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sabato 24 gennaio 2026

Post Pulp

Dedicato alla cattiva scrittura
 
Leggere “Pulp” di Bukowski è come accettare un passaggio su un’auto senza freni, guidata da un ubriaco; probabilmente finirà male. Era meglio restare al bar e continuare a bere. Quello di “Pulp” è un Bukowski alla fine, che non ha più niente da dire o dimostrare. E’ caustico, disordinato e molto probabilmente svogliato. Sa che morirà a breve (Pulp è stato pubblicato postumo nel’84) ma continua a scrivere digrignando i denti, con l’ultima sigaretta e l’ultima bottiglia quasi vuota. Nick Belane, il protagonista del romanzo, è un detective che non indaga veramente, sopravvive, è grasso, gioca ai cavalli, beve e si trascina per tutto il libro. Affronta casi assurdi e irrisolvibili senza mai mollare (questo va detto). I capitoli sono irreali, irrazionali, pieni di persone che non dovrebbero esistere, tenuti insieme tra loro solo da una stanca narrazione e una feroce ironia (a volte mi è scappato da ridere). Se cercate un senso a questo libro siete nel libro sbagliato. Bukowski prende il mito della letteratura noir e lo fa letteralmente a pezzi. Lo mastica, lo rigurgita, poi rutta e gli sputa sopra. Il noir viene ridotto a caricatura. Non succede niente, è sconclusionato, volgare e sbilenco, probabilmente l’ultima provocazione di un uomo che sta guardando la morte in faccia e gli fa l’ultima pernacchia. Non è sicuramente il miglior Bulowski, quello che ho amato in “Storie di ordinaria follia” e “Compagni di sbronze” o nelle sue poesie nichiliste, ma è l’ultimo Bukowski possibile. Forse più sincero e sfrontato. Chiudi questo libro e ti resta addosso una sensazione strana. E’ un libro brutto, è una smorfia, è una rissa in un bar alle 6 del mattino, dove nessuno ricorda perché è iniziata. Non cerca di piacere o insegnare, non ha questa ambizione, è solo l’ultima sbornia triste prima di morire. Se questo libro ti fa schifo, va tutto bene. Se ti fa ridere, sei messo male (come me). Se ti sembra inutile, hai capito tutto. Io vado a bere, il caso è chiuso.

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