“Oggi è domenica, domani si muore.
Oggi mi vesto di seta e candore. Oggi è domenica, domani si muore. Oggi mi
vesto di rosso e d’amore” Irata
Oggi è domenica. Il 18 gennaio del 1996, era un giovedì. Esattamente 30 anni fa, veniva pubblicato il secondo album del Consorzio Suonatori Indipendenti (C.S.I.). Una variante più matura, disillusa e meditativa di quella versione giovanile, piena di rabbia e speranze che erano stati i CCCP. Una rinnovata band che prende atto, dopo la caduta del muro di Berlino, di una nuova realtà politico-sociale in caduta libera. Un’evoluzione che dal punk battagliero arriva a sovvertire del tutto la prospettiva, indicando una nuova via musicale. Ho amato tanto i CCCP, ma i C.S.I. gli ho adorati, fin da subito, fin da “K.O. de mondo” (album d’esordio del nuovo nucleo, 1994) e la suggestiva versione umplagged di “In quiete” (sempre del 1994), ma quando ho ascoltato “Linea gotica” per la prima volta ho capito, che non avevo capito un cazzo. Ferretti, Zamboni, Canali, Maroccolo e Ginevra De Marco tracciano sonorità che, ancora oggi, ogni volta che ascolto questo album, mi lasciano devastato. Costantemente un brivido raggelato m’assale. Chitarre elettriche distorte e testi oscuri e ricercati accompagnano l’ascolto in un viaggio ruvido, fatto di: preghiere laiche, sussurri, città assediate (Sarajevo), terra fredda, muri umidi e notti senza sonno. Suoni potentissimi che danno l’impressione di una fragilità assoluta. E’ una tensione unica, una ferita che non sanguina più ma che stenta a rimarginarsi. “Linea Gotica” non si ascolta, si attraversa. Non è solo un disco, è un luogo in cui tornare alla ricerca di un’avvolgente scomoda malinconia. Ogni volta ne esco stanco come dopo un lungo pellegrinaggio a piedi in una terra che sta per crollare. La musica è nervosa, plunbea, quasi ostile. Le chitarre incombono e la batteria ha il battito irregolare di un cuore malato. E’ un disco che amplifica il tuo stato d’animo, che ti porta a guardare le parti di te che eviti. Non crea immediatezza, non ti prende per mano, mai. Non ti strizza l’occhio e non vuole neanche esser simpatico. E’ una musica che cammina su macerie interiori con una tensione costante, quasi fisica. Le canzoni sono sentenze, sono appunti di un sopravvissuto, quasi un’evocazione; lo inizi a capire dopo la fine dell’ascolto, quando c’è silenzio, quando ti fermi a pensare. E’ necessario farlo, perché “Linea Gotica” mi ha insegnato che non tutto dev’essere immediato, che esistono forme di verità opache da scoprire con calma. E’ un album che ti fa compagnia dopo, perché il silenzio che lascia è ancora parte del disco. Quello che mi colpisce di questo disco e che non invecchia e non ringiovanisca, rimane li, fuori dal tempo. Non lo consiglierei a tutti e forse nemmeno sempre. A volte è insopportabile, altre necessario. Volutamente controverso e detestabile. Resta, per me, uno degli album più amati di sempre, affascinante, emozionante e ancora capace di trasmettermi sensazioni profonde ogni volta in maniera differente. Tanti auguri “Linea Gotica”
Oggi è domenica. Il 18 gennaio del 1996, era un giovedì. Esattamente 30 anni fa, veniva pubblicato il secondo album del Consorzio Suonatori Indipendenti (C.S.I.). Una variante più matura, disillusa e meditativa di quella versione giovanile, piena di rabbia e speranze che erano stati i CCCP. Una rinnovata band che prende atto, dopo la caduta del muro di Berlino, di una nuova realtà politico-sociale in caduta libera. Un’evoluzione che dal punk battagliero arriva a sovvertire del tutto la prospettiva, indicando una nuova via musicale. Ho amato tanto i CCCP, ma i C.S.I. gli ho adorati, fin da subito, fin da “K.O. de mondo” (album d’esordio del nuovo nucleo, 1994) e la suggestiva versione umplagged di “In quiete” (sempre del 1994), ma quando ho ascoltato “Linea gotica” per la prima volta ho capito, che non avevo capito un cazzo. Ferretti, Zamboni, Canali, Maroccolo e Ginevra De Marco tracciano sonorità che, ancora oggi, ogni volta che ascolto questo album, mi lasciano devastato. Costantemente un brivido raggelato m’assale. Chitarre elettriche distorte e testi oscuri e ricercati accompagnano l’ascolto in un viaggio ruvido, fatto di: preghiere laiche, sussurri, città assediate (Sarajevo), terra fredda, muri umidi e notti senza sonno. Suoni potentissimi che danno l’impressione di una fragilità assoluta. E’ una tensione unica, una ferita che non sanguina più ma che stenta a rimarginarsi. “Linea Gotica” non si ascolta, si attraversa. Non è solo un disco, è un luogo in cui tornare alla ricerca di un’avvolgente scomoda malinconia. Ogni volta ne esco stanco come dopo un lungo pellegrinaggio a piedi in una terra che sta per crollare. La musica è nervosa, plunbea, quasi ostile. Le chitarre incombono e la batteria ha il battito irregolare di un cuore malato. E’ un disco che amplifica il tuo stato d’animo, che ti porta a guardare le parti di te che eviti. Non crea immediatezza, non ti prende per mano, mai. Non ti strizza l’occhio e non vuole neanche esser simpatico. E’ una musica che cammina su macerie interiori con una tensione costante, quasi fisica. Le canzoni sono sentenze, sono appunti di un sopravvissuto, quasi un’evocazione; lo inizi a capire dopo la fine dell’ascolto, quando c’è silenzio, quando ti fermi a pensare. E’ necessario farlo, perché “Linea Gotica” mi ha insegnato che non tutto dev’essere immediato, che esistono forme di verità opache da scoprire con calma. E’ un album che ti fa compagnia dopo, perché il silenzio che lascia è ancora parte del disco. Quello che mi colpisce di questo disco e che non invecchia e non ringiovanisca, rimane li, fuori dal tempo. Non lo consiglierei a tutti e forse nemmeno sempre. A volte è insopportabile, altre necessario. Volutamente controverso e detestabile. Resta, per me, uno degli album più amati di sempre, affascinante, emozionante e ancora capace di trasmettermi sensazioni profonde ogni volta in maniera differente. Tanti auguri “Linea Gotica”

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