018

Canzone del maggio

di Fabrizio De Andrè da “Storia di un impiegato”, 1973

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
che non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buona fede
massacrare sui marciapiede
anche se ora ve ne fregate,
voi quella note voi c’eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza fucili, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti,
siete per sempre coinvolti.

sabato 3 marzo 2018

Una carogna


di Charles Baudelaire da “I fiori del male” (Les fleurs du mal), 1857-1861

Ricordate, anima mia, la cosa che vedemmo
quel cosi dolce mattino d’estate;
alla svolta d’un sentiero un infame carogna
su un giaciglio cosparso di sassi,

le gambe all’aria, come una donna impudica,
ardente e trasudante veleni,
spalancava in modo cinico e disinvolto
il ventre pieno d’esalazioni.

Il sole irradiava questo putridume,
come volesse cuocerlo a puntino,
e rendere centuplicato alla grande Natura
tutto ciò che essa aveva congiunto;

e il cielo osservava la superba carcassa
schiudersi come un fiore.
Talmente forte era il fetore, che sull’erba
vi sentiste svenire.

Le mosche ronzavano sopra quel ventre putrido,
da cui uscivano neri battaglioni
di larve, che colavano come un liquido denso
lungo quei brandelli di vita.

Il tutto scendeva e risaliva come un onda
o si slacciava gorgogliando;
si sarebbe detto che il corpo, gonfiato da un vago soffio,
vivesse moltiplicandosi.

E questo mondo produceva una strana musica,
come l’acqua corrente e il vento,
o come il grano che il vagliatore con movimento ritmico
gira e agita nel vaglio.

Le forme svanivano e non erano più che un sogno,
un abbozzo lento a venire
sulla tela dimenticata che l’artista completa
solamente con la memoria.

Dietro le rocce una cagna inquieta
ci guardava con occhio crucciato,
aspettando il momento per riprendere allo scheletro
Il boccone che aveva lasciato.

Eppure voi sarete simile a questa sozzura,
a quest’orribile infezione,
stella dei miei occhi, sole della mia natura,
voi, mio angelo e mia passione!

Si! tale sarete, o regina delle grazie,
dopo gli ultimi sacramenti,
quando andrete sotto l’erba e i rigogliosi fiori,
a marcire tra le ossa.

Allora, o mia bellezza! dite ai vermi
che vi mangeranno di baci,
che ho conservato la forma e l’essenza divina
dei miei amori disfatti.


mercoledì 14 settembre 2016

La favola del per sempre

del Subcomandante Marcos, tratto da “Racconti per una solitudine insonne” 2001

C’era una volta un Lui fatto di notte.
Ombra di ombre, passo solitario, molte notti camminò per incontrarla.
C’era una volta una Lei fatta di giorno.
Bagliore color del grano, pura danza di luce, molti giorni camminò per incontrarlo.
Molto tempo si cercarono il Lui e la Lei.
Molte volte inseguì la notte il giorno.
Sapevano entrambi, il Lui e la Lei, che cercavano qualcosa d’introvabile, sembrava impossibile, che mai e poi mai …
E poi arrivò l’alba, per il Lui, per la Lei.
Per sempre.

martedì 21 giugno 2016

Les Fluers du mal

di Charles Baudelaire (1821-1867) tratto da “Les Fleurs du mal” 1857

“Di certe idee
di certe voglie
di certi desideri
di certi progetti
di certi bisogni
di certi incontri
Amo la prepotenza”

lunedì 25 aprile 2016

Bella ciao

Una mattina mi son svegliato,
o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
E ho trovato l’invasor.

O partigiano portami via,
o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano portami via,
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna,
o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire lassù in montagna,
sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno,
o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao!
E le genti che passeranno,
mi diranno “Che bel fior”.

“E questo è il fiore del partigiano”
o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao!
“E questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà”

mercoledì 2 marzo 2016

Compagnia

di Raymond Carver (1938-1988)

Stamattina mi sono svegliato con la pioggia
Che batteva sui vetri. E ho capito
che da molto tempo ormai,
posto davanti a un bivio,
ho scelto la via peggiore. Oppure,
semplicemente, la più facile.
Rispetto a quella virtuosa. O a la più ardua.
Questi pensieri mi vengono
quando sono giorni che sto da solo.
Come adesso. Ore passate
In compagnia del fesso che non sono altro.
Ore e ore
che somigliano tanto a una stanza angusta.
Con appena una striscia di moquette su cui camminare.